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Finanza

McKinsey ha pubblicato pochi giorni fa un interessante sondaggio sulle Relazioni esterne, svolto su oltre 1.300 rappresentanti dei vertici aziendali, allo scopo di valutare quanto sia compresa l’importanza degli stakeholder esterni per il successo della propria azienda.

In effetti è molto ben compreso il tema dell’importanza delle “relazioni esterne” e anzi queste rientrano nella maggior parte dei casi tra le tre principali priorità dei managers intervistati.

 

Secondo quanto pubblicato su “Lettera 43” da Gianluca Comin, professore di Strategie di Comunicazione alla Luiss di Roma, “ingaggiare in modo efficace gli stakeholder è fondamentale per il business. Alla mappatura dei decisori devono però seguire adeguate attività di ingaggio, altrimenti si rischia di subire i cambiamenti nella speranza che essi siano facilmente gestibili”.
E conclude “Il comunicatore oggi deve aggiornarsi, cogliere le opportunità derivanti dalle nuove tecnologie, rispondere alle esigenze che emergono dalla società per poterla capire e interpretare.

Con un unico obiettivo: parlare a tutti gli stakeholder in maniera sempre adeguata ed efficace”.

 

Ma nel sondaggio si parlava di managers aziendali. Come si dovrebbero “ingaggiare” invece gli stakeholder in altre tipologie di strutture, come quelle associative?
 

Lo chiediamo a Daniele Salvaggio, Owner&Founder di Imprese di Talento, Membro del Consiglio Direttivo Nazionale Ferpi.

 

“Saper comunicare in modo “ingaggiante” rappresenta oggi un valore in grado di fare la differenza, in termini di rappresentatività, riconoscibilità, reputazione, fiducia. Questa esigenza può essere soddisfatta attraverso un approccio inclusivo che conduce, mediante strumenti e modalità strategiche diversificate, ad una maggiore consapevolezza degli obiettivi da raggiungere (vision), ad una rilevazione più ampia della percezione interna e esterna (reputazione) e ad un rafforzamento dell’autorevolezza e dell’ascolto (consenso).

 

Per rendere questi tre ambiti allineati e determinanti, occorre adottare una strategia di comunicazione capace di coinvolgere, innovare, influenzare e raccontare l’associazione. Le continue evoluzioni dei mercati, dell’economia, della geopolitica, sociali e culturali, che coinvolgono anche le organizzazioni di rappresentanza delle imprese, richiedono un’attenta capacità di analisi, di rimodellamento e di innovazione su competenze, ruoli e modalità organizzative, tali da rendere naturale e condiviso il passaggio da associazione estremamente professionalizzante, a realtà in grado di esercitare l'azione di rappresentanza sulla base di una visione unitaria, facendo fare un salto di qualità all'organizzazione in termini di capacità propositiva e di autorevolezza nelle relazioni con i propri interlocutori”.

 

Come dovrebbero procedere le associazioni per ottimizzare i loro interventi?

 

“Il primo passo deve essere necessariamente quello di far comprendere il valore della comunicazione all’interno del contesto associativo, attraverso un’azione educativa e formativa, con l’obiettivo di far emergere un oggettivo bisogno. A partire da questo, pianificare la “tattica” di comunicazione più adatta e più vicina al DNA dell’organizzazione e alle aspettative del contesto in cui essa opera. La persona al centro è dunque il punto di partenza di un percorso che consentirà di conoscere, adattare e sviluppare gli strumenti di comunicazione più giusti per riuscire efficacemente a raccontare il mondo associativo, coinvolgere ed influenzare i pubblici di riferimento”.

 

Che impegno è richiesto alle associazioni, in termini di programmazione e di costi da affrontare?

 

“Non servono interventi “spot” così come non sono necessari ingenti investimenti, ciò che serve è affinare la propria capacità di ascolto, diretta e indiretta, interna ed esterna ed affidarsi ad una professionalità completa e manageriale, capace di aiutare qualunque management a capire i target giusti verso i quali puntare la comunicazione, quali contenuti stressare e con quali modalità/strumenti scendere in campo, raccontare, farsi capire, diventare autorevoli influencer.

 

Questo ruolo di “centrale di ascolto” posiziona la comunicazione al cuore della vita di un’organizzazione: essa infatti è la somma di un processo di audit e di dialogo continuo verso tutte le aree di attività, alle quali deve seguire una sintesi utile a definire le priorità e quindi le modalità di azione. Non ha molto senso implementare i propri strumenti di comunicazione se non si hanno prima chiare le politiche di sviluppo di medio e lungo periodo e soprattutto le esigenze dei propri pubblici di riferimento, interni ed esterni. Ascolto, Fiducia e Credibilità sono gli indicatori alla base della buona reputazione organizzativa.”

 

Come si possono monitorare questi indicatori?

 

“Mediante un lavoro inclusivo e strategico dove le competenze in comunicazione, che devono essere sempre più verticali, e la capacità ingaggiante verso opinion leader, policy maker e pubblici influenti, risultino essere tanto più decisive quanto la tattica e le azioni messe in campo.

In definitiva il ruolo del comunicatore non va ad influenzare solo l’organizzazione e il contesto in cui esso opera, ma ha anche responsabilità più generali, ovvero l’agire con trasparenza e senso di responsabilità”.

 

Paolo Brambilla


 

 

 

 

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