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Controvento
Pd, il potere logora chi governa

Come è possibile in meno di quattro anni scendere da più del 40 per cento dei voti a meno del 20? Tanto più disponendo di un sistema-partito fornito di quadri, strutture e tradizioni? E nel Mezzogiorno, dove si governano regioni e grandi città, sparire dalla scena a vantaggio dei Cinquestelle?

Renzi ci è “riuscito” perché in pochissimo ha cambiato ruolo: da accusatore, rinnovatore, rottamatore ad accusato. Nel 2014 era lui Di Maio; poteva dire a tutti gli italiani che la vecchia classe dirigente della sinistra – Prodi, Bersani D’Alema e tutti gli altri – aveva fallito, perché non aveva saputo riformare abbastanza l’Italia e suscitare entusiasmi tra i cittadini.

Poi tutto si è rovesciato sul palcoscenico della politica. Ed eccolo a predicare che 80 euro erano un toccasana, che l’economia andava a rilento ma stava crescendo, che le novità per il lavoro e la scuola erano “buone” e stavano dando frutti. Ad una popolazione preoccupata, incazzata, ansiosa per il futuro dei figli, la sicurezza, l’immigrazione dover dire che andava bene così, e che poteva andar peggio. Con Gentiloni, più prudente, a ripetere la stessa musica, soltanto in modo meno rumoroso.

Non c’è sta stupirsi che il messaggio di Di Maio “questi non hanno risolto i problemi, fate provare noi”, abbia finito per sfondare. E che a beneficiare del clima cambiato sia stato anche il giovane Salvini, con la Lega su una linea diversa da quella tradizionale di Bossi.

Torna in mente la maledizione di Montanelli contro Berlusconi: “lasciatelo governare, vedrete che fallirà”. Grillo, che è saggio, teme i rischi del governo, perché sa che tra sedurre gli elettori e accontentarli c’è una grande differenza.

E Renzi insegue due obiettivi: a breve non farsi disarcionare dai nemici interni (quindi dimissioni, ma spostate più in là); a lungo termine lasciar governare chi ha vinto il 4 marzo – Di Maio o Salvini o anche tutti e due – per poi mettere a frutto la delusione futura degli Italiani.

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