Rigoletto

di Angelo de' Cherubini

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Il rigoletto
lucilla noviello
 


Sullo sfondo di una Roma accogliente fino all'indolenza più sfrenata, Giovanni, orfano di madre, salta da un'avventura sentimentale all'altra, divertendosi, a volte suo malgrado, persino a sottrarre le fidanzate al padre Desiderio, nobile di nascita. Invece Anna, la sua attuale compagna nonché guardona per natura, ha la capacità di cogliere i bagliori maligni di un evento prima che esso accada realmente.

Tutto accade in un'atmosfera solo apparentemente calma, fra cene e festini in cui i personaggi conversano tra loro, assaggiano i cibi più succulenti, e intanto svelano involontariamente le loro piccole nevrosi e ossessioni. Tra appuntamenti che culminano inevitabilmente nell'atto erotico, corpi denudati e mostrati nelle loro imperfezioni e complessità, il sesso esiste come esempio dell'indifferenza che tutto pervade, e soprattutto come momento ironico e canzonatorio: non c'è una morale e non c'è salvezza, e anche la tragedia si trasforma in eros.

L'autrice
Lucilla Noviello vive a Roma. Giornalista, conduce da anni le trasmissioni radiofoniche di Rai Radio1, tra cui le rubriche Libri per la notte e Cartellone teatrale in cui si occupa di libri, teatro e cultura. Ha scritto su alcune importanti testate – Affari Italiani, Il Messaggero, Leggere tutti – occupandosi principalmente di teatro, costume e letteratura. Su Affari Italiani ha pubblicato la raccolta di racconti Miracoli erotici di stampo comico e divertente. Ha vinto nel 2011 la terza edizione del premio Ossi di seppia per la narrativa. Nello stesso anno ha pubblicato il romanzo L’amore in nero. Nel 2012 è uscita la sua pièce teatrale La pioggia all’interno della rivista letteraria La figura nel tappeto e nel 2013 alcuni racconti nella rivista di letteratura Nuova Prosa.

Amanti
di Lucilia Noviello
Edizione Cavallo di Ferro
253 pagg, 14,90 euro

Come lettura del weekend Affaritaliani.it ha scelto  "il primo capitolo"

Era cominciato a piovere, e allora Giovanni aveva lasciato la terrazza ed era rientrato in casa. Chiudendo le tende della porta a vetri si era accorto che qualcosa — forse semplicemente il bagliore giallo della luce proveniente dalla finestra di fronte — gli era rimasto impresso negli occhi, come un'improvvisa scarica di energia che lo aveva scosso. Si sfilò la maglietta di cotone e rimase in mutande, nel calore del suo salotto. Il suo corpo era magro e sulle cosce muscolose la pelle soda era liscia e levigata sotto le dita. Giovanni avrebbe voluto accendere la tv per guardare uno dei canali di Sky — uno di quelli sportivi, oppure Nat Geo —, ma non aveva la parabola. Qualche mese prima aveva cominciato a risparmiare per acquistare un nuovo impianto stereo e sottoscrivere il contratto alla pay tv, ma poi aveva speso tutto in sigarette. Motivo, quello, che l'aveva indotto alcune settimane dopo a decidere di smettere di fumare. Accese perciò la radio, tanto per creare un po' di rumore intorno a sé. Il canale di musica classica stava trasmettendo il Don Giovanni, e lui pensò alle coincidenze, che ormai lo avevano stancato. Telefonò quindi ad Anna con un umore completamente diverso rispetto a quello della sera precedente. Non le raccontò nulla di ciò che era successo alla libreria di suo padre — dove anche lui lavorava —, e la invitò a casa sua.

«Vieni qui... Resta qui stanotte».
Poi la sua voce diventò ancora più profonda rispetto al suo timbro naturale, già di per sé basso:
«Sarà bello... Sarà tutto per te...»

Giovanni non poté fare a meno di notare che, pur non avendone un'iniziale intenzione, nella sua frase era sotteso un ricattino, velato velato, come una piccola eco o un sapore di ritorno. Anna invece non si mostrò sorpresa dalla proposta.

Credeva di averla offesa la sera precedente accusandola di essere una «produttrice di virtuosismi». A forza di vendere libri e di risparmiare carta, aveva qua e là raccolto delle idee, e ogni tanto costruiva qualche bella frase. Ridacchiò tra sé e sé, sapendo però che era difficile stupire una donna, mentre per lui era motivo di sorpresa anche un semplice cambiamento di luce. Come per esempio quello alla finestra, poco prima, che un pochino l'aveva spaventato... Poteva essere l'annuncio di un evento importante, oppure di un cambiamento climatico, o semplicemente il segno della possibilità di un miracolo. Ma anche qualcosa di negativo: il bagliore di uno sparo, il riflesso della lama di un pugnale... il segno del male nell'ordinaria quotidianità.

Quella sera, sul letto di Giovanni, erano distesi l'uno accanto all'altra nella penombra. Entrambi avevano gli occhi spalancati. Anna, osservando al di là dei vetri della finestra aperta, cercava di capire che cosa succedesse nella casa di fronte, dove scorgeva l'ombra di un uomo correre affannosamente da una parte all'altra, come in un film muto, senza un'apparente ragione logica o funzionale. Giovanni invece si era concentrato sui piedi di lei: aveva lo smalto sulle unghie oppure no?

Il letto di Giovanni era a una sola piazza, anche se un po' più grande di quelli standard. Lui ci dormiva quasi sempre da solo. E lo trovava pieno di vantaggi. Anna diceva che era piuttosto scomodo. E soprattutto non amava i mobili antichi di cui lui si circondava. Nella stanza da letto di Giovanni c'era addirittura uno scrittoio ottocentesco di legno scuro. E un massiccio armadio a due ante. Anna criticava quegli arredi: li definiva teatrali e opprimenti. Lui cercava invece di farle molte lusinghe.

«Ciò che mi affascina in te è che hai i contorni sfumati... Una sorta di sfumato leonardesco...» Anna si era molto divertita per quella espressione e non lo aveva preso sul serio. Invece lui credeva di aver detto qualcosa di molto importante. Non intendeva che Anna somigliasse alla Gioconda — per carità! —, semplicemente gli sembrava che la sua pelle, perfetta, quasi si sciogliesse nell'aria... Fondendo tutto nella sua figura e, viceversa, la sua figura nel tutto. Gli sembrava di costruire metafore interessanti e di fare Letteratura. Ma Anna non leggeva molta narrativa: si nutriva di testi scientifici e di musica classica. Era lei che gli aveva insegnato chi era Mozart, cos'erano i Lieder eccetera. Dopo, lui si era sentito molto più colto; aveva cominciato a comprare cd suggeriti da lei e a far velocemente sue alcune idee musicali che in origine appartenevano ad Anna, e che in lei erano maturate lentamente, nel corso del suo lungo sviluppo mentale.

Giovanni ricordava che la relazione con Anna era cominciata durante una giornata di novembre: avevano scopato. Ma non era stato tutto così semplice come l'espressione lineare della frase faceva supporre. Gli eventi non si erano allacciati l'uno all'altro in maniera fluida, così come il ricordo permetteva di fare.

Aveva conosciuto Anna perché lei era una cliente della libreria, e anche suo padre la corteggiava un po'. Giovanni non aveva dato molta importanza alle intenzioni di suo padre: lui proveniva da una famiglia nobile decaduta. Era educato e aveva modi così galanti e fini con le donne, che appariva sempre piacevole senza disturbare mai. Non lo considerò un possibile rivale. Anna era una cliente assidua, tanto che le facevano dei prezzi di favore e alla fine, vedendola così spesso entrare e uscire lasciandosi dietro una scia del profumo di rosa che indossava sempre, Giovanni trovò anche l'occasione di dirle:

«E poi potremmo parlare anche fuori di qui. Stasera...»
Non era certo che fossero state esattamente quelle le parole che aveva usato per invitarla, e probabilmente non era neppure così importante accertarlo. Lo sanno tutti che, più o meno, si comincia con l'invitare una donna a mangiare qualcosa; tutti sanno che il cibo è una metafora erotica, eppure tutti fanno ancora finta di ignorarlo, e il sistema continua perciò a funzionare.

Il padre di Giovanni si chiamava Desiderio Degli Astalli, e già quel nome gli conferiva un alone di rispettabilità. Del resto, se nella sua famiglia non avessero creduto nel potere evocativo delle parole, il signor Desiderio non avrebbe mai pensato di aprire una libreria con i pochi capitali rimasti. Giovanni, tutto sommato, ora si considerava molto fortunato ad averla, la libreria. Era un lavoro come un altro, e non aveva dovuto faticare per trovarlo. Anna lavorava invece in un laboratorio di ricerca farmaceutica e chimica. Prima di cominciare la relazione con lui era stata per due anni l'amante di un professore d'alto grado. Questo appellativo glielo aveva dato Giovanni che, chissà per quale strana ragione, lo considerava un po' come un vecchio generale. E pensare invece che quel professore non era neppure vecchio! Ma non era per nulla facile mettere a fuoco il desiderio e le sue motivazioni. Che Anna fosse rimasta affascinata dal professore lo comprendeva facilmente: c'era il prestigio della professione e della posizione sociale — e gli faceva molto comodo pensare così. Ma lui: vendeva libri!

Ricordava bene che era novembre la prima volta che aveva scopato con Anna perché era una giornata piovosa e fredda, e allora quel suo piccolo letto stretto aveva avuto una parte importante nel loro piacere. Erano stati lì, avvinghiati e nudi, più tempo a scaldarsi che a scopare. Giovanni ammise con se stesso che forse, per una qualche romantica ragione, ricordava addirittura che era il 9 novembre, ed erano le due del pomeriggio quando erano saliti di corsa per le scale del suo appartamento. Poi il tempo aveva cominciato a scorrere a un ritmo tutto suo, che non aveva più nulla in comune con quello dell'orologio o del calendario. Così, quella che è la ormai famosa legge della relatività del tempo — secondo la quale se qualcuno andasse su un pianeta distante diecimila anni luce dalla Terra e da lassù potesse guardare il pianeta, lo vedrebbe com'era diecimila anni fa — era stata da loro sperimentata.

Lui aveva cominciato a spogliare Anna che ancora non erano entrati in casa. Le aveva percorso con le mani tutto il ventre liscio, la pelle calda sotto il vestito di maglina che lei indossava. Aveva infilato le dita sotto le sue calze pesanti, accarezzandole il culo, vigorosamente, con la mano aperta. Le aveva poi stretto la pelle, sentendo dentro i palmi quella carne che avrebbe voluto strapparle, in un sentimento di possesso che gli aveva fatto diventare il cazzo duro, oppresso dentro i jeans che indossava. Le aveva sfilato via il vestito dalla testa, le aveva tolto i collant mentre infilava la lingua per intero dentro la bocca di lei, in un bacio che faceva aumentare la sua passione e gli faceva stringere sempre più forte le dita delle mani sul culo finché Anna non aveva quasi urlato:
«Ah...»

Probabilmente più per il dolore che per il piacere. L'aveva trascinata verso la sua camera da letto, inciampando quasi nei piedi di lei ma senza mai sentirsi ridicolo, tanto era concentrato su quel suo corpo, vestito ormai solo delle mutandine e del reggiseno color crema, da cui i capezzoli spuntavano leggermente. Poi si era sfilato il maglione, si era tolto - solo con l'aiuto delle gambe, freneticamente - i pantaloni e, con ancora indosso le mutande, aveva cominciato a strusciare il suo cazzo sul ventre di lei che, ne era sicuro, cominciava a sentire quanto era duro e quanto lui voleva penetrarla. Erano quindi quasi caduti sul suo piccolo letto, e lui le aveva sganciato il reggiseno, prendendole una tetta nella mano e poi un capezzolo, tra il pollice e l'indice, e cominciando a stringerlo, questa volta stando ben attento a non farle male. Poi con l'altra mano le aveva sfilato le mutande, e infine aveva preso il suo cazzo ed era andato a cercare l'apertura della fica di lei. Quando l'aveva trovata, aveva cominciato a giocarci con la punta del cazzo, sentendo tra le dita che si stava bagnando di umori appiccicosi, e che anche lei era aperta e calda e bagnata per lui. Allora con l'indice e il medio aveva cominciato ad accarezzarla, sentendo che si schiudeva sotto il suo tocco, mentre con la lingua le stuzzicava un lobo, per poi infilarla dentro l'orecchio. Un gioco, con le dita e con la lingua, che fece durare finché Anna non gemette di nuovo:

«Ah...»
E questa volta lui fu certo che non fosse un gemito di dolore, ma di puro piacere.
Allora con la punta del cazzo entrò dentro la fica di Anna e cominciò a spingere piano, fino a quando non si sentì risucchiato, inghiottito dalle sue cosce aperte... da quella fica incredibilmente morbida e tesa allo stesso tempo. E lui si muoveva, avanti e indietro, dentro e fuori, procurandosi un piacere che dall'inguine e dalle reni arrivava fin dietro la nuca.

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