Rigoletto

di Angelo de' Cherubini

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Il rigoletto
C'era una volta la sinistra. Occhetto, Bertinotti, D'Alema, Bersani raccontano

"Oggi a chiamarsi comunisti sono rimasti gli adepti di una simpatica pattuglia di nostalgici, con l'aggiunta di qualche intellettuale in là con gli anni. Quanto alla parola sinistra è diventato perfino difficile pronunciarla, tanto ha un suono sinistro per molti. è così vero che nel partito considerato l'erede di quella tradizione politica, il malconcio Pd, di sinistra non osa dichiararsi (quasi) più nessuno". Quattro dei maggiori leader politici raccontano, dal loro punto di vista, le ragioni della crisi della sinistra italiana in questi venticinque anni, dallo scioglimento del Pci - e la nascita di Pds e Rifondazione - agli scontri nel Partito democratico. Gli errori, le conquiste, le vendette, i rimpianti, i dissapori. E poi le campagne elettorali e i retroscena nelle segreterie che si sono avvicendate nell'ultimo quarto di secolo. La svolta della Bolognina, la stagione del maggioritario - con la vittoria di Romano Prodi nel 1996 e il successivo ritorno di Silvio Berlusconi - le guerre intestine per l'elezione del presidente della Repubblica nel 2013, le primarie avvelenate, l'ascesa e la débâcle di Matteo Renzi e la conseguente deriva ideologica. Tutto confidato a due giornalisti d'eccezione. Nessun segreto e un solo grande dubbio: ha ancora senso parlare di sinistra nel nostro Paese?

Gli autori

Antonio Padellaro ha cominciato nel 1968 il lavoro di giornalista all’Ansa e, dal 1971, per quasi vent’anni è stato al Corriere della sera. Vicedirettore dell’Espresso, dal 2000 è stato condirettore e poi direttore dell’Unità. Nel 2009 ha partecipato alla fondazione del Fatto Quotidiano di cui è stato direttore fino al gennaio 2015. Per PaperFIRST ha dato alle stampe “Il Fatto Personale” (2016).

Silvia Truzzi giornalista e scrittrice. Lavora per il Fatto Quotidiano dalla sua fondazione nel 2009. Ha vinto il Premio giornalistico internazionale Santa Margherita Ligure per la cultura nel 2011 e il Premio satira politica Forte dei Marmi, sezione giornalismo, nel 2013. Tra i suoi libri ricordiamo: Perché no, scritto insieme a Marco Travaglio (PaperFIRST 2016) e Fai piano quando torni (Longanesi 2018).

c'era una vola la sinistra
 

Il libro

A cura di: Antonio Padellaro e Silvia Truzzi

Casa editrice: PaperFIRST by Il Fatto Quotidiano

Pagine: 144

Prezzo: €12,00

Introduzione
di Antonio Padellaro e Silvia Truzzi

In un paese immaginario (ma non troppo) si verifica un fenomeno stupefacente. Milioni di elettori cominciano a svanire nel nulla. Non tutti insieme contemporaneamente, ma nell’arco di alcuni anni. Succede che gli altri, i sopravvissuti, non sembrano farci caso. Nessuno chiede conto degli scomparsi, e neppure ci si interroga sulle cause della sparizione collettiva. Un po’ come nella serie televisiva The Leftovers: con la differenza che ciò che questo libro vi racconta è tutto vero. Ogni cosa è accaduta. A cominciare dal titolo: C’era una volta la Sinistra, che infatti non c’è più.

Basti pensare che in un non lontanissimo 1976 il partito egemone di quella parte politica – che per tanti era come una chiesa, una religione, il pci – oscillava tra i dieci e i dodici milioni di consensi. Senza contare che a quei tempi rivendicava la propria appartenenza alla Sinistra anche un vasto arcipelago di forze che andavano dal psi, al psiup, ai movimenti extraparlamentari. Per non parlare del peso decisivo, nelle vicende sociali e del lavoro del Paese che aveva la cgil, il sindacato “rosso”, la potente cinghia di trasmissione tra classe operaia e rappresentanza politica.

Oggi a chiamarsi comunisti sono rimasti gli adepti di una simpatica pattuglia di nostalgici, con l’aggiunta di qualche intellettuale in là con gli anni. Quanto alla parola “Sinistra”, è diventato perfino difficile pronunciarla, tanto ha un suono sinistro per molti. È così vero che nel partito considerato l’erede di quella tradizione politica, il malconcio pd, di Sinistra non osa dichiararsi (quasi) più nessuno.

E allora come è stato possibile che di quel mondo così orgogliosamente popolato, così profondamente strutturato, i cui valori costituivano una fede praticata sovente in modo incrollabile, non sia rimasto (apparentemente) quasi più nulla? Abbiamo pensato che come per The Leftovers, questa incredibile vicenda meritasse una serie televisiva (prodotta dalla piattaforma Loft). Anzi, una vera e propria indagine condotta con tutti i crismi del caso. Le testimonianze, raccolte dagli autori Nanni Delbecchi, Matteo Billi e Simone Rota, si sono rivelate un documento drammatico e toccante su come quella collettività, quella moltitudine di donne e uomini, quelle masse pronte a marciare compatte per il riscatto dei lavoratori come nel Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, siano state lasciate sole. Su come si siano dispersi in una diaspora che col tempo ha finito per indebolire lo stesso tessuto connettivo del nostro Paese. Su come molti di quegli orfani abbiano deciso di trovarsi un’altra casa, un ricovero comunque fosse, perfino andando a bussare giù in fondo a Destra.

Poi abbiamo chiamato i protagonisti di quel lungo addio affinché potessero raccontare, chiarire, spiegare la natura della storica catastrofe. E rispondere dell’accusa peggiore: aver partecipato al suicidio di un’idea in un’orgia di fratture, divisioni, scissioni. Da compagni coltelli. Achille Occhetto, Fausto Bertinotti, Massimo D’Alema, Pierluigi Bersani: hanno parlato di tutto, non si sono sottratti a nessuna domanda, hanno rivelato particolari inediti, retroscena sorprendenti. Infine, abbiamo raccolto i momenti decisivi della loro confessione. Hanno ammesso la sconfitta e le responsabilità che pesano sulle loro spalle? Hanno rimpianti? Rimorsi? Lo scoprirete leggendo.

A questo punto, però, gli autori di questa breve nota introduttiva non possono non aggiungere la loro personale versione dei fatti – come giornalisti e anche come cittadini che a quella Sinistra, in qualche caso, affidarono il loro voto. Crediamo che ci sia molto di vero in quella “rottura di un rapporto sentimentale” evocata da D’Alema dopo il massiccio no al referendum costituzionale di Matteo Renzi. Ma siamo anche convinti che quella frattura tra popolo della Sinistra e Sinistra politica venga da più lontano. Che sia maturata principalmente negli anni del berlusconismo trionfante. Quando, per esempio, il “gruppo dirigente” non faceva altro che spargere acqua gelata sull’entusiasmo delle piazze dell’opposizione gremite. In quanto convocate dai Girotondi e dunque non abbastanza “in linea”. O mentre si decideva di abolire le Feste dell’Unità, un marchio popolarissimo, oltre che universalmente riconosciuto, per sostituirlo con un brand tristanzuolo (Feste democratiche o qualcosa del genere) fallito miseramente.

Oppure, quando si dichiarava guerra a «l’Unità» (a guida Furio Colombo-Antonio Padellaro), resuscitata con successo dal fallimento, ma per nulla docile alla strategia dell’inciucio con il cavaliere di Arcore, portava avanti dal combinato disposto ds-pd. E ancora: com’era stato possibile che il secondo governo Prodi, quello dell’Unione, nato al culmine di una progressiva avanzata elettorale del Centrosinistra, implodesse dopo poco più di un anno, squassato da risse indecorose? E che in quindici mesi il Partito democratico dilapidasse buona parte del patrimonio di consensi e di calore suscitato dalle famose primarie? Dove erano finiti i tre milioni e mezzo di cittadini che avevano incoronato Walter Veltroni leader del pd? Come è successo che quindici mesi dopo, da un giorno all’altro, quel leader gettasse la spugna senza fornire una vera (e credibile) spiegazione del suo drammatico abbandono? La sconfitta alle Regionali sarde? Non scherziamo. Dopo questo autosabotaggio non poteva certo sorprendere che l’Italia in un miscuglio diffuso di scetticismo, cinismo e crisi economica galoppante, continuasse a sostenere Berlusconi. Il suo disinvolto populismo, la sua esibizione di impunità, il suo arrogante conflitto d’interessi, la gestione personale dei più potenti mezzi d’informazione pubblici e privati. Un suicidio convinto e continuato, quello del Centrosinistra.

Nel 2013, sopravvissuto alla “non vittoria” del pd di Pierluigi Bersani, decide di donare il sangue dei propri elettori all’austerità “lacrime e sangue” del governo Monti-Fornero. Senza chiedere in cambio nulla in termini di welfare e di sostegno alle fasce più deboli. Eppure, quella generosa Italia che continua a credere nelle idee di progresso, solidarietà, giustizia sociale offre un’ultima possibilità al quartier generale democratico, conquistato nel frattempo da Matteo Renzi. Il 41 per cento alle elezioni europee di cinque anni fa rappresentava un patrimonio che andava reinvestito in fiducia, speranza, futuro. Non dilapidato in una cieca operazione di narcisismo.

Quando ha cominciato a morire la Sinistra? Le risposte sono molte, la principale è che ha dimenticato i lavoratori, quelli che avrebbe dovuto rappresentare. Renzi che falcidia l’articolo 18, simbolo dei diritti dei lavoratori, è l’immagine plastica di quello che per molti è un tradimento mortale, consumato per smania di potere, in nome di un inarrestabile riformismo che ha segnato la mutazione genetica di quelle classi dirigenti. La Sinistra radicale è diventata la Sinistra dei radicali («Compagno radicale, la parola compagno non so chi te l’ha data, ma in fondo ti sta bene, tanto ormai è squalificata», cantava Giorgio Gaber in Io se fossi Dio). Negli ultimi due lustri la sacrosanta battaglia dei diritti civili è stata brandita – questo il più imperdonabile tra gli imbrogli – contro i diritti sociali, mentre si smantellava il sistema del Welfare nell’assordante silenzio degli intellettuali (organici solo al tengo famiglia). La rivendicazione di quanto fatto per i diritti civili nelle ultime esperienze di governo non può bastare, significa rassegnarsi a una vocazione elitaria, cieca ai bisogni di una maggioranza sofferente.

Insomma, la Sinistra forse non è scomparsa, ma si è semplicemente stancata di stare a Sinistra: gli artefici di questo capolavoro stanno per raccontarci come diamine ci sono riusciti.

 

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