Rigoletto

di Angelo de' Cherubini

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Il rigoletto
Il Rigoletto/ "Giuseppe Sacchi. Dalle lotte operaie allo Statuto dei Lavoratori"

Introduzione

La vita di Giuseppe Sacchi (Mediglia, 1917) avrebbe potuto imboccare sentieri diversi. Il ciclismo professionistico, la magra esistenza di immigrato italiano in Australia, la morte prematura sotto le bombe alleate, o per mano dei nazifascisti durante la Resistenza. Nessuna di queste prospettive si realizzò e ciò lo si deve in parte al caso e in parte alla volontà dello stesso Sacchi.

Egli scelse la via della lotta politica e sindacale. Operaio metalmeccanico dall'età di 14 anni, fu, tra il 1958 e il 1964, segretario responsabile della FIOM di Milano, e poi parlamentare comunista per due legislature, dal 1963 al 1972 Da sindacalista, diresse nel capoluogo lombardo le agitazioni operaie più importanti del secondo dopoguerra, prime fra tutte la lotta degli elettromeccanici del '60 -'61 e quella per il contratto di categoria del '62-'63. Da parlamentare, fu estensore, nel 1967, della prima proposta di legge sullo Statuto dei Lavoratori.

Attraverso la sua vita, questo volume ripercorre le tappe, normative e di lotta, del cammino dei lavoratori italiani verso l'acquisizione di diritti più avanzati. La ricerca effettuata mette in risalto il legame indissolubile tra Sacchi, le vicende sindacali dei primi anni Sessanta e lo Statuto dei Lavoratori. In tal modo, inquadrando la questione da una prospettiva del tutto inedita, è possibile scoprire come realmente nacque lo Statuto, e come Sacchi contribuì a «costruirlo». Grazie all'analisi di documenti d'archivio, articoli di giornale e atti parlamentari, inoltre, viene qui trattata, più approfonditamente che nel passato, la storia dei metalmeccanici milanesi a cavallo tra anni Cinquanta e Sessanta.

 

L'autore

Ivan Brentari (Milano, 1987), diplomato al liceo classico G. Berchet, è laureato in Storia dell'Italia Contemporanea.

L'autore scrive:

Nel corso del recente dibattito sul Job Act molti commentatori hanno parlato dello Statuto dei Lavoratori e dell’Articolo 18 come di “totem della sinistra”. Avendo avuto l’occasione di occuparmi, tramite lo studio della vita di Giuseppe Sacchi, della genesi dello Statuto, devo dire che il giudizio mi sembra estremamente superficiale. La “persistenza” dello Statuto non deriva da un anacronistico affetto ideologico di una certa parte della sinistra italiana. Nasce semmai da profonde ragioni di radicamento storico: la storia dello Statuto è molto più lunga di quanto si creda, e non comincia nel 1970. Il primo a parlare di uno Statuto dei Lavoratori fu Giuseppe Di Vittorio il 3 dicembre del 1952 al congresso della CGIL. Aldo Moro lo inserì tra gli obiettivi del suo governo, quando si presentò il 12 dicembre 1963 alla Camera per ottenere la fiducia. Ulteriore passo verso il testo del ’70 fu, nel 1966, la legge sulla giusta causa. Nel luglio del ’67 Sacchi formalizzò la sua proposta e, a seguire, tra il ’68 e il ’69, vennero una mezza dozzina di altri disegni, l’interessamento di Brodolini, la commissione speciale di Gino Giugni, e l’approvazione definitiva, quando al ministero del lavoro sedeva Donat Cattin. Sessant’anni, dunque, nel corso dei quali lo Statuto è penetrato a fondo nel DNA dei lavoratori italiani, non solo tramite la sua applicazione, ma anche attraverso i processi storici e le lotte sindacali che l’avevano preparato. E poi c’è un’altra ragione di questa “persistenza”. Lo Statuto non fu soltanto una legge nata dalla concertazione e dalla collaborazione di forze politiche diverse, nel rispetto delle diversità e contro ogni logica unidirezionale. Sacchi elaborò la sua proposta, che poi divenne matrice dello Statuto, dopo aver consultato i lavoratori nel corso di appassionate assemblee che si tennero nei primi anni Sessanta. La legge n.300 del 1970, quindi, non è cosa di avvocati, ma viene in gran parte direttamente dalle fabbriche, ed è forse per questo che negli ultimi quarant’anni ha risposto a bisogni concreti ed è sempre rimasta, nel bene o nel male a seconda delle interpretazioni, sulla cresta dell’onda del dibattito nazionale. Questo radicamento spiega perché per cambiare lo Statuto ci sia stato bisogno di due operazioni politiche, un primo e un secondo tempo: la riforma dell’Articolo 18 del governo Monti e, ora, il Job Act. Bisognava agire per gradi. Una spallata non sarebbe bastata; due a breve distanza, sì. Io sono convinto che, anche dopo il Job Act, lo Statuto continuerà ad essere tema di dibattito e non verrà sepolto per sempre, proprio in ragione della sua lunga storia, che sarebbe antistorico pensare di poter cancellare in poche settimane, sebbene, bisogna dirlo, il clima culturale di disinteresse per la Storia, anzi quasi di “lotta contro la Storia”, non aiuti in questo senso. Per modificare una legge importante come lo Statuto, ma anche semplicemente per parlarne con cognizione di causa, sarebbe stato necessario conoscerne appieno l’evoluzione storica. È vero che la Storia va scritta e non solo studiata, però per scrivere occorre non essere analfabeti.

Postfazione di Maurizio Landini

Ho conosciuto alcuni anni fa Giuseppe Sacchi, partecipando ad una iniziativa di ricostruzione storica e di riflessione sulla lotta dei lavoratori elettromeccanici milanesi e sul Natale in Piazza Duomo del 1960. Ricordo bene — lo dissi in quella occasione — la forza che trasmetteva il suo intervento.
Sono persuaso che ciò che caratterizza l'esperienza di diri¬gente sindacale che Sacchi ha vissuto sia il segno del coraggio nell'assumere le proprie scelte, la determinazione e la respon¬sabilità nel mettersi in gioco.

Questi aspetti della personalità non si esprimono al di fuori o al di sopra del rapporto con la condizione e con il consenso di coloro che si intende rappresentare. Al contrario, proprio il rapporto con i lavoratori, di fronte alle iniziative da sviluppare, nei passaggi incerti e difficili delle lotte che non offrono esiti preventivamente garantiti, danno un significato vero al contri¬buto personale di chi svolge un ruolo di direzione.
Ritrovo questi elementi nello studio di Ivan Brentari, come filo che percorre la sua ricostruzione della vicenda sindacale e politica di Sacchi, nel periodo fra il 1956 e il 1972. Un periodo storico breve, nella sostanza un quindicennio, durante il qua¬le tuttavia cambia completamente il volto dell'Italia, così come cambia la storia del movimento sindacale e della contrattazione. Nonostante la brevità dell'arco temporale, non è possibile con¬siderare questo periodo come lo svolgimento di processi lineari e continui.

Vediamo invece una serie di passaggi complicati, di svolte e perfino di fratture, che riguardano sia l'elaborazione e il dibattito nei gruppi dirigenti, sia le pratiche sindacali e la forza, la capacità di lottare da parte dei lavoratori.
C'è una prima fase, che viene ricordata come quella dell'autocritica che impegna la CGIL dopo la sconfitta subita in fabbrica alla metà degli anni '50, che si incentra sulla necessità di un mutamento della strategia rivendicativa. Si trattò di una ricerca e di una discussione vera e profonda, nella quale si confrontarono apertamente punti di vista ed opinioni diverse. Si determinò l'avvio di un rinnovamento, ostacolato tuttavia dalle condizioni di debolezza esistenti nei rapporti di forza in fabbrica e nelle convinzioni dei lavoratori. Per anni, fino al 1958, risultò limi¬tata la possibilità di sperimentare con efficacia reale la svolta rivendicativa.

È significativa, come Brentari riporta, la valutazione che Sac¬chi esprime ancora nell'ottobre del 1958, quando viene eletto Segretario Generale della FIOM di Milano:
Il malcontento operario non si traduceva in lotta perché i metallurgici non avevano completa fiducia nelle loro forze e nella possibilità di lottare contro il padronato dal momento che si sentivano divisi.

La risposta a questo stato di cose arriva, a livello pratico, con lo sciopero delle Leghe avvenuto a Milano proprio nell'ottobre del '58 e promosso da Sacchi. La FIOM decide di agire da sola, trascinando nella lotta, nei mesi a seguire, anche le altre Con¬federazioni.
Molti avvenimenti importanti si erano manifestati nel corso di quello stesso anno, come la lotta unitaria alla OM di Brescia e il famoso episodio della scissione della FIM alla FIAT di Torino, che porta come conseguenza la nascita del SIDA, un sindacato di dichiarato collaborazionismo con l'azienda.

Decidendo di rompere con le concezioni e con le pratiche di aziendalismo e collaborazionismo, di discriminazione contro i lavoratori iscritti alla FIOM, la FIM pagò un prezzo molto elevato in termini organizzativi ed in termini di voti nell'elezione della Commissione Interna. Così motivò la decisione Giulio Pastore, Segretario Generale della CISL nazionale:
Le forme paternalistiche offendono la dignità del lavoratore e annul¬lano il carattere di contrattualità indissociabile dal rapporto di lavoro, non appena al lavoro si riconosca il suo contenuto e la sua essenzialità umana e civile.
 
Nella stessa occasione (un discorso pubblico tenuto al teatro Alfieri di Torino il 16 marzo 1958) Pastore criticava anche le for¬me di paternalismo che individuava nell'esperienza di Adriano Olivetti:
È chiaro che noi non vogliamo discutere i meriti tecnici dell'ingegner Olivetti [...] ma questo voler tutto riassumere, questo voler essere tutto: padrone, operaio, sindacato, comune, provincia, resta pur sempre una sorta di illecita pretesa a causa della quale la libertà sindacale perde la sua più profonda caratteristica.

È una testimonianza di come comincino ad affermarsi, anche nei rapporti tra le Confederazioni, nuove tendenze nel movi-mento sindacale in rapporto anche con la crescita delle inizia¬tive di lotta, che riguardano il salario, i premi di produzione, ma sempre di più le normative e l'insieme della condizione lavorativa.
L'esperienza di Sacchi nella direzione della FIOM di Milano si dispiega pienamente negli anni dal 1959 al 1963, un periodo cruciale per il movimento sindacale, che comprende al suo in¬terno la lotta per il rinnovo di due Contratti Nazionali dei mec¬canici e la vertenza vittoriosa degli elettromeccanici milanesi.

Al centro delle alterne vicende di questo periodo (la conclu¬sione del Contratto Nazionale del 1959 viene per molti aspetti considerata deludente) c'è una linea di indirizzo, una scelta e una parola d'ordine: contrattare tutti gli aspetti del rapporto di lavoro. Si discute e si lotta per il riconoscimento della contrat¬tazione integrativa, per ampliare e qualificare le condizioni e i diritti che si possono conquistare con il Contratto Nazionale.
Il contributo di Sacchi si inserisce in questo contesto.

Opportunamente Brentari riprende brani significativi della sua relazione al Congresso della FIOM di Milano del 1960:
Punto di partenza rimane la fabbrica dalla quale dobbiamo partire per realizzare e definire assieme ai lavoratori una politica che, tenendo conto dei nostri indirizzi generali, sia il più possibile aderente alle particola¬rità delle aziende ed esprima le aspirazioni di tutti i lavoratori. Questa elaborazione che parte dalle aziende deve però abbracciare il gruppo e il settore [.. .] Una elaborazione di settore o di gruppo che abbia come base rivendicazioni omogenee dà forza alla azione operaia e ci mette in condizione di conoscere la situazione in tutto il settore, le eventuali sperequazioni tra azienda ed azienda e la possibilità di controbattere i soliti argomenti dei padroni.

Credo che resti del tutto valida anche oggi la necessità di approfondire la conoscenza di come sia il lavoro nelle fabbri¬che, negli uffici e negli altri ambienti lavorativi, di come sia la condizione materiale e soggettiva delle lavoratrici e dei lavora¬tori, consapevoli — su questo punto fondamentale tornerò più avanti — del cambiamento radicale del modello delle imprese, del sistema produttivo, della rappresentanza sociale, che mette in discussione la possibilità e lo stesso significato della contrattazione.

In quel periodo l'affermazione della contrattazione colletti-va, attraverso il rafforzamento del Contratto Nazionale e attra¬verso la contrattazione aziendale, costituì la strada per rappre-sentare i lavoratori.
Brentari segue in modo accurato il percorso che conduce alla vertenza degli elettromeccanici, con l'ampiezza di una cronaca viva di quei mesi del 1960, incalzante nel succedersi di avveni¬menti diversi e spesso, nella loro novità, contraddittori.

Le lotte della prima metà del 1960 si svilupparono in maniera frammentaria ed ebbero carattere esclusivamente aziendale, senza che il sin¬dacato riuscisse ad attuare quel salto di qualità verso le rivendicazioni di settore che Sacchi aveva auspicato durante il Congresso. Parallelamente andò montando anche l'opposizione al nuovo Governo Tambroni... Il 27 aprile si svolse uno sciopero cittadino contro il Governo, che si era pre¬sentato quella mattina al Senato per ottenere la fiducia, già raggiunta alla Camera mercé i voti neofascisti [...]
In altre lotte, particolarmente in quella dell'Alfa, emergono temi di significato generale e determinanti per gli sviluppi futuri della contrattazione, come la critica all'organizzazione del lavoro e la richiesta di modificare le condizioni sulle linee di montaggio.

Non casualmente, sono protagonisti di queste lotte giovani operai, assunti da poco tempo, spesso con un contratto a sca¬denza determinata e non sindacalizzati.
In preparazione della vertenza degli elettromeccanici si imponeva la necessità di partire dalla base e dare quindi vita ad una grande consultazione di massa tra i lavoratori che permettesse di definire la carta rivendicativa valida per tutto il settore dell'elettromeccanica. Ri¬cordando a distanza di anni questi eventi, Sacchi sostenne che la FIOM aveva incontrato gravi difficoltà nella realizzazione della inchiesta tra gli operai, in quanto essa si era svolta in una situazione estremamente diffici¬le poiché nei luoghi di lavoro era proibito organizzare ogni tipo di riunione. La partecipazione dei lavoratori alla stesura della carta, tuttavia, era per il segretario un momento ineludibile della preparazione della lotta.

Senza dubbio, l'intervento e la partecipazione attiva e con¬sapevole dei lavoratori nella costruzione dell'iniziativa contrattuale è uno dei punti più significativi del rinnovamento della pratica del sindacato.
Brentari sottolinea anche il mutamento delle forme di lotta, che consente di reggere lo scontro per un periodo prolungato e di superare consuetudini restrittive. Ricorda in un suo scritto Sacchi:
Quella lotta inoltre ha avuto il merito di avere eliminato molte regole imposte dai padroni relative alle lotte e alle trattative, come ad esempio quella relativa al fatto che per iniziare una trattativa si doveva sospende¬re lo sciopero. Ebbene, in risposta a quella regola non scritta, ne abbia¬mo formulata un'altra. La lotta cessa quando vengono meno le cause che l'hanno determinata.

E ancora: più lunga è la lotta più alto sarà il prezzo dell'accordo. Così come sono state cancellate alcune regole abitudinarie del movimento operaio: non si sciopera durante la campagna elettorale, prima delle ferie, delle feste natalizie, e così via.
A questo si accompagna la capacità di imporre la lotta e la vertenza dei lavoratori elettromeccanici come un fatto politico, che conquista l'attenzione generale e una solidarietà molto vasta.
Così si costruisce il Natale in Piazza Duomo.

Nell'occasione che ho ricordato all'inizio, Sacchi disse nel suo intervento:
C'era un volantino della Confindustria che era convinta che non ce l'avremmo fatta a tirare fino alla fine. Ricordo che era il mese di luglio quando dichiarai: noi terremo fino alla fine, ci diamo appuntamento a Natale a Piazza Duomo, noi operai non crolliamo. Quando abbiamo fatto l'assemblea della FIOM c'erano tutti i dirigenti, proprio tutti, che ci han¬no detto di non andare in Piazza Duomo, perché c'è il Ministro Scelba che ha detto che non è possibile, c'è il Prefetto che ha fatto un telegramma dove dice che non vi dà la Piazza Duomo. Mi ricordo che in quella assemblea c'erano tutti. Io dissi a t hi mi spingeva a prendere la parola: il massimo che posso fare è di stare zitto, io non andrò mai dai lavoratori a dire loro di non andare in Piazza Duomo.

Brentari documenta tutte le fasi della lotta degli elettro-meccanici che con il suo andamento (segnato dalla clamorosa rottura tra la Confindustria e l'Intersind, che rappresentava le aziende pubbliche) e con i suoi risultati influenzerà la conquista del Contratto Nazionale dei metalmeccanici del 1963, il più im¬portante ed innovativo fino ad allora raggiunto dal movimento sindacale nel dopoguerra.
La conquista di risultati concreti sul piano salariale, della parità, della riduzione dell'orario di lavoro, affermano al tempo stesso una concezione dell'autonomia della contrattazione e del sindacato, con l'obiettivo di realizzare equilibri via via più avanzati nella condizione di lavoro e nei rapporti della società. Su queste basi, il percorso avviato, dopo avere subito gli effetti della prima crisi nel "miracolo economico" tra il 1964 e il 1966 e attraverso un passaggio che non è di semplice continuità, rag¬giungerà il suo punto più alto con il Contratto Nazionale dei meccanici nel 1969.

Dopo la conclusione della sua esperienza sindacale nel 1964, Sacchi prosegue l'attività politica come parlamentare del Partito Comunista Italiano. Come sostiene il lavoro di Brentari, man¬tiene una continuità con i problemi e le convinzioni, l'indiriz¬zo che lo aveva contraddistinto come segretario della FIOM di Milano.
Questa parte del lavoro di Brentari è dedicata particolar-mente a mettere in luce il ruolo di Sacchi nella vicenda che porta nel 1970 alla promulgazione dello Statuto dei Diritti dei Lavoratori. Sono pagine di notevole interesse, per ripercorrere veramente, in termini che forse non sono completamente co¬nosciuti, le diverse fasi di quella vicenda, ricavando elementi di riflessione che sono utili anche rispetto ai problemi e alle discussioni di oggi.

Penso ad esempio al dibattito che vide Sacchi confrontarsi con alcuni deputati - sindacalisti della CISL (non era ancora stabilita la norma della incompatibilità tra ruoli politici e parla¬mentari e ruoli di direzione sindacale) sul tema dell'autonomia del sindacato e sul rapporto tra questa e la Legge.
 
Un sindacalista, un dirigente del movimento operaio non può opporsi in linea di principio a che il Parlamento approvi leggi che riguardano il mondo del lavoro. Compito del dirigente sindacale e del movimento operaio è quello di opporsi in linea di principio a che il Parlamento approvi leggi che danneggino i lavoratori, di battersi però sempre in tutte le sedi a favore di tutte le leggi che in qualche modo migliorino le condizioni di vita, di lavoro, di libertà del lavoratore. La verità, la cruda verità è che a 20 anni dall'entrata in vigore della Costituzione, al lavoratore nella fabbrica non viene riconosciuto alcun diritto. E mi meraviglia il fatto che, di fronte ad una simile situazione, vi siano deputati, per di più dirigenti di sinda¬cati di lavoratori, i quali chiedono al parlamento di non interessarsi dello Statuto dei Lavoratori, di non interessarsi delle leggi per la tutela della li¬bertà dei lavoratori, e tutto questo in nome dell'autonomia del sindacato.

Non è difficile certamente cogliere l'attualità dei temi affron¬tati in questa discussione di molti anni fa, che propone nodi che sono ancora davanti a noi e che sono ancora da sciogliere.
Sono problemi che dal passato continuano ad interrogarci, in un momento della storia sindacale — e della storia più in ge¬nerale — che a mio parere rappresenta, come ho accennato, non soltanto una fase ardua e complicata (come altre volte è avve¬nuto) ma una rottura di continuità, un passaggio radicale nel modello economico e sociale, politico e culturale.

Oggi siamo di fronte ad una frantumazione del lavoro che non ha termini di paragone in tutto il secolo passato e forse, per stabilire una comparazione, bisogna tornare a periodi mol¬to precedenti. Non è una valutazione azzardata, se pensiamo alla cancellazione del potere e dei diritti di contrattazione dei lavoratori, alle richieste imperative di identificarsi con l'impre¬sa come condizione per sperare di mantenere il lavoro.
Dentro questo schema non c'è discussione possibile, non c'è autonomia, non si vede quale ruolo possa svolgere il sindacato se non quello di accompagnare processi decisi da altri, senza te¬nere conto della condizione e della soggettività delle lavoratrici e dei lavoratori.

La crisi dell'esperienza sindacale, non solo in Italia, ma in Europa e in tutti i paesi di più antica industrializzazione è per questo più profonda e radicale di quelle vissute in altri periodi del passato. La svolta necessaria per il sindacato assume gli stes¬si caratteri di profondità e di radicalità.
In questo senso ritengo fondamentale il problema della de¬mocrazia, in tutti gli aspetti dell'esperienza sindacale: nel rapporto con i lavoratori durante ogni fase delle azioni che ten-dono a riconquistare potere contrattuale, nell'apertura verso culture e bisogni nuovi e diversi che non sono racchiusi nella nostra tradizione, nel rinnovamento delle forme organizzative, della pratica quotidiana di funzionamento, nella definizione dei gruppi dirigenti.

Al di fuori della scelta di democrazia non credo sia possibile incontrare, conoscere e provare a rappresentare le nuove condizioni di lavoro per favorire le potenzialità di riaffermare il protagonismo dei lavoratori.
Per provare ad avviare questi processi occorrono analisi, oc-corrono riflessione e conoscenza ed occorre coraggio, la capaci¬tà di mettersi davvero in gioco.
Per questo obiettivo, ancora può aiutarci guardare all'espe¬rienza di Giuseppe Sacchi, operario e sindacalista della FIOM.

 

Contributo dell'autore, Ivan Brentari

 Nel corso del recente dibattito sul Job Act molti commentatori hanno parlato dello Statuto dei Lavoratori e dell’Articolo 18 come di “totem della sinistra”. Avendo avuto l’occasione di occuparmi, tramite lo studio della vita di Giuseppe Sacchi, della genesi dello Statuto, devo dire che il giudizio mi sembra estremamente superficiale.

   La “persistenza” dello Statuto non deriva da un anacronistico affetto ideologico di una certa parte della sinistra italiana. Nasce semmai da profonde ragioni di radicamento storico: la storia dello Statuto è molto più lunga di quanto si creda, e non comincia nel 1970. Il primo a parlare di uno Statuto dei Lavoratori fu Giuseppe Di Vittorio il 3 dicembre del 1952 al congresso della CGIL. Aldo Moro lo inserì tra gli obiettivi del suo governo, quando si presentò il 12 dicembre 1963 alla Camera per ottenere la fiducia. Ulteriore passo verso il testo del ’70 fu, nel 1966, la legge sulla giusta causa. Nel luglio del ’67 Sacchi formalizzò la sua proposta e, a seguire, tra il ’68 e il ’69, vennero una mezza dozzina di altri disegni, l’interessamento di Brodolini, la commissione speciale di Gino Giugni, e l’approvazione definitiva, quando al ministero del lavoro sedeva Donat Cattin. Sessant’anni, dunque, nel corso dei quali lo Statuto è penetrato a fondo nel DNA dei lavoratori italiani, non solo tramite la sua applicazione, ma anche attraverso i processi storici e le lotte sindacali che l’avevano preparato.

   E poi c’è un’altra ragione di questa “persistenza”. Lo Statuto non fu soltanto una legge nata dalla concertazione e dalla collaborazione di forze politiche diverse, nel rispetto delle diversità e contro ogni logica unidirezionale. Sacchi elaborò la sua proposta, che poi divenne matrice dello Statuto, dopo aver consultato i lavoratori nel corso di appassionate assemblee che si tennero nei primi anni Sessanta. La legge n.300 del 1970, quindi, non è cosa di avvocati, ma viene in gran parte direttamente dalle fabbriche, ed è forse per questo che negli ultimi quarant’anni ha risposto a bisogni concreti ed è sempre rimasta, nel bene o nel male a seconda delle interpretazioni, sulla cresta dell’onda del dibattito nazionale.

   Questo radicamento spiega perché per cambiare lo Statuto ci sia stato bisogno di due operazioni politiche, un primo e un secondo tempo: la riforma dell’Articolo 18 del governo Monti e, ora, il Job Act. Bisognava agire per gradi. Una spallata non sarebbe bastata; due a breve distanza, sì.

   Io sono convinto che, anche dopo il Job Act, lo Statuto continuerà ad essere tema di dibattito e non verrà sepolto per sempre, proprio in ragione della sua lunga storia, che sarebbe antistorico pensare di poter cancellare in poche settimane, sebbene, bisogna dirlo, il clima culturale di disinteresse per la Storia, anzi quasi di “lotta contro la Storia”, non aiuti in questo senso.

   Per modificare una legge importante come lo Statuto, ma anche semplicemente per parlarne con cognizione di causa, sarebbe stato necessario conoscerne appieno l’evoluzione storica. È vero che la Storia va scritta e non solo studiata, però per scrivere occorre non essere analfabeti.

 

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