Rigoletto

di Angelo de' Cherubini

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Il rigoletto
Il Rigoletto/ "Il parlamento. Biografia non autorizzata"

Introduzione

Che cosa c'entra la partita Inter-Sassuolo con la caduta del governo di Enrico Letta? L'incontro tra Matteo Renzi e l'ex Cavaliere nel gennaio 2014 segna davvero il tramonto della Seconda Repubblica? Chi sono i 101 "franchi tiratori" che nel 2013 tradiscono Romano Prodi nel voto per il Quirinale? E Silvio Berlusconi nel 2011 è davvero estromesso da un complotto di Angela Merkel?

Gli accadimenti nei palazzi del potere paiono insondabili, se non li si vive dall'interno e in diretta, come fa da vent'anni l'autore di questa biografia non autorizzata del Parlamento italiano.

Testimone dei retroscena, Giovanni Innamorati ci guida lungo i corridoi di Camera e Senato, ci spiega il perché delle mancate o cattive riforme degli ultimi vent'anni, ci racconta le reali dinamiche delle segrete stanze romane, le alleanze e i tradimenti, le manovre e i ribaltoni che hanno determinato i momenti più caldi della Seconda Repubblica. E raccoglie così un'antologia irripetibile, tra mille curiosità, della grandezza e della miseria del potere. Dove personaggi noti e meno noti, talvolta nobili, spesso indegni delle Istituzioni, si muovono con esiti e obiettivi inaspettati.
 

L'autore

Giovanni Innamorati è giornalista parlamentare dell'Ansa da oltre vent'anni

 

 

"Il parlamento. Biografia non autorizzata"
di Giovanni Innamorati
Editore Melampo
 

 

Mattarella e ""franchi sostenitori"

Il 31 gennaio 2015 il parlamento in seduta comune ha elet¬to Sergio Mattarella dodicesimo presidente della Repubblica, al quarto scrutinio, con 665 voti rispetto ai 505 che costituivano la maggioranza assoluta, e rispetto ai 620 che gli sarebbero dovuti giungere da tutti i gruppi che ufficialmente lo sostene¬vano. Insomma anziché i "franchi tiratori" questa volta ab¬biamo avuto i "franchi sostenitori": qualche parlamentare, nel segreto dell'urna, ha disobbedito al proprio partito e ha scritto Mattarella sulla sua scheda, anziché infilarla bianca nell'urna. E questo è avvenuto tra i grandi elettori di Forza Italia.

Rispetto al 2013 i "morti e feriti" non si sono registrati nel Pd che, con i suoi 444 grandi elettori, era di nuovo il parti¬to che aveva l'onere della proposta. Eppure la situazione di partenza non era migliore di quella di due anni prima: i tre partiti maggiori (Pd, Fi, M5S) erano spaccati al loro interno, e molti degli attori in campo volevano usare quella elezione per un'operazione politica. Se tutti hanno lodato la sagacia e l'abilità di Matteo Renzi, che si è confermato vero leader in questo passaggio, nessuno ha speso una parola per la lealtà di Pier Luigi Bersani, un politico che forse è rimasto in solitaria con questa qualità. La caratteristica di questa elezione è stata il repentino cambio di "schema di gioco" da parte di Renzi, che ha messo nel cassetto l'asse con Fi, con cui una settimana prima aveva approvato la legge elettorale in Senato, in favore dell'asse interno al Pd, con i bersaniani, con cui si era scontra¬to fino ad allora.

Quando a metà novembre Giorgio Napolitano ha prean-nunciato a Renzi l'intenzione di dimettersi a metà gennaio (lo farà poi il 14), il premier ha tentato inutilmente di convincerlo ad attendere l'apertura dell'Expo 2015, cioè maggio. L'obiettivo di Renzi era approvare definitivamente la legge elettorale, con la terza lettura alla Camera da chiudere per aprile, e com¬pletare la seconda lettura, sempre alla Camera, della riforma del bicameralismo, senza doverla interrompere per le elezioni presidenziali. Ma Renzi non ha potuto fare altro che prendere atto della volontà di Napolitano.

Per l'elezione del nuovo presidente, Renzi aveva due obiettivi politici: eleggerlo subito e a colpo sicuro, per marcare la propria capacità di leadership; scegliere una persona che in-carnasse il ritorno al ruolo tradizionale del presidente della Repubblica, chiudendo l'eccezionalità inaugurata da Napoli-tano nel 2011 e prolungata dal parlamento nel 2013. Quindi una figura come quella di Romano Prodi non rientrava nello schema, perché la sua fortissima caratura internazionale avrebbe inevitabilmente accentuato il profilo "presidenziali-sta", sullo stile di Napolitano; inoltre il nome del professore metteva terrore a parecchi parlamentari ex Ds ed ex Ppi che con lui si erano scontrati in passato.

Hanno puntato su Prodi, invece, quanti nel Pd hanno ten-tato di eleggere un presidente "contro" Renzi. L'unico a dir¬lo a viso aperto è stato Pippo Civati. Ma hanno perseguito l'obiettivo anche Nichi Vendola e Sel (salvo una "conversione a u" all'ultimo secondo) e i bersaniani più duri, come Alfredo D'Attorre e Stefano Fassina. Questi, il 22 gennaio, a una settimana dal voto ha accusato Renzi di essere stato nel 2013 il "capo dei 101". Quella sera stessa Prodi chiamò Bersani e gli chiese in maniera un po' secca che non venisse usato il suo nome per operazioni politiche che gli erano estranee: il professore capiva benissimo, infatti, che non aveva effettive possibilità di salire al Colle. "Romano stai tranquillo", rispose Bersani con bonomia.

E l'ex segretario del Pd mantenne fede a quelle parole. La sera del 25, infatti, ricevette, da Civati l'invito a giocare un'al¬tra partita sul nome di Prodi, insieme a M5S e a Sel. L'idea di Gianroberto Casaleggio era semplice: nelle prime tre votazioni, quelle con il quorum dei due terzi, il Pd avrebbe votato scheda bianca, nell'attesa della quarta in cui votare il candidato giusto; ebbene se in questi tre scrutini fossero emersi 200 voti per Prodi, il Pd come avrebbe potuto poi negare il suo appoggio al quarto scrutinio? I grandi elettori di M5S e Sel arrivavano a circa 150, bastava un'altra cinquantina di dissidenti del Pd. Bersani disse a Civati in modo netto: "Il nome di Prodi, o quello di un altro, contro l'unità del mio partito, io non lo sostengo".
 
L'operazione poteva essere tentata lo stesso; una parte dei Pentastellati ci ha provato, dovendo poi rinunciare per le divisioni interne. Infatti questa operazione doveva comunque pas¬sare per le "Quirinarie", cioè le consultazioni online. Occor¬reva che Prodi fosse portato come candidato principale sostenuto da tutti, o quasi, i grandi elettori. Invece alla riunione dei parlamentari, il 27 gennaio, spuntò Alessandro Di Battista che insistette affinché fosse inserito il nome di Bersani tra i candidati. Come anche altre volte in passato, il Movimento, quando si spacca, calcia la palla in tribuna: e così che le "Quirinarie" decretarono la vittoria di Ferdinando Imposimato, l'anziano ex magistrato vicino al M5S: un candidato di bandiera, sicuramente perdente, ma che evitava tutti i rischi di un confronto con gli altri partiti.

Sul fronte destro, invece, Angelino Alfano e Pier Ferdi-nando Casini puntavano a un'operazione politica estranea alle questioni di governo: favorire il riavvicinamento a Silvio Berlusconi, in vista delle elezioni regionali della primavera 2015. Di qui gli incontri Fi-Ncd-Udc a livello di capigruppo, ma anche un confronto tra i tre leader, il 19 gennaio, alla vigilia di quello tra Berlusconi e Renzi. Nell'incontro il premier inaspettatamente si sentì proporre il nome di Casini, oltre a quello di Giuliano Amato, da sempre il candidato ideale dell'ex Cavaliere. L'operazione perseguita da quest'ultimo, poi, era sempre la stessa: mandare sul Colle qualcuno che gli concedesse la grazia senza che lui la chiedesse. Berlusconi era ancora convinto che un Amato o un "dalemiano" (per esempio Anna Finocchiaro) lo avrebbe riabilitato una volta salito al Quirinale. E Casini su questo gli aveva dato ampie rassicurazioni.

Su Giuliano Amato ha speso i propri buoni uffici Massimo D'Alema che, come nel 2013, si è mosso in totale indipenden¬za anche da Bersani, con contatti pure con Gianni Letta. Tuttavia D'Alema non è più parlamentare e quindi nei due anni trascorsi da inizio legislatura ha perso le proprie "truppe": il grosso dei "dalemiani" si è messo in proprio dando vita alla corrente dei cosiddetti "giovani turchi", che dialoga con Renzi e non più con l'antico mentore; altri hanno scelto vie diverse.

Decisamente con più fortuna si sono mossi gli ex Popolari del Pd, che hanno saputo superare la divisione delle due correnti, quella di Dario Franceschini (a cui fa capo anche l'area vicino a Piero Fassino) e quella di Beppe Fioroni. La candi-datura di Mattarella, infatti, è nata da un loro "patto", sancito — come sbagliarsi? — il 14 gennaio in una cena in un ristorante vicino al Pantheon. Inoltre i due hanno convinto della bon¬tà della candidatura di Mattarella due esponenti vicinissimi a Renzi, come il vice-segretario del Pd Lorenzo Guerini e il sottosegretario alla Presidenza Graziano Delrio. Mattarella poteva compattare tutto il Pd, compresa la minoranza, innanzi tutto perché notoriamente non era ben visto da Berlusconi.

Il pur mite professore palermitano aveva assunto in passato po¬sizioni in contrasto con l'ex Cavaliere: nel luglio del 1990 si era dimesso, assieme ad altri quattro ministri della sinistra Dc, per protestare contro la legge Mammì, quella che ha garantito nei successivi decenni a Berlusconi il monopolio televisivo; nel 1999, per un intero anno, quando era vicepremier del governo D'Alema, era riuscito a bloccare l'ingresso di Fi nel Partito popolare europeo; sempre nel 1999 aveva promosso la nuova legge sulla par condicio. Insomma, è stato il suggerimento di Franceschini, se Renzi fosse stato abile a proporre questa candidatura in un certo modo, essa sarebbe potuta ap¬parire come "anti patto del Nazareno", acquisendo consensi anche tra la minoranza interna.

Quando Renzi, in un colloquio il 17 gennaio, ha fatto il nome di Mattarella a Bersani, ha incontrato in lui una persona ben disposta, ma non tanto per il motivo appena visto. L'ex segretario sembrava più preoccupato dello strapotere di Renzi che non di Berlusconi, ed era convinto del fatto che Mattarella avrebbe saputo assumere una posizione terza rispetto al governo, non schiacciata su Renzi, dicendogli dei no quando ce ne fosse stato bisogno.

Cosa che i bersaniani rimproverano a Napolitano di non aver fatto. Gli altri nomi emersi in quel colloquio erano quelli di Piero Fassino, di Pietro Grasso, di Pier Carlo Padoan e di Anna Finocchiaro, in un'ottica di accordo con Fi. Nell'incontro del 20, prima citato, tra Renzi e il leader di Fi, quest'ultimo chiese al premier una rosa di tre-quattro nomi, entro cui egli avrebbe potuto scegliere.

In questo tourbillon di nomi, la decisione da parte di Renzi di puntare su Mattarella imponendolo a Berlusconi è stata presa il 27 gennaio, alle 17.30, quando il Senato ha approvato la riforma elettorale con il sì di Forza Italia. In questa riforma Berlusconi è riuscito a ottenere una cosa per lui molto importante, e cioè i capilista bloccati in ogni collegio; ebbene — questa era la scommessa di Renzi — l'ex Cavaliere, anche se si vedesse imposto un presidente della Repubblica non scelto insieme, non avrebbe la forza di rompere sulle riforme, perché rischierebbe che nella lettura alla Camera l'Italicum verreb¬be cambiato in quel punto a cui lui tiene tanto. E soprattutto senza il patto del Nazareno Berlusconi non sarebbe in grado di reggere l'assalto al partito da parte del suo rivale interno, e cioè Raffaele Fitto.

Ma, per non consegnarsi nelle mani di possibili franchi tiratori del Pd, un passo importante era stato compiuto la mattina alle 8, quando Renzi era andato a prendere un caffè a casa di Sergio Mattarella, all'ora in cui questi era rientrato dalla mes¬sa. In questo conciso colloquio Renzi ottenne la disponibilità di Mattarella a mantenere la candidatura anche se al quarto scru¬tinio non ce la si fosse fatta, e fosse stato necessario un quinto.

Il giorno dopo è quello decisivo: alle 8 Renzi incontra i deputati del Pd e alle 9 i senatori, e dice che il candidato sarà uno in grado di compattare il Pd. Ma visto che a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca, il premier riferisce che ha ottenuto la disponibilità a mantenere la candidatura in caso di un primo insuccesso. Discorso ripetuto alle 11 a Pier Lu¬igi Bersani, al quale dice che il nome scelto è quello di Ser¬gio Mattarella, che sarà di lì a poco comunicato a Berlusconi.
 
Quando alle 13, a Palazzo Chigi, il leader di Fi si sente fare non l'attesa rosa di nomi, ma solo quello di Mattarella, capisce immediatamente di essere caduto nella trappola di Renzi, ma di non aver contromosse per uscirne. Su Mattarella ci sono già 541 voti del centrosinistra, e sarà lui il presidente della Repubblica, anche qualora Ncd e Udc gli dovessero negare i loro consensi e si dovessero accodare a Fi per mantenere questo loro patto sul Quirinale.

Curiosamente ad andare su tutte le furie non è Berlusconi ma Alfano, che il 29, giorno del primo scrutinio, vive il suo dramma. "Non è in discussione la figura di Mattarella ma il metodo seguito da Renzi", dice il ministro dell'Interno, che si sente scavalcato. Invece Renzi quel giorno vive il proprio trionfo nell'Assemblea dei grandi elettori Pd, alla quale co-munica ufficialmente il nome di Sergio Mattarella, che sarà votato dal quarto scrutinio. Rosy Bindi in lacrime abbraccia il suo arci-nemico e al momento in cui Renzi chiede di votare la decisione per alzata di mano si vedono tutte le mani ben tese in alto. I parlamentari Dem postano sui rispettivi profili Facebook e Twitter fotografie con immagini di esultanza e unità, che nel Pd si erano viste solo all'atto di nascita nel 2008.

Alfano si ritrova in casa due opposte reazioni. I due capigruppo di Ncd, Nunzia Di Girolamo e Maurizio Sacco¬ni, guidano il fronte dei contrari al nome di Mattarella, con il secondo che rassegna le dimissioni dal suo ruolo, seguito dalla portavoce del partito, Barbara Saltamartini, ex An, che addirittura annuncia di voler abbandonare Ncd. All'opposto una ventina di senatori e deputati siciliani, con in testa Renato Schifani, spingono perché il partito cambi posizione e voti Mattarella. Il 29 pomeriggio, un importante senatore siciliano di Ncd mi spiega: "Se non votiamo perché diventi presidente un siciliano, a casa non ci fanno tornare; non ci fanno nemmeno sbarcare dall'aereo!".

Venerdì 30, giorno in cui si svolgono il secondo e il terzo scrutinio, Ncd è ancora impigliato nel proprio dilemma. Circolano le ipotesi più varie, perfino quella che i grandi elettori "alfaniani" non partecipino al voto. Sono questi boatos che spingono nel pomeriggio Renzi (che segue le operazioni dalla sala del governo a Montecitorio) a incontrare Alfano. "Angelino tu sei il ministro dell'Interno, e che fai? Non partecipi al voto per l'elezione del presidente della Repubblica?" — è la sintesi del discorso — "Già la scheda bianca è una decisione pesante, ma la non partecipazione al voto apre scenari impre¬vedibili... Io con te lavoro bene, ma se fai scelte inconsulte, poi le conseguenze possono essere pesanti".

La sera del 30 nuova riunione Ncd-Udc per decidere il da farsi, mentre Alfano smentisce le voci secondo le quali Renzi lo avrebbe minacciato di chiedere un rimpasto al futuro presidente. Finalmente la mattina del 31 gennaio, alle 8, l'ennesima Assemblea dei grandi elettori Ncd-Udc decide di votare per Sergio Mattarella. Una cinquantina di "franchi sostenitori" di Forza Italia porteranno lo "score" di Mattarella a quota 665. Solo due in meno rispetto alla quota due terzi. Il giorno del giuramento, martedì 3 febbraio, Mattarella tiene un applauditissimo discorso a Montecitorio (42 applausi): "Nel linguaggio corrente — dice tra l'altro — si è soliti tradurre il compito del capo dello Stato nel ruolo di un arbitro, del garante della Costituzione.

È un'immagine efficace. All'arbitro compete la puntuale applicazione delle regole. L'arbitro deve essere e sarà imparziale. I giocatori lo aiutino con la loro correttezza". Alle 12, alla cerimonia di inse¬diamento al Quirinale, c'è tra gli invitati anche Berlusconi, con l'escamotage che si tratta di un ex presidente del Consiglio. Al termine non c'è alcun saluto tra Mattarella e l'ex Cavaliere, ma questi come ai vecchi tempi crea un capannello di giornalisti ai quali racconta una barzelletta sui siciliani e la lupara, mentre in¬sulta Rosy Bindi al suo passaggio ("mi meraviglio che un uomo come lei si sia commosso tanto"): Berlusconi è sempre lui, e le sue mosse ormai prevedibili.

Nella vicenda delle dimissioni di Napolitano resta il mistero sulla loro data. L'ex capo dello Stato aveva sempre insistito sulla necessità di riforme costituzionali. Queste sono state bloccate a una settimana dalla loro approvazione alla Camera proprio dalla necessità di eleggere il successore di Napolitano, e questo passaggio ha creato tensioni fortissime che ne hanno perfino messo in dubbio l'approvazione. Perché Napolitano non abbia voluto attendere fine gennaio per dimettersi non si
è capito.

 

 

 

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