Rigoletto

di Angelo de' Cherubini

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Il rigoletto
"Il sommo bene". Il libro che racconta Carmelo Bene

Nell’ottobre del 2002 si tenne alla GAM di Torino, per iniziativa di Edoardo Fadini, il convegno internazionale "Le arti del Novecento e Carmelo Bene". Intervennero in quell’occasione, a sei mesi dalla sua scomparsa, attori, fotografi, pittori, scenografi, compositori, drammaturghi, critici, docenti, scrittori, organizzatori teatrali, i cui contributi offrono i più vari punti di vista sulla storia dell’uomo e dell’artista. Questo volume, che vede le stampe dopo molti anni e vicende editoriali complesse grazie alla tenacia del curatore, raccoglie quelle testimonianze - il ricordo commosso o divertito, gli interventi critici, l’analisi delle tecniche di scena, gli appunti di ricerca, l’aneddotica brillante, i tentativi di "comporre un mosaico sempre più definito e completo del fenomeno Bene" - finendo col delineare un vero e proprio memoriale per colui che aspirava a essere immemoriale.

"Quando si vorranno tirare definitivamente le somme, tentando un bilancio dell’avventura artistica e delle vicende attraversate nel Novecento dalla cultura dello spettacolo, il nome di Carmelo Bene sarà avvicinato a quello dei grandi cercatori di teatro.

La scena italiana - e con essa la letteratura e il cinema, la drammaturgia e la televisione: tutti territori esplorati da una genialità febbrile, vorace, inesauribile - ha avuto senza dubbio in Carmelo Bene un maestro assoluto.

Il rigore del suo talento multiforme, solo parzialmente mascherato dagli eccessi cercati e dagli scarti dell’indisciplina (una vera e propria poetica, in lui) trova paragone possibile soltanto tra i rabdomanti delle avanguardie storiche. Quando si progettava e si sfidava un secolo d’arte." (Sergio Colomba)

L'Autore
Rino Maenza imprenditore e produttore culturale, è stato del 1980 uno stretto collaboratore di Carmelo Bene, come curatore discografico della sua opera e progettista del sistema di amplificazione e trattamento dei suoni delle sue performance teatrali.

il sommo bene
 

Il Sommo Bene
di Rino Maenza
20 euro, 428 pagg
Editore Kurumuny

Carmelo Bene ospite di Carmelo Bene. La serata del 27 giugno 1994 al Maurizio Costanzo Show
GIAN PAOLO CAPRETTINI

Proprio il fatto di essere insensata dona alla televisione il suo charme, la sua irresistibilità, il suo successoH.M. Enzensberger

Il viso di un altro pianeta

I cosiddetti "occhiacci" di Carmelo Bene rappresentano il punto culminante della sua prestazione, chiamiamola così, al Maurizio Costanzo Show del 27 giugno 1994: in quel momento, il primissimo piano televisivo, sgargiante nella sua inutilità, ci proietta un Carmelo Bene che, soltanto se sappiamo davvero chi è, fa funzionare l'immagine e la rende comprensibile, altrimenti, per un qualsiasi analfabeta televisivo sembrerebbe un mascherone...Ma quando farmelo Bene sbarra gli occhi? Li sbarra quando trova in sala un giovane che gli rivolge la parola in modo delirante. 'Delirante', beninteso, nei termini di chi veda la scena mediante la televisione e non per chi sappia di trovarsi in un teatro, quello in cui si svolge la trasmissione, e dove nulla è delirante perché tutto è sottomesso al linguaggio spettacolare. In effetti la teatralità ammette, prevede una autor- ialità, l'esistenza di un piano predisposto, persino di un copione mentre la televisione gode di una falsa spontaneità e soffre di `cronachismo', di linguaggio della diretta come se tutto av-.venisse esattamente quando viene fatto vedere. E allora, di conseguenza, in teatro si apprezza, si valuta mentre in tivù si giudica.Il giovane che lo interroga entra in quei vortici speciali della lo'gica discorsiva di Carmelo Bene, attraverso la quale essere e non essere, qualcosa e il nulla, tutto e il contrario di tutto si inseguonocome dentro un labirinto.

Tornano alla mente le prodigiose affermazioni di Wittgenstein, capiamo che i due, e prima di tutto Carmelo Bene, ci stanno dando delle «configurazioni incostanti» (Tractatus logico-philosophicus, trad.it., Einaudi, Torino 1974, 2.0271) e non degli oggetti sussistenti: il loro discorso non ha significato, è sostanza espressiva, vertigine vociferante.Vediamo, come si è detto sopra, comprovato il punto di vista di Enzensberger secondo cui la tivù è pura contingenza o, come sosteneva Kierkegaard nel Diario del seduttore: «L'essere per gli altri è sempre una cosa dell'istante».La realtà tutta, il mondo, sono davvero - sostiene Wittgenstein - fatti come immagini (Tractatus 2.141) ma lo spettatore analfabeta, quello con cui platealmente gioca Maurizio Costanzo, non può saperlo e crede di trovarsi di fronte a una quasi-recitazione, a una follia e non invece a una immagine, cioè a una lezione di filo- soffia sul "come", a una prestazione metalinguistica.Bisogna, in altri termini, convenire che gli occhiacci - il "come" espressivo di Carmelo - sono il frutto di un primissimo piano e dunque costituiscono un'espressione cinematografica, audiovisiva, prima che spettacolare o scenica, ciò per cui Ejzenàtejn avrebbe detto che «quando avete dato il personaggio con la sua faccia, con ciò è detto tutto» (Stili di regia, trad.it., Marsilio, Venezia 1993, da una lezione del 1934).

Carmelo Bene è ovviamente consapevole di trovarsi in tivù e chiede così uno zoom sui suoi occhi, ci fornisce un guardare in macchina che va oltre la drammaturgia teatrale, cercando di trasformarsi in stato di cose e non in punto di vista di una rappresentazione.Vediamo dunque gli occhi di Carmelo Bene in una modalità surreale e non in quanto dotati di intento soggettivo: abbiamo l'effetto di raccapriccio, come notava Ejzengtejn, distinto da chi ce lo trasmette e dunque è vero quanto affermava Wittgenstein che «l'immagine presenta la situazione nello spazio logico, il sussistere e non sussistere di stati di cose» (Tractatus, 2.11). Il raccapriccio è appunto l'effetto della constatazione che il sussistere e il non sussistere possono venire offerti insieme, insieme con quel darsi a vedere che «non disturba il corso degli avvenimenti, non lo scompagina [...] ma lo conserva integro» (Ejzengtejn).Che cosa scrisse un celebre periodico teatrale russo nel 1913 lo ricorda Jurij M. Lotman - quando l'attore teatrale Jurij Jur'ev interpretò una parte cinematografica? «Quando queste parti di un viso che sembra provenire da un altro pianeta cominciano a muoversi, rispecchiando i sentimenti che scuotono l'anima, ne deriva qualcosa di orripilante e di infinitamente comico laddove invece dovrebbe essere molto commovente» (cit. in Dialogo con lo schermo, trad. it., Moretti e Vitali, Bergamo 2001, p. 148). Abbiamo dunque raggiunto la configurazione visiva di uno stato d'animo - e questo dobbiamo semplicemente capire; tuttavia, attenzione, si tratta di un puro significante espressivo senza che insieme vi sia il contenuto corrispondente di quello stato d'animo; e questo semplicemente perché Carmelo Bene vuole darci il "come" di uno stato di cose e non una precisa situazione psicologica.

Sia pertanto lo spettatore, anche il telespettatore per una volta, a decidere un qualsiasi proprio atteggiamento, qualsiasi perché comunque inutile.•Gli spettatori in cerca d'autoreUn cane e un gatto corrono dentro un labirinto - la televisione: uno dice "Io sono l'essere", l'altro "Io sono il non essere", ma intanto corrono tutti e due. Questo giovane voleva essere ancora più paradossale di Carmelo Bene, voleva dimostrare di mettersi dalla sua parte, di aver capito la sua lezione ma Carmelo Bene, nella trasmissione, rifugge dall'idea di poter venire identificato in qualche cosa, valutato o giudicato.CB difende il suo non esserci di fronte a tutti gli altri, il suo "come" assoluto e questo è un fatto, per chi è in televisione, il più anticonvenzionale possibile. Tutti, tutti vanno in televisione per esserci e Carmelo Bene invece ci va per non esserci, per non essere preso per quello che è: è qualcosa di inconcepibile, quasi un estremismo che soltanto un attore totale, una persona di quel tipo poteva inventarsi, contando che la televisione è il luogo dove normalmente chiunque cerca di esibire il meglio, con la certezza o la fiducia? - che gli altri ne possano dare un giudizio. Carmelo Bene, al contrario, dice che dell'approvazione dei presenti non gliene importa assolutamente niente, e nello stesso tempo in modo assolutamente contraddittorio cerca di guadagnarsela.L'aspetto più intrigante di quella trasmissione, di quell'"uno contro tutti" è che nessuno davvero si accorge che quello lì davanti è Carmelo Bene personaggio di se stesso; tutto viene invece condotto come se in realtà ci fosse qualcuno che sulla carta d'identità ha scritto un nome e un cognome, e si è presentato in televisione come ospite.In quel CB invece non c'è nulla di autentico né nulla di falso. Ma nell'errore di prenderlo come il CB uomo reale, oppure come CB personaggio cadono tutti: i giornalisti, prima di tutto, che sono in quei frangenti le vittime designate da Carmelo Bene e che, appena aprono la bocca, vengono da lui interrotti utilizzando le loro prime battute in un senso totalmente straniante.E allora CB butta dentro la sua costruzione sintattica sotto forma, se vogliamo, di un Bergonzoni in veste sacralizzata: ci sono domande giustamente da giornalista, ma lui in quel momento, come sottolinea più volte, si sente sopraelevato rispetto a loro, cioè sul palcoscenico, finché a un certo punto dice a una signora "È inutile che lei si senta offesa da me, perché io sono al di sopra e se lei è di sotto non è colpa mia".Quello seduto lì al piccolo tribunale di Costanzo è dunque una figura retorica, un doppio scenico, non è lui in senso proprio, e CB difende questa idea teatrale del suo Io che si snatura salendo sul palcoscenico e andando in televisione.

Questo speciale tipo di naturalezza, questa visione radicale rende ridicolo fargli delle domande come se fosse l'allenatore di una squadra di calcio o un politico: l'idea di interrogarlo, ossia di ottenere delle risposte non ha nessun senso, perché lui si rende inavvicinabile, è un puro sé non oggettivo. E nessuno dovrebbe interrompere il suo monologo, un monologo che ha tuttavia bisogno del sostegno, di una "spalla" cioè degli interventi del pubblico - per poter proseguire.Dunque CB proclamando che nulla gli interessa, che le domande sono tutte sbagliate non fa in realtà nient'altro che convocare sul palcoscenico l'interlocutore in qualità di attore, offre una parte al suo pubblico. E il primo piano, così paradossale così grande, che lo riporta alla maschera tragica, espressione che lui naturalmente detesterebbe, fa capire quanto sia impresentabile, «irrappresentabile». Quello che noi vogliamo vedere di lui è tutto ciò che non si può vedere, cioè non c'è nulla che possa venire oggettivamente trasferito, impresso in qualche immagine. CB ne era perfettamente consapevole come ricorda Cosetta G. Saba nella sua monografia (Carmelo Bene, Il Castoro Cinema, Milano 1999, pp. 97-98) citando l'intervista del '78 a Maurizio Grande: «La camera ferma [...] serve per proiettare gli attori in piena violenza, con testoni in primissimi piani [...]. Quando ti guardi in questo specchio e ti riconosci imbecille e ti accorgi e sai benissimo che tutto quello che stai facendo è irrappresentabile...».

Tutto ciò anche i suoi amici lì presenti non lo hanno capito e costringono a sospendere la,performance, a tornare con i piedi per terra, pretegdendo da lui complicità e gradimento per marcare narcisisticamente la loro diversità dalla massa dei paria, dei poveretti in mezzo ai quali si trovano mescolati. Quando poi paternalisticamente Costanzo gli mette una mano sulla spalla per farlo stare un pochino più calmo, CB si sottopone ironicamente: in quel momento si vedono le sue spalle che si abbassano, si rimpicciolisce un poco e sembra che prenda fiato...Ecco, dopo la diastole degli occhi spalancati tocchiamo la sistole, il momento di umiltà e di ricarica.Il viaggio all'AvernoÈ però con Franco Citti che si vive un momento speciale, un viaggio all'Averno, alla ricerca di un'arte perduta: qui ho capito che basta prendere due righe di un frammento di Orfeo, e precisamente una battuta dell'Agamennone di Eschilo: «Con la sua voce egli condusse ogni cosa nella gioia» (da G. Colli, La sapienza greca, Adelphi, Milano 1970, vol. I, p. 129) per cogliere un atto speciale della poetica di Carmelo Bene, quello appunto di condurre nella gioia attraverso la voce. Questa è gioia non contingente, interna alla visione gnostica che CB dichiara di avere, in cui non c'è passato presente e futuro, per cui CB parla di reincarnazione, fa delle teorie apparentemente stravaganti, insegue fantasmi sugli spalti della cultura.L'estraneità dall'ordinario è la capacità di cogliere la totalità dell'essere non nella sua finitezza ma nella sua mancanza di inizio e di fine, come dice lui spesso, sicché si possono fare i viaggi agli inferi quando si vuole, e Citti lo reclama, vuole morire con lui, vuole andare da un'altra parte, vuole non essere più lì, gli chiede di portarlo con sé, e CB ne ha un po' paura.In quel momento CB è come se mimasse la solitudine, il silenzio, l'essere appartato, fa delle citazioni strepitose dei Padri del deserto, cita Tertulliano che ha studiato da giovane, rende tutto incredibile, e Citti funziona veramente come Orfeo. In quel momento si poteva davvero cogliere la sensazione che il contesto televisivo si fosse rarefatto, che non ci fosse più il teatro Parioli, che non esistessero altri che Citti e Carmelo Bene.Nonostante la creazione di una certa aura mistica, quel teatro tuttavia è contaminato dallo studio televisivo: c'è contesa, c'è gente che rumoreggia, che condivide o dissente, e CB commenta in maniera sarcastica: "Vedete che applaudono sempre quando non dico niente?". Oppure: "Vedete che applaudono quando non ce n'è bisogno?".

Così CB trasgredisce il patto comunicativo, si esautora dal puro ruolo di mittente ed esautora chi lo ascolta dal ruolo di spettatore.A questo punto diventa normale andare a leggersi qualsiasi cosa di un qualsiasi «stronzo di poeta» - come CB sentenzia nella trasmissione; potrebbe trattarsi perché no di Fernando Pessoa, per esempio, che all'inizio di Fiat lux scrive: «In una visione davanti a me il mondo/ è fiorito come una bandiera spiegata che improvvisamente/ mostri colori e segni sconosciuti./ Con un senso ignoto, evidente/ e sempre ignoto, ha dispiegato le sue linee/ di significato di fronte al mio passivo stupore./ Il mondo esteriore e quello interiore sono diventati una cosa sola».Prendiamo quest'ultimo verso come un'affermazione, sentiamolo risuonare nella nostra mente con la voce di Carmelo Bene, ma apprezziamolo anche come un atto di fiducia verso un medium - la televisione - che, nonostante tutto, riesce, benché assai raramente, a trasferire in noi qualche valore semiotico, cioè un senso di persistenza culturale e di tenace fiducia nell'arte, mantenendo accanto gli uni agli altri «i versi dei poeti, i segnali dei satelliti, le grida degli animali» - per usare un'espressione efficacissima di Jurij M. Lotman (La semiosfera, trad. it., Marsilio, Venezia 1985, p. 69).Tutto alla fine sembra che si tenga, come dietro un sipario trasparente.

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