Rigoletto

di Angelo de' Cherubini

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Il rigoletto
Rigoletto/ Figli dei boss, vite in cerca di verità e riscatto

Questo è un libro di storie e di storia. Racconta uno spaccato dell’Italia conosciuto solo superficialmente: i figli dei boss. Nati e cresciuti in famiglie di Mafia, Camorra, ’ndrangheta e Sacra corona unita, questi “eredi” sono protagonisti consapevoli o inconsapevoli della storia della criminalità organizzata italiana. I “figli” sono considerati boss di diritto, anche se non vogliono; perché portano il cognome di chi negli anni ‘70, ‘80 e ‘90 ha scritto alcune tra le peggiori pagine della cronaca nera nazionale.

Il testo si sviluppa in tre sezioni: la prima dedicata ai figli dei boss che hanno cercato e trovato una strada alternativa ai circuiti criminali familiari; la seconda dedicata al progetto “Liberi di scegliere”, rivolto ai minori figli di ’ndrangheta; la terza focalizzata sui figli di Riina e Provenzano: boss mafiosi tra i più noti in Italia. L’autore ci porta in questo mondo attraverso ricostruzioni storiche, incontri e interviste con i figli dei boss, i loro amici, i membri della loro famiglia, magistrati, giudici, avvocati e psicologi.

Figli dei boss. Vite in cerca di verità e riscatto
Edizioni San Paolo 2019, pp. 224, euro 17,00
di Dario Cirrincione

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L'Autore

DARIO CIRRINCIONE, nato a Palermo nel 1983. Giornalista professionista dal 2009. Ha iniziato questo mestiere a 17 anni, a Palermo, lavorando al Giornale di Sicilia e a Tgs; poi ha collaborato con Il Sole 24 Ore, il Corriere della Sera, l’agenzia di stampa Italpress e riviste settoriali. Dal 2010 a Sky Tg24 ha curato il coordinamento editoriale onair e online del Tg e il settimanale di approfondimento Hashtag24. È stato inviato a Cipro durante la crisi del 2013, a Bruxelles e Strasburgo per seguire l’attività dell’Ue; in Austria e Ungheria per raccogliere le storie di immigrati e rifugiati. Oggi lavora nelle Media Relations di Terna S.p.A.

 

Introduzione di Calogero Gaetano Paci

I figli dei boss sono inevitabilmente destinati a seguire le orme dei loro padri? O esiste anche per loro la possibilità di condurre una vita normale, lontana dal crimine? Quanto pesano sulle loro vite i percorsi criminali dei genitori?Attorno a questi interrogativi ruota il libro di Dario Cirrincione che ha innanzitutto il merito di raccontare una serie di storie vere attraverso un dialogo a viso aperto con i diretti protagonisti, tutti provenienti da famiglie la cui vita è stata drammaticamente sconvolta dalla Mafia.Interrogativi non retorici, perché le storie dei figli dei boss garamente hanno un andamento ed un approdo scontato verso un lieto fine, nonostante il sistema valoriale mafioso tenda ad esaltare l'idea di una infallibile affermazione economica e personale, a causa dell'indissolubilità del legame di sangue che agisce da potente elemento condizionante soprattutto nei gruppi criminali di tipo 'ndranghetistico.Storie peraltro molto diverse tra loro: di chi, consapevole dell'inaccettabilità del vissuto familiare, ha avuto la forza di prenderne le distanze e riuscire a ritagliarsi un percorso autonomo e talvolta anche di successo in ambiti diametralmente opposti da quelli di provenienza, di chi invece è finito, in tutto o anche solo in parte, per ripercorrerne le orme, o di chi ancora, pur non cadendo nel delitto, non ha mai accettato l'idea che il proprio genitore fosse un criminale, giustificandone e anzi difendendone sino alla fine il ruolo e la memoria, nonostante l'accertamento dei numerosi e orribili crimini commessi.Un libro coraggioso, inoltre, perché Cirrincione, e soprattutto i ragazzi intervistati, non hanno esitato a mettere in chiaro la loro identità e le autentiche specificità di ciascuna storia, sia nella dolorosa rievocazione del vissuto familiare e criminale che nel racconto dei personali percorsi di crescita ed emancipazione.Un'operazione che ha portato l'Autore a sfidare tante insidie, a cominciare dalla possibilità, ovviamente del tutto involontaria, di assecondare il naturale desiderio dei figli di dare voce ad una narrazione esclusivamente affettivo-sentimentale del proprio contesto familiare o comunque incentrata sulla rassegnata difesa ad oltranza del determinismo che ha assicurato la continuità generazionale e la perpetuazione del potere della cosca sul territorio.Rischi che Cirrincione ha saputo evitare procedendo a delineare un trama autentica di esperienze esistenziali, coinvolgente ed a tratti anche emozionante, mediante una scrittura essenziale che scolpisce personalità, fa emergere accenni critici ed autocritici, e lascia intravedere persino desideri e pensieri nascosti di ragazzi che, pur provenendo da contesti territoriali e criminali anche molto diversi tra loro, sono accomunati dalla ricerca di una collocazione nella società fuori dalle logiche criminali.Una narrazione che costringe il lettore, anche quello più condizionato dal proprio apparato concettuale e professionale, a guardare ai ragazzi di questo libro ed alle loro storie con animo libero da ogni pregiudizio e perciò in grado di poter comprendere il loro autentico desiderio di vita che è l'esatto contrario della cultura della morte e della sopraffazione che ha caratterizzato le vite dei loro familiari.Le storie raccontate assurgono cosi a paradigma di una generazione di giovani che, senza voler o poter assumere lo status di collaboratore o testimone di giustizia, chiede di non essere discriminata.Richiesta che lo Stato non può ignorare e della quale si deve far carico al fine di offrire ai tanti figli di boss una prospettiva di vita antitetica a quella dei loro familiari, basata sul rispetto dei princìpi costituzionali e delle regole della civile convivenza, ovviamente con l'unica condizione della dimostrazione della presa di distanza da quei comportamenti che hanno segnato le vite dei loro familiari.Andare oltre la repressione si può ed è necessario e ciò deve costituire uno dei punti qualificanti della strategia complessiva di contrasto alla criminalità organizzata.L'esperienza del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria, pure ampiamente ricordata nel libro, lo sta di-mostrando, attraverso interventi selettivi e rigorosi resi necessari tutte le volte che si accerta che la famiglia, anziché essere luogo di crescita armonica, si trasforma in luogo di devianza e di conformazione criminale dellapersonalità.In tante inchieste della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria è ormai documentato l'uso dei bambini e degli adolescenti per perpetuare il modello criminale che i familiari sanno di dover cedere, prima o poi, a causa di faide o di lunghe carcerazioni, attraverso un apprendistato che ha di mira fondamentalmente l'annullamento della libertà e dell'autonomia individuale e l'acquisizione delle tecniche di gestione del potere sulterritorio.L'esperienza del protocollo "Liberi di scegliere"' consolida una prassi operativa ormai sperimentata in tanti casi, che ha dimostrato di produrre buoni risultati attraverso il recupero di tanti giovani a cui è stato offerto un sostegno concreto per sganciarsi da un destino altrimenti ineluttabile e che smentisce il luogo comune (interessato e strumentale) secondo cui lo Stato sradica in modo innaturale i figli dalle famiglie.Stupisce perciò sentire scrittori, le cui opere hanno contribuito a far conoscere il fenomeno 'ndranghetistico in tanti Paesi, o vedere testate giornalistiche online lanciare campagne di stampa contro i provvedimenti della magistratura minorile reggina, come se fosse questa la responsabile della vitalità delle organizzazioni mafiose sul territorio; soprattutto perché si rischia di lanciare messaggi fuorvianti all'opinione pubblica sulla inesistente volontà di togliere in modo indiscriminato la potestà genitoriale a coloro che sono coinvolti in vicende di Mafia con il risultato di lasciare il minore "estirpato dalle sue origini e privato del diritto alla famiglia" ed affidato a strutture pubbliche "in condizione di abbandono e di solitudine, senza l'affetto, le cure e le attenzioni di cui solo le mamme sono capaci"3.Alla base di questi orientamenti resiste ancora una malintesa concezione dell'inviolabilità dell'autonomia familiare, quasi si trattasse di uno spazio sottratto al diritto e rispetto al quale lo Stato deve rimanere indifferente; in realtà, come è efficacemente evidenziato dalla risoluzione del Consiglio superiore della magistratura che ha esteso il modello Reggio Calabria a tutti gli uffici giudiziari minorili italiani, l'intervento a tutela dei minori trova giustificazione nei princìpi costituzionali non in forza della "semplice" appartenenza ad una famiglia mafiosa ma allorquando si accerta che questa non è in grado di assolvere al proprio fondamentale compito educativo in coerenza con i valori generali che fondano la convivenza civile'.Quale alternativa di vita possono coltivare quei ragazzi che hanno (o hanno avuto) il padre per lungo tempolatitante, poi carcerato a vita o addirittura ucciso, o che subiscono anche la privazione della madre o di diversi altri familiari detenuti, se lo Stato non si fa promotore di una rete di sostegno che li conduca fuori dall'ineluttabilità del destino?Interventi pertanto che vanno valutati caso per caso con l'obiettivo non di imporre una morale di Stato ma di porre i figli dei boss, essi stessi prime vittime del sistema di relazioni brutale che hanno creato i loro padri, nella condizione di scegliere liberamente il sistema di valori cui ispirare la propria vita e formarsi una identità che non sia il frutto dei rapporti di forza criminali.Per questa ragione, l'intervento giudiziario, come è evidenziato da alcuni dei casi esaminati in questo libro, si avvale di una vasta ed articolata rete di rapporti tra agenzie educative che si fanno carico di accompagnare il minore verso la realizzazione di un progetto educativo modellato sulla sua specifica individualità e finalizzato a potenziarne la libera espressione.Alla capacità espansiva della 'ndrangheta, davvero impressionante se si guarda agli scenari nazionali ed internazionali, si può così contrapporre efficacemente, accanto al livello repressivo delle componenti militari, economiche e delle connessioni istituzionali, la progressiva sottrazione del suo capitale umano senza il quale è destinata a perdere la legittimazione sociale di cui ancora oggi gode.

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