di Francesca Sassoli
Il branco che sequestra, che violenta, che si diverte a tenere in suo potere la vittima designata. I casi di queste ultime settimane, da Guidonia a Milano, da Nettuno a Trento ci raccontano di branchi d’uomo che attaccano e colpiscono la dignità dell’individuo, violandolo, senza quasi pensare a quello che stanno facendo. La presidentessa della Società italiana sociologi per il Nord-Est, Carla Marcolin, mi spiega: “Nel branco comanda il capo, è la sua grande personalità negativa che influenza gli altri. I gregari compiono gli atti più aberranti senza quasi rendersene conto”. Già, ma come si individua il capo branco? “Difficilissimo! Stiamo ancora studiando queste personalità. Non c’è un profilo standard e il capo branco negativo si forma già nella primissima infanzia”.
Cosa c'entra il fumetto con la cronaca del branco, potreste chiedervi. I coraggiosi tipi della Alet Edizioni Becco Giallo sono usciti proprio nei giorni scorsi con la storia a fumetti del caso forse più celebre di un branco lucido, perverso, senza morale: il 29 settembre 1975 tre giovani della borghesia romani dei Parioli portano due ragazze della periferia in una villa a Punta Rossa, sul promontorio del Circeo.
Per una notte Donatella Colasanti e Rosaria Lopez verranno violentate e seviziate da Giovanni Guido, Angelo izzo e Andrea Ghira. Pensandole entrambe morte le avvolgono in un telo di plastica e rinchiudono i corpi in un’auto che abbandonano. Ma Donatella Colasanti è ancora viva e il caso sarà risolto, diventando, per tutti “
Il massacro del Circeo”. La graphic novel della Alet Becco Giallo è firmata dalle illustrazioni di
Fabiano Ambu e dallo sceneggiatore
Leonardo Valenti. Mumble Mumble li ha intervistati.
Leonardo Valenti, come si è documentato per ricostruire l'accaduto?
"Ho letto tutta la documentazione possibile. Dagli articoli di giornale dell’epoca, ai libri che trattavano l’argomento. In questo è stato fondamentale il volume 'Tre bravi ragazzi' di Federica Sciarelli che riportava tutte le deposizioni della Colasanti, di Izzo e di Guido. Poi mi sono girato Roma andato sui luoghi raccogliendo una documentazione fotografica da fornire a Fabiano".
Quali erano i punti più critici da ricostruire? Come è riuscito a non cadere nello "splatter"?
"Sicuramente tutta la parte sulla violenza. Ci doveva essere, perché senza di essa ci sarebbe stata un’omissione, una autocensura che non avrebbe giovato al messaggio della storia e al senso del progetto. Ma la violenza andava mostrata senza offendere la memoria delle vittime e dei lettori. In scrittura ho cercato di mostrare solo il necessario, dove possibile ho cercato di suggerire, visualizzando in diversi punti più gli effetti che gli atti in sé e per sé. Ed evitando nel modo più assoluto qualsiasi elemento erotico. Ma tutto il mio lavoro di scrittura non sarebbe valso a nulla senza un confronto con il disegnatore, Fabiano, con cui abbiamo condiviso una linea e definito un approccio visivo".
La storia del massacro del Circeo ha fatto epoca per l'efferatezza, ma anche perché coinvolgeva rampolli della borghesia romana, è davvero così?
"Sicuramente. Fu un brusco risveglio per tutto il ceto borghese romano. Il male si annidava anche nei loro palazzi e a compierlo potevano essere anche i loro figli. Ma il massacro del Circeo porta con sé anche altre tematiche 'calde' sia all’epoca che oggi come l’estremismo neofascista o la considerazione della donna nel tessuto normativo e quindi nella società..."
E' stato difficile inquadrare ogni singola personalià del "branco" e distribuire pesi, colpe, ossessioni e manie?
"Mi sono basato sugli atti e sulle testimonianze apprese dalle varie fonti a cui ho fatto riferimento. Ho cercato di dare, seppur con brevi flash, un quadro delle personalità dei tre e delle diverse motivazioni che hanno spinto ciascun membro del branco ad agire".
A quale pubblico è rivolto questo libro?
"A un pubblico adulto, perché è un po’ il target della BeccoGiallo. Ma anche a chi questa storia non l’ha mai sentita, quindi le generazioni successive alla mia. Penso ai diciottenni o i ventenni di oggi, forse alcuni di loro di questa storia sanno poco. Ed è giusto che ne vengano a conoscenza con un fumetto, un media a cui magari approcciano più facilmente rispetto ad altri come i libri di cronaca".
Quanto le piace il mezzo fumetto? Quali sono secondo lei i suoi valori aggiunti rispetto alle altre forme di comunicazione e di narrazione?
"Amo da morire il fumetto. E’ il mio primo amore e ho sempre voluto farne. Da adolescente li disegnavo pure. L’incontro con BeccoGiallo mi ha permesso di iniziare a realizzarli seriamente. Il fumetto è un mezzo favoloso, che ti permette di coniugare arte visiva e narrazione, sia in prosa che in poesia. Il fumetto può arrivare dove tutte la altre forme di arte non arrivano, può mischiare arte e popolarità, narrazione e visionarietà. E proprio questo mix gli conferisce un valore aggiunto. Il fumetto può ancora dire e dare molto. E spero che in Italia si riconosca sempre di più il valore artistico del fumetto e di chi li fa. Ad esempio trovo che un qualsiasi numero di una serie Bonelli qualsiasi (per citare un editore popolare) sia molto più documentato, approfondito, creativo e ben scritto di certa letteratura e certa serialità televisiva (italiana) sciatte ed inutili".