Café Philo

di Angelo Maria Perrino e Virginia Perini

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Ci sono interi dialoghi su cui pensatori e gente comune si sono arrovellati. Ci sono film che sono diventati icone della filosofia pop, come Pulp Fiction e Kill Bill. Oltre ai litri di sangue che scorrono nei film di Tarantino, una delle caratteristiche più apprezzate dal pubblico è il pensiero celato dietro ogni scena. Nulla infatti è lasciato al caso dal noto regista americano che, senza sfoggiare in maniera boriosa la propria cultura, si diletta nel veicolare riflessioni che spesso e volentieri hanno attinenza con la dottrina di Kant e Schopenhauer. Non è un caso che sia stato il primo a capire il mondo in cui tutti viviamo: quello caratterizzato da nuove e più profonde possibilità d’accesso alla conoscenza. Qualche esempio? Il discorso su Superman in Kill Bill volume secondo richiama il pensiero niciano e Bastardi senza gloria riapre il dibattito moderno sulla libertà. Platone, Rousseau, Pascal, Hegel, Kierkegaard: ci sono tutti, nessuno escluso nelle storie di Tarantino.

I suoi film sono quindi maturi per la speculazione filosofica, pongono domande impellenti sull’etica, la giustizia, la natura della casualità, il flusso del tempo e altre questioni cruciali. Lo sostengono i filosofi americani Richard Greene e K. Silem Mohammad nel libro Quentin Tarantino e la filosofia (che arriva in Italia per Mimesis), nel quale si passa proprio da un'analisi estetica sulla rappresentazione del sangue a un’analisi sulla violenza. La sposa interpretata da Uma Turman è una figura eroica, anche se motivata solo dalla vendetta? L’incesto continuerà a essere un tabù? Non per i filosofi di questo libro, che affrontano senza pudori questioni scottanti e provocatorie almeno quanto i film su cui riflettono.

UN REGISTA CULTO - E' forse il regista più importante degli anni ‘90 e uno dei pochi nella storia ad aver cambiato il modo in cui si fa cinema. Autore dalle fondamenta classiche come pochi altri è però l’unico che per raccontare ciò che gli preme usa la conoscenza del cinema che ha maturato.

Il segreto di una fama e una notorietà simili è che nei suoi film, per quanto poco concilianti, molto violenti e scomodi, ognuno inconsciamente rivede il proprio cinema, la propria storia. Django Unchained segna un punto altissimo della sua cinematografia e conferma come il più grande regista del postmoderno (quella categoria artistica in cui per le proprie creazioni si usa quanto fatto da altri cambiandone senso a piacimento), scrittore sopraffino, conoscitore ineffabile del cinema e straordinario critico cinematografico.

Tarantino ha capito che nessuno più si stupisce per un colpo di scena, che lo spettatore medio ormai conosce tutti i meccanismi del cinema e sa che questi funzionano secondo regole diverse da quelle che dominano la realtà. I suoi quindi sono stati i primi film a non essere ambientati nella nostra realtà o in una immaginaria ma simile alla nostra, quanto in quella del cinema, gli unici a svolgersi cioè in un mondo che dichiaratamente funziona secondo le regole dei film, un mondo in cui gli aerei hanno lo spazio per la katana, in cui gangster e i cacciatori di taglie sono consapevoli del loro ruolo, in cui si usano locuzioni, termini e modi di dire di altri film e nel quale tutto funziona in maniere già viste in altre pellicole.

GLI AUTORI - Richard Greene è professore associato di filosofia alla Weber state university. I suoi interessi filosofici spaziano dalla metafisica alla storia della filosofia moderna, ma il suo ambito di studi principale è l’epistemologia.

K. Silem Mohammad è professore associato di inglese alla Southern Oregon University. È autore di numerosi libri e raccolte di poesie, tra cui The Front (2009) e Breathalyzer (2008). Insieme a richard Greene è autore anche di Zombie, Vampiri e la Filosofia.

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