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Affari Europei
Libia, Castaldo: “E' una guerra per procura. L'Ue alzi la voce con chi tira i fili”

Di Tommaso Cinquemani
@Tommaso5mani

Onorevole Castaldo, quale ruolo dovrebbe avere l'Unione europea nella risoluzione del conflitto in Libia?
“L'Ue deve prima di tutto iniziare ad assumere un ruolo anche in politica estera, perché fino ad oggi tutto è passato, volutamente, da Parigi e Berlino. Lo abbiamo visto anche nella gestione della crisi ucraina. In Libia non bisogna assolutamente intraprendere la strada militare, ma intervenire su quegli Stati che stanno combattendo lì una guerra per procura”.  

Chi sono gli attori che tirano i fili da dietro le quinte?
“In Libia la fazione del generale Haftar è legata all'Egitto, agli Usa e all'Arabia Saudita. Mentre i gruppi islamisti, più o meno radicali, fanno capo a Qatar, Turchia e Sudan. In Siria il governo di Assad, sciita, è sostenuto dall'Iran, mentre la componente sunnita è sponsorizzata da Riad e Doha. Dunque è impensabile che si arrivi ad una ricomposizione di questi conflitti senza che l'Europa dica con voce ferma a questi Stati di fare un passo indietro”.

Crede alla teoria dello scontro di civiltà?
“Assolutamente no. E noi come europei dobbiamo evitare di fomentare questa lettura degli eventi che getta solo tra le braccia dei predicatori estremisti i giovani musulmani che in Europa si sentono emarginati e che non trovano lavoro”.

Spesso si fa l'equazione immigrato uguale terrorista, c'è un pericolo concreto di infiltrazione jihadista nei flussi migratori?
“Questo è un argomento usato da alcuni partiti politici per spaventare le persone, ma il rischio è minimo. La stragrande maggioranza dei migranti viene in Europa per sfuggire alla guerra o per cercare condizioni di vita migliori”.

Secondo lei come si può fermare questo flusso di persone?
“Bisogna andare alla radice del problema. Penso quindi alle guerre, ai cambiamenti climatici, allo sfruttamento delle popolazioni locali. In Libia l'Europa avrebbe dovuto avere un ruolo maggiore nell'accompagnare il Paese nella transizione democratica e invece l'ha lasciato da solo”.

La Commissione europea sta vagliano l'ipotesi di creare, nei Paesi toccati dalle rotte migratorie, degli uffici in cui chi fugge da guerre o persecuzioni può fare richiesta di asilo. È una strada percorribile?
“E' una ipotesi da prendere in considerazione, ma in posti come la Libia non ci sono le condizioni di sicurezza minime per creare questi uffici. La vera soluzione è andare alla radice del problema, riportare stabilità e crescita economica nei paesi da cui queste persone fuggono”.

Che opinione ha dell'operato di Federica Mogherini, l'Alto rappresentate Ue per la politica estera e di sicurezza comune?
“E' abbastanza positivo sul piano dell'impegno e del dialogo con il Parlamento. Il problema non è tanto lei quanto il vuoto che le stanno facendo attorno. Prima c'è stata la perdita del ruolo di vicepresidente della Commissione, andato a Timmermans. Poi il mancato invito ai colloqui di Minsk, con Hollande, Merkel e Putin. Infine la nomina da parte di Juncker di Barnier come consigliere speciale per la difesa”.

Lo scorso novembre l'Ue ha varato l'operazione Triton. L'Europa si sta finalmente assumendo le sue responsabilità sul tema migratorio?
“Trovo allucinante il modo in cui è stato concepito Triton. Mare Nostrum era una missione per soccorrere i migranti in rischio di vita, Triton è solo una missione di controllo, totalmente insufficiente. Ed è ancora più ipocrita che questo Parlamento europeo faccia un minuto di silenzio per le vittime dei naufragi quando sono stati loro i primi a scegliere una politica rinunciataria”.

Spesso si dice che i migranti che sbarcano in Italia o in Spagna dovrebbero essere distribuiti tra i vari Paesi Ue, che cosa ne pensa?
“Noi siamo favorevoli alle divisioni in quote, anche a seconda delle possibilità di assorbimento del tessuto economico di un determinato Stato”.

E cosa risponde agli Stati, come la Germania, che si tirano indietro affermando di accogliere già un numero alto di migranti?
“La retorica che sento dai Paesi del nord Europa la trovo ipocrita. Accolgono un numero di rifugiati alto, è vero. Ma bisogna tenere conto anche dei migranti che non richiedono l'asilo, ma che lasciano il paese d'origine per motivi economici”.

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fabio massimo castaldolibiaeuropasiriaimmigrazione
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