Fondatore e direttore
Angelo Maria Perrino

Europrogettazione, i consigli degli esperti per accedere ai fondi europei

Di Tommaso Cinquemani
@Tommaso5mani

La crisi economica che ha colpito l'Europa a partire dal 2008 ha lasciato sul campo molte aziende. La contrazione dei consumi, unita al credit crunch, ha dato il colpo di grazia alle imprese decotte, ma anche a quelle poco capitalizzate, in fase di avvio o con un export limitato. “E’ anche per questa ragione che negli ultimi tempi sono aumentate le società che si rivolgono a noi per cercare di accedere ai fondi europei”, spiega ad Affaritaliani.it Irene Liverani, managing director di EU CORE Consulting, una delle società più importanti che si occupano di europrogettazione.

Europrogettazione appunto, di che cosa stiamo parlando?
“Come società di consulenza nel campo della progettazione europea affianchiamo le imprese, ma anche le università e le associazioni, aiutandole ad accedere ai fondi messi a disposizione dall'Unione europea”.

Iniziamo a fare qualche distinguo, i fondi europei sono tutti uguali?
“Assolutamente no: questa è una generalizzazione da evitare. Bisogna fare una distinzione generale tra quelli gestiti direttamente dall'Unione europea e quelli che invece passano, e spesso sono cofinanziati, dallo Stato o dalle Regioni”.

Come società di quali tipologie di fondi vi occupate?
“Aiutiamo i nostri clienti ad accedere ad entrambe le tipologie, ma in prevalenza lavoriamo con i fondi a gestione diretta Ue”.

Come mai?
“Dipende dal fatto che la nostra clientela è composta in larga parte da università e centri di ricerca pubblici, per i quali alcuni programmi a gestione diretta, tra cui innanzitutto Horizon2020, rappresentano il canale privilegiato per finanziare attività di ricerca e sviluppo tecnologico”.

La burocrazia è un ostacolo così insuperabile come sembra?
“La burocrazia esiste ed è qualche cosa con cui si deve fare i conti. Come società ci occupiamo di scrivere progetti da anni e quindi sappiamo come gestirla. Quando si presenta un progetto bisogna stare attenti a come è scritto, soprattutto deve rispondere ai criteri formali e sostanziali dei bandi”.

Facciamo un passo indietro, poniamo caso che una impresa voglia provare ad accedere ai fondi comunitari, come si deve comportare?
“Prima di tutto deve individuare quale tipologia di fondi può fare al caso proprio. Ad esempio se è una impresa o una università può aspirare ad accedere ad Horizon2020, il programma per la ricerca da 70 miliardi di budget. Per le imprese ci sono inoltre bandi e iniziative specifiche finanziate attraverso il programma Cosme. Se è un cliente che lavora nella tutela dell’ambiente può accedere a Life. Se invece opera nei settori della cultura ha a disposizione Creative Europe. In ogni caso tutti i programmi sono sul sito della Commissione europea”.

Una volta individuato il programma come procedete?
“Valutiamo prima di tutto se il progetto del cliente ha le potenzialità per accedere ai fondi. In alcuni casi siamo noi stessi a sconsigliare di procedere quando non ci sono le caratteristiche giuste. La competitività è molto intensa, specie sui bandi pubblicati nell’ambito del programma Horizon2020. Se l’idea progettuale del cliente ha delle potenzialità facciamo un’analisi, stiliamo il progetto, in inglese ovviamente, e lo strutturiamo perché risponda alle richieste dei bandi Ue”.

Quanto è importante questa fase?
“E' fondamentale. I progetti sono normalmente valutati da tre esperti indipendenti selezionati dalla Commissione, che analizzano ogni singola parte del progetto e stilano un report dettagliato, attribuendo un punteggio. Un progetto scritto male, anche solo dal punto di vista formale, rischia di essere bocciato”.

Il vostro lavoro si ferma alla progettazione?
“Se il cliente vince il bando noi possiamo anche farci da parte, e a volte lo facciamo. Ma ottenere i fondi è solo il primo passo. Da Bruxelles chiedono anche un processo di rendicontazione. Significa che l'azienda o l'università deve stilare dei report, presentare fatture, contratti e produrre altra documentazione per vedere erogati i fondi”.

Ci sono dei soggetti che si occupano da soli sia della fase di progettazione che di gestione del progetto?
“Sì, ci sono. Ma sono grandi aziende, che hanno al loro interno delle professionalità specifiche. Oppure si tratta di università e centri di ricerca per i quali noi segnaliamo delle opportunità e poi si occupano in maniera autonoma di stilare i progetti. Questi enti generalmente gestiscono autonomamente le questioni di ordinaria amministrazione e ci contattano per ottenere consulenza su questioni particolarmente complesse”.

Cercando online si trovano decine di corsi in europrogettazione e ancora più società che dicono di operare in questo settore, c'è un po’ di improvvisazione?
“In questo come in altri campi ci sono soggetti con un’alta professionalità e altri che invece hanno scarse competenze. Certo, con la crisi attuale molte più persone cercano di sbarcare il lunario improvvisandosi consulenti, senza avere maturato la necessaria esperienza. Per questo è essenziale scegliere i partner giusti”.

Il nostro paese è famoso per gli sprechi e le limitate percentuali di progetti che vincono i bandi europei. Quali sono i punti di debolezza dell'Italia?
“L’Italia ha incominciato a partecipare ai bandi con maggiore ritardo rispetto ad altri Paesi Ue. L’inversione di tendenza che si sta registrando negli ultimi tempi dipende in gran parte dall’esiguità dei fondi per la ricerca nazionali, che spinge i ricercatori a guardare all'Europa. Per le aziende, invece, la maggiore partecipazione ai bandi è stata incentivata innanzitutto dalla crisi, ma anche dal fatto che l’Unione ha messo in campo nuovi programmi, specificatamente studiati per le imprese”.

Come mai le università, spesso equiparate al settore pubblico, hanno performance migliori dei privati?
“Innanzitutto perché hanno dimestichezza con l'inglese, lingua in cui sono scritti i bandi e in cui bisogna redigere i progetti. Inoltre sono spesso all'avanguardia nel campo della ricerca e fanno parte di network internazionali”.

In che modo avere contatti con altre università è un plus nel momento in cui bisogna partecipare ai bandi?
“Una delle condizioni per accedere ai programmi è avere partner europei, solitamente almeno un paio. Questo per molte imprese è un problema, anche perché le aziende che fanno innovazione hanno paura a condividere con l'esterno le proprie ricerche. Per questa ragione alcuni nuovi programmi, come Horizon2020, non richiedono più obbligatoriamente la costituzione di un consorzio”.

Se dovesse dare un consiglio a chi legge cosa direbbe?
“Consiglio a tutti di controllare i siti internet delle Istituzioni europee. L’Unione offre tante opportunità, anche in campi inaspettati. Ma molte aziende che avrebbero le potenzialità per accedere ai fondi non lo fanno, semplicemente perché non ne sono a conoscenza”.


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