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Il buono, il brutto e il cattivo
Milano briosa fra mattone e aperitivi. L'estate della capitale del Capitale

Che succede nella bella Milano, orgoglio italico e capitale del Capitale, in queste giornate canicolari? La città risplende del suo lusso sempre più improbabile, sempre meno inclusivo, esprime la necessità di diventare la vice di qualcos’altro, forse di Londra, almeno di Parigi o Berlino. Città scintillante di avvenimenti che ancora rigurgitano come nella necessità di un Expo Permanente, per bruciare istantaneamente daneé negli eventi da inventare, musica, arte, istituzioni e soprattutto mattone e mattoni sempre al centro del “dibattito”.

Il manager-Sindaco, come polo catalizzatore delle energie di cui la città è sovraccarica, cerca di trasformare senza troppa entropia, sollecitazioni che giungono da circoli sempre più esclusivi dalla zona A della zona 1, dopo il Salotto c’è il boudoir.

Milano beve, ”ride e si diverte”ed è “pieno di gnocca”, di locali transeunti e di starlette che ne incarnano lo spirito sui social o sui blog, senza inciderne la carne viva, senza modificarne la sua folle corsa verso “altro” da definire.

Nell’insoddisfazione permanente che determina l’anomalia di questa capitale mancata, si scontrano valutazioni opposte, chi la vorrebbe all’inferno e chi “lassa pur che el mond el disa ma Milan l’è un grand Milan”, grande anche nella polvere che consuma senza risparmiarsi ma nell’ipocrita accettazione supina del vizio necessario come status.

E che banche e che cambi, un luccichio che abbacina tutta la provincia italica col rumore inebriante dell’oro che diffonde a rivoli tra suoi ingranaggi lenti ma inesorabili che irreggimentano al culto del bonifico, all’espressione più alta della passione umana: la ricchezza. Ma è vera questa sterminata teoria di fuoriserie, di orologi preziosi, di tavoli prenotati con largo anticipo nei ristoranti stellati, nella Galleria di diamante e nei palazzi dei vecchi e nuovi Vicerè? Milano indigesta al paese ma affascinante come nessuna città, che trasforma l’apertura di un negozio di cellulari in un evento planetario, un rito iniziatico di appartenenza alla milanesità, faticosissima e difficile da mantenere: ci sono anch’io e vivo qui.

Eccoci intruppati nell’apericena, con i colori dei cocktail che sbiadiscono tra le preoccupazioni di grandi e piccoli cittadini, nel lavoro come religione laica, nell’impegno come carattere condiviso, anche se si deve scegliere un regalo di Natale, o una maglietta per andare a correre nelle aree dismesse o negli scali ferroviari su cui nascerà un futuro che sembra roseo.

Il petrolio in questa città esiste da sempre e si chiama trasformazione immobiliare, migliaia di fabbriche diventate oro residenziale e commerciale, il Dio Metroquadro impera e distribuisce fortune, e cambia i connotati ad un’identità sempre meno percepibile, sempre più nascosta dalla globalizzazione dello spazio, l’altra-Milano della paura, del disagio sociale, degli invisibili e dei centri di raccolta che respira, apparentemente, la stessa aria molto, molto inquinata.

Amare una città non significa non vederne i limiti e le contraddizioni, anche se dalle grandi finestre Palazzo le critiche sembrano lontane, poco influenti, forse noiose, sempre schiacciate dal rumore della macchina infernale che deve produrre reddito, che continua a inventarsi la necessità del fare senza tregua, senza pensarci tanto e senza discuterne tanto. Ma lo spritz è pronto,il grande spritz è sul tavolo sui Navigli, e anche per oggi Milano sembra avercela fatta.

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spritz

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