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Coaching
Enrico Cereda, a.d. e Presidente di IBM, e il suo approccio alla leadership

 

Enrico Cereda, lei ha raggiunto grandi traguardi in ambito professionale e attualmente è presidente e amministratore delegato di IBM Italia. Partiamo dal principio: com’è iniziata la sua carriera?

 

Agli inizi degli anni ’90, con l’ingresso in Banca Popolare di Milano dove ho avuto la possibilità di seguire i primi progetti di trasformazione digitale del settore, con particolare riferimento all’agenzia bancaria e alle sue esigenze di evoluzione. Ho così scoperto una passione che si sarebbe rivelata determinante per il mio futuro. In Ibm non sono quindi arrivato per caso.

Qui ho cominciato come responsabile del mercato banche, proseguendo alla divisione digital sales in cui ho assunto crescenti responsabilità. Dopo averne guidato la struttura, sono passato al software e questo, a partire dal 2008, mi ha aperto opportunità di lavoro e di intensa formazione all’estero: prima all’headquarter di New York, per un paio d’anni, quindi a Madrid dove sono rimasto sino al 2011 nel ruolo di direttore per l’Europa per il brand Middleware.

Tornato in Italia ho preso in carico la divisione System and Technology Group - l’intero business dell’hardware, in sintesi - e in seguito, tra il 2013 e il 2015, quella dei servizi tecnologici nel ruolo di General Manager. L’attuale incarico risale all’inizio del 2016.

 

Quali sono le tre caratteristiche personali e caratteriali che le hanno permesso di raggiungere questi importanti risultati?

 

In un’organizzazione complessa come la nostra, la rotazione dei ruoli permette di calarti in un business dalle molteplici sfaccettature sperimentando così prospettive diverse.

Le esperienze internazionali, in particolare, sono state fondamentali poiché in un mondo sempre più interconnesso e globalizzato, specie in una fase di continuo cambiamento come si è rivelato quest’ultimo decennio, l’imperativo è continuare a relazionarsi con culture e visioni diverse. La frequente rotazione degli incarichi ha quindi avuto il suo peso.

Di mio ho aggiunto la determinazione nel perseguimento degli obbiettivi, la curiosità per tutto ciò che mi circonda e una cura particolare dei rapporti interpersonali. Quest’ultima, ne sono convinto, resta l’aspetto più importante. Per un semplice motivo: il capitale umano è il bene più prezioso di ogni organizzazione.

E in Ibm, posso garantirlo, ho sempre trovato persone fuori dal comune per adesione ai valori, competenze professionali e desiderio di mettersi al servizio degli altri. Dei clienti e del contesto sociale in cui operiamo.

 

In ambito aziendale si parla molto di leadership. Quali sono le modalità che lei predilige per relazionarsi con i suoi manager?

 

Credo che il gioco di squadra resti la chiave di ogni successo. Il team che a me direttamente riporta è composto di ottimi top manager con i quali sono in piena sintonia. Ne stimo la preparazione e la capacità di dirigere le differenti aree di business e di staff, e questo fa sì che il rapporto di fiducia sia totale.

So che posso sempre contare sul loro senso di responsabilità e sull’etica professionale di cui sono portatori, due elementi capaci di alimentare la reputazione del nostro brand.

A dimostrarlo ci sono la soddisfazione dei nostri clienti e i tanti progetti realizzati per favorire la trasformazione digitale della nostra economia.

Poche settimane fa, ci tengo a ricordarlo, abbiamo festeggiato il 90° compleanno di Ibm Italia. È un traguardo raggiunto con il lavoro di generazioni di donne e di uomini straordinari che hanno scritto la storia dell’innovazione di questo Paese. Ed è, al tempo stesso, il manifesto con il quale proietteremo nel futuro le nostre ambizioni, consapevoli delle attese in noi riposte da parte di chi guarda ai processi di innovazione come leva di competitività e sviluppo.

 

Saper far crescere i propri collaboratori è un elemento fondamentale per il successo di un’azienda. Secondo lei quali sono gli asset più importanti per raggiungere questo obiettivo?

 

Sono quelli che mettono al centro le persone, a partire dal loro ingresso nell’organizzazione, avviando un percorso che avrà nella formazione continua e nello sviluppo di idonei skill il “fil rouge” della crescita.

Questo modus operandi, comune a tante aziende, trova in Ibm almeno un paio di elementi differenzianti. Il primo è offerto dai valori fondativi dell’identità dai quali non deroghiamo mai

Prendiamo le diversità, a cominciare da quella di genere. Si tratta di uno degli ambiti, insieme alla meritocrazia e all’assenza di qualsiasi forma di discriminazione, in cui siamo stati precursori, come dimostrano i 106 anni di vita della Corporation e le tappe dedicate alla sua valorizzazione. In breve, crediamo fortemente in una leadership bilanciata.

Questo ci consente di fare affidamento su competenze e stili tipici del mondo femminile, da cui nascono spinte al cambiamento e significativi risultati di business.

Così, la “task force” dedicata alle donne promuove iniziative per fare emergere il talento, sostenere le carriere - manageriali e tecnologiche - diffondere modelli di ruolo e promuovere specifiche campagne, come quelle volte a sensibilizzare le più giovani alla scelta di percorsi di studio nelle cosiddette aree STEAM.

I numeri, d’altro canto, dimostrano la bontà di un approccio inclusivo. La nostra popolazione femminile è pari al 31%, con ruoli di leadership che superano il 23%. Le donne executive sono poco meno del 20% - contro l’otto percento del dato nazionale - mentre dirigenti e quadri “in rosa” equivalgono rispettivamente al 23% e al 30% della popolazione.

Il secondo elemento differenziante, cui ho fatto precedentemente cenno, è la visione strategica che guarda ai giovani, e al loro futuro, come una risorsa di cui il Paese ha un forte bisogno.

È per questo motivo che non smettiamo di sostenerli, direttamente o tramite una collaborazione con il sistema formativo nazionale che è senza soluzione di continuità da decenni.

Tutto ciò vale per i più piccoli con iniziative ad hoc come Mathe-maraton, i programmi di Alternanza Scuola Lavoro negli Istituti di secondo grado focalizzati sulle aree del coding, del cognitive e del cloud, gli hackaton per gli sviluppatori, le stesse docenze nei migliori atenei ai cui progetti ricerca vengono puntualmente assegnati dei Faculty Award.

 

Nel suo percorso professionale ha affrontato dei momenti di difficoltà? In tal caso qual è stato il suo approccio per superarli e affrontare nuove sfide?

 

Le difficoltà non sono mai mancate ma si sono sempre dimostrate fonte di opportunità. Trovare ostacoli nel quotidiano è del tutto normale. Quando hai che fare con un mercato in continua trasformazione e con clienti a cui ti senti legato da un rapporto di partnership e ai quali devi assicurare un livello di servizio ineccepibile, i problemi non mancano di certo.

Non è il caso di portare qui esempi che, data la natura del nostro business, restano legati a un certo grado di confidenzialità. Posso tuttavia dire che la soluzione è sempre venuta attingendo alla forza di un’organizzazione globalmente integrata - composta di centinaia di migliaia di esperti in ogni ambito e geografia, continuamente connessi - e allo spirito di collaborazione che ne promana.

Quando tra i tuoi valori hai la dedizione al successo e all’innovazione di ogni cliente, e la responsabilità personale in tutte le relazioni, non c’è davvero nulla che non possa essere superato. 

 

L’Italia sta affrontando un importante fase di transizione, il processo di digitalizzazione del nostro sistema economico - orientato alla crescita della competitività sui mercati di tutto il mondo - è una sfida di grande importanza. Quale ruolo vuole assumere IBM in questo scenario?

 

Il ruolo che abbiamo sempre avuto: quello di un partner al massimo grado di affidabilità in un contesto di sfide crescenti. Ma, tengo a sottolinearlo, qui non si tratta solamente di possedere competenze di prim’ordine e una forte visione strategica.

La profonda discontinuità di cui siamo testimoni vede emergere esigenze di nuovo tipo, legate alla ridefinizione del rapporto tra l’uomo e la tecnologia, alla difesa della privacy e della sicurezza, alla costruzione di un senso di fiducia sempre più marcato.

Il nostro impegno etico nei confronti dell’innovazione tecnologica è quindi il tratto distintivo che mettiamo al servizio di imprese, istituzioni e cittadini.

Nel corso del 2017, la Ceo di Ibm Ginni Rometty ha posto due pietre miliari della nostra strategia: una sotto forma di “manifesto cognitivo”, l’altra di impegno formale in materia di responsabilità sui dati.

Se il primo chiarisce i tre principi fondamentali che governano il nostro approccio al tema dell’intelligenza aumentata - la quale preserva la centralità dell’uomo incrementandone le capacità, puntando allo sviluppo di nuove competenze - il secondo stabilisce che la proprietà dei dati e del loro valore, un vero e proprio vantaggio competitivo, rimane di chi per legge ne ha la disponibilità.

A differenza di altri, infatti, IBM non chiede di rinunciare ai relativi diritti e si impegna a non usare i dati per scopi non autorizzati. I nostri clienti, inoltre, hanno diritto a spiegazioni chiare sulle misure di protezione dei loro dati.

Del resto, IBM ha l’obiettivo di garantire all’economia digitale procedure e tecnologie di salvaguardia della trasparenza e della sicurezza improntate al rigore.

 

Secondo lei, che peso avrà “l’Intelligenza artificiale” o come la definisce lei “l’intelligenza aumentata” nel miglioramento dei processi aziendali?

 

Un forte peso, naturalmente, tanto da prefigurare scenari nella creazione di valore mai immaginati prima, con inevitabili benefici economici e sociali.

Si pensi, semplificando il discorso, all’uso crescente di sensori su una linea produttiva e alla possibilità di impiego di software di analytics e di cognitive computing in grado di analizzare i dati che ne emergono senza interruzione.

Si immagini poi la disponibilità di tali soluzioni su una piattaforma cloud, facilmente fruibili senza la necessità di procedere a investimenti in conto capitale.

Gestire con le tecnologie digitali quella massa di informazioni non solo migliora la fase di produzione - nella stessa fase di manutenzione, per esempio - ma apre le porte all’integrazione con gli altri processi, dal marketing alla fase di post vendita, dalla ricerca alla logistica.

Va da sé che tutto questo conduce alla creazione di nuovi prodotti e servizi in grado di rispondere alle esigenze del mercato e dà infine vita a modelli di business in grado di sostenere il nostro sistema manifatturiero. Il quale non ha eguali, è vero, pur avendo di fronte a sé l’esigenza di sostenere l’urto di una forte competizione internazionale, specie quella che emerge da realtà del tutto nuove.

I segnali sono incoraggianti. Ci vengono dai tanti distretti industriali la cui forza sta nella capacità di tenere insieme, con successo, i “campioni nazionali” e una filiera produttiva composta da piccole imprese. Qui le applicazioni sono già sul campo, con ulteriori spazi di sviluppo.

Ma non dimentichiamo le prospettive per tutti quei settori - cito la sanità e, per estensione la macchina della Pubblica Amministrazione, così come il turismo e l’agricoltura di precisione - in cui i benefici della trasformazione digitale devono ancora manifestarsi. Le loro potenzialità sono davvero enormi.

Dobbiamo solo prendere coscienza del fatto che tutto ciò avrà impatti nel mondo del lavoro, come è avvenuto per ogni salto tecnologico del passato. L’impiego dell’intelligenza aumentata darà vita a nuove professioni centrate su competenze di tipo diverso che quindi vanno favorite il più possibile con la partnership tra istituzioni, università e aziende.

Da questo punto di vista, le centinaia di neolaureati che IBM Italia sta inserendo faranno da veri e propri apripista per rafforzare i tanti progetti in corso nel cognitive, nella blockchain e nella cyber-security. Gli elementi abilitanti del digitale, appunto, al servizio delle imprese e del Paese.

 

Precedentemente ha affermato che il piano Calenda per “l’industria 4.0” sta dando ottimi risultati. Cosa manca all’Italia per avere una crescita più forte e duratura?

 

L’anno che ci siamo lasciati alle spalle sarà ricordato come un punto di non ritorno per il nostro sistema economico. Siamo stati testimoni di una tempesta perfetta, unica e difficilmente ripetibile, grazie alla combinazione tra misure del “Piano Calenda”, politica monetaria ultra espansiva, disponibilità di tecnologie mature e a basso costo e, non ultima, una nuova consapevolezza da parte degli imprenditori.

Tutto questo ha messo in campo strumenti ed energie importanti per accelerare l’innovazione, a livello di singola impresa e di sistema, e per far sì che questa possa fare da spinta al rafforzamento della crescita in corso, come attestano gli indicatori.

L’approccio Industria 4.0, in particolare, si è rivelato un buon esempio di politica industriale non solo per avere promosso incentivi agli investimenti in maniera orizzontale ma per aver aggiunto iniziative di rete - l’esempio degli “Innovation Hub” è paradigmatico - volte a stimolare l’aggregazione e la collaborazione ancora inespresse.

La strada da percorrere è quindi la contaminazione tra idee e progetti, la fertilizzazione incrociata tra esperienze e competenze che emergono da imprese, centri di ricerca, startup e università con l’adesione delle associazioni di categoria.

Ma attenzione: non dimentichiamoci del tema istruzione che va orientata il più possibile attraverso percorsi di co-progettazione con il mondo produttivo. Serve, insomma una “formazione 4.0”. Non è possibile che l’Italia abbia solo 9mila iscritti agli Istituti Tecnici Superiori, a fronte dei 760mila in Germania. I 50 milioni di euro in più previsti dal Miur per il triennio 2018-2010 sono sicuramente un buon segno ma non basteranno alle esigenze aperte dai nuovi scenari tecnologici. E certamente incideranno poco anche su un tasso di disoccupazione giovanile superiore al 35%.

In definitiva, siamo un Paese dalle grandi potenzialità, un unico grande ecosistema di “open innovation” che ha bisogno di essere messo in condizione di esprimersi al meglio.

Ed è qui - al fianco delle aziende sul territorio, della scuola e delle istituzioni - che Ibm proseguirà l’impegno come partner e come facilitatore di un processo di trasformazione digitale ormai ineludibile.

 

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