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Criminalmente
Il profilo psicologico del combattente e del kamikaze Isis

La minaccia rappresentata dallo Stato islamico dell’Iraq e del Levante – Isis ,altrimenti noto come Stato islamico in Iraq e Siria , è un' organizzazione terroristica da tempo attiva nel quadrante siro-iracheno, il cui modus operandi brutale e spietato, soprattutto nei confronti delle minoranze religiose non-sunnite, le ha permesso di acquisire un ruolo da leader all’interno del composito panorama jihadista.

Microstrutture  organizzate, ognuna  con compiti ben specifici, con la presenza ,al proprio interno, di gerarchi dell’epoca di Saddam e il costante riferimento all’unità territoriale dell’Islam sotto la bandiera del Califfato contribuiscono a fornire a quella che è una mera organizzazione terroristica una connotazione statuale, che ne accresce indubbiamente il suo potenziale di minaccia e il suo appeal nei confronti di aspiranti jihadisti.

Non va dimenticato che lo Stato islamico può contare su importanti risorse economico-finanziarie derivanti da molteplici  attività illecite, prima fra tutte il contrabbando di petrolio greggio, unite a finanziamenti la cui natura è' spesso poco chiara ,che hanno consentito all’organizzazione non solo di acquisire notevoli capacità logistico-operative ma anche di polarizzare numerosi giovani would-be jihadist attirati, più che da reali convinzioni di natura ideologica, dalla possibilità di facili guadagni, dalla narrativa qaedista e dalla notorietà derivante da una simile esperienza .

La struttura organizzativa del Califfato appare quindi complessa anche sotto il piano funzionale.

Ma  è' possibile tracciare un profilo della personalità degli aderenti alle milizie dell' ISIS e quella del kamikaze?

L' abbiamo chiesto al Dott. Fabrizio Mignacca, psicologo e psicoterapeuta.


Dott. Mignacca c' e' differenza tra il combattente islamico e terrorista islamico?


" 15 anni di guerra tra islam estremo e occidente, migliaia di morti, 15  anni di stragi. È chiaro che esiste un parallelo tra il coloro che combattono in difesa di uno stato islamico estremista ed il terrorista islamico. Bisogna definire le due categorie perché si rischia di fare un enorme confusione tra coloro che ad esempio hanno combattuto in Siria e gli attentatori dell’11 Settembre."


Che tipo di differenze?


" Innanzitutto combattere direttamente in un teatro bellico e farsi esplodere in un attentato Kamikaze sono modi diversi di fare guerra al cosiddetto Occidente, che hanno la stessa matrice: sono tutti di fede musulmana. L' estremismo  islamico e lo stesso bacino culturale in cui vengono addestrati i combattenti e i terroristi. La matrice culturale quindi è la stessa. L’addestramento sembrerebbe essere comune, ma è evidente come l’uso che si fa di questo  “capitale umano” della morte è diverso. In questo non c’è nessuna differenza morale che implichi qualche fonte di senso di colpa. È guerra e la guerra per costoro va combattuta in maniera totale."


Quindi una differenza nell' addestramento?

 

" È ipotizzabile che gli addestramenti siano leggermente differenti giacchè gli ultimi attentatori avevano quasi tutti fatto un periodo in Siria, mentre quelli di Madrid e di New York, ad esempio, avevano legami con Al Quaeda ma avevano maturato la loro esperienza in Cecenia , ed erano stati formati diversamente"


Esistono, secondo lei, profili di personalità specializzati all' addestramento ?


" Le cellule terroristiche hanno al loro interno necessariamente figure fortemente specializzate che hanno una preparazione superiore, mediamente parlando, al combattente. Inoltre è evidente che chi dirige ed organizza gli attentati ha una forte carica carismatica, tanto da riuscire in un intento che coinvolge primariamente la vita dei componenti della squadra."


Cosa differenzia maggiormente il profilo del combattente da quello del kamikaze?


" Un combattente  mette in programma la possibilità di morire, ma non ne è certo, un Kamikaze no: è consapevole di morire. Il profilo dell’attentatore deve essere quindi più specifico.  È chiaro come l’errore percettivo del mondo Europeo e Nord Americano, tenda ad inserire tutti nella stessa categoria. Quasi tutti i terroristi si definiscono combattenti, ma non tutti i combattenti si definiscono terroristi, anzi. L’immolazione alla causa e la volontà di perseguirla rappresentano tutta la differenza."


Quanto il gruppo influenza l' individuo?


" Non sarei così convinto infatti di poter trattare singolarmente, nella loro individualità i terroristi, in quanto essi hanno una loro specificità soprattutto nella realtà del gruppo che diventa l’identificazione di un sistema reale combattente in cui la sacrificabilità diventa eroismo e l’immolazione la pratica dell’esaltazione ideologica. Il terrorista diventa quindi un dio, ed attraverso l’atto di farsi esplodere si rende etereo ed immortale. È una cornice di senso folle ed assurda che il combattente accetta fino ad un certo punto. "


Perché il combattente non accetta il sacrificio con la sua morte?


" Per combattente la mediazione infatti è nell’arma che usa per uccidere gli altri. La causa, ritenuta sempre una giustificazione agli scopi del gruppo, non è il motivo preminente. Molto spesso infatti questi combattenti possono essere dei mercenari, estremamente abili che hanno aderito per modello ideologico, ma che tendono a mettere se stessi prima della causa stessa. Si reputano soldati dell’Islam ed in questo trovano la giustificazione della loro azione"


Quindi dei professionisti della guerra?


" Esatto, gente specializzata in tattiche di guerra non in immolazione alla guerra all’occidente. Il modello del combattente è più sfumato, maggiormente carico di individualismo e soggettività. Quando si ha coscienza di se e si ha un confine rispetto all’ideale, al di là del motivo assurdo che lo produce, non si è semplicemente parte del gruppo"


Ci può tracciare un profilo identificativo del combattente e del kamikaze?


"Sia i combattenti che i terroristi hanno quasi tutti un’età compresa tra i venti ed i trenta anni, di religione musulmana; molti di loro sono europei ,soprattutto l’ultima generazione, di solito figli o più spesso, nipoti del colonialismo o dei fenomeni migratori.

Chi organizza gli attentati di solito ha un’età superiore agli altri, il suo ruolo è più vicino a quello del combattente, laddove le sue armi sono i suoi affiliati. Usa le persone invece dei mitra. Non ha bisogno di appostarsi, conosce profondamente le tecniche di guerriglia come un combattente.Queste persone non pensano di essere vigliacchi, pensano di essere lo strumento di rivalsa di un popolo, si definiscono come martiri della causa, al di là di chi prevarrà. Non c’è altro che una falsa e deviata definizione dell’eroe moderno, del Prometeo che in questo caso si renderà immortale e perenne"


Ed in effetti, drammaticamente, questo succede.


" Esatto, dopo  gli attentati in automatico, si tende a temere tutto ciò che ha le stesse caratteristiche del Kamikaze. Nel pentolone finiscono tutti, come se chi si è fatto esplodere sia il modello ideale, l’ispirazione principale della religione Islamica. il combattente invece ha accettato la regola tipica del fatto che il fine giustifichi il mezzo e che la sua forma ed inquadramento in un supposto esercito gli fornisca la definizione di patriota, non un eroe, ma di un esponente che abbia portato avanti una causa che li definisca liberatori della causa e non martiri"

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    terrorismopsicologia

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