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Destinazione Sud
Appia, il viaggio di Rumiz sulla regina viarum cancellata dal cemento

Un viaggio sulle tracce di Cesare e Orazio, di San Paolo e Spartaco. Un anno dopo, Paolo Rumiz è tornato sui suoi passi, sulla direttrice tra Roma e Brindisi, facendo una posta a Laterza (nella Cavallerizza del Palazzo Marchesale) per raccontare il suo straordinario pellegrinaggio a piedi sull’Appia Antica: la “regina viarum” lunga più di duemila anni e 600 chilometri. Un milione di passi circa per farne muovere almeno uno in avanti alle popolazioni locali chiamate da Rumiz a «risvegliarsi e riprendersi il proprio destino dopo aver smarrito la memoria della strada attorno alla quale ruotarono Repubblica e Impero Romano». Un “risveglio” che è una scudisciata: «L’Appia non è stata devastata dai barbari nei secoli passati ma dagli italiani negli ultimi 60 anni». Cancellata dall’oblio e dal cemento, dalla noncuranza e dall’abusivismo «contro cui solo in pochi, al Sud come al Nord, provano a resistere». E oscurata dalla malapianta dell’ignoranza: della Storia e pure della Geografia. Del chi siamo – o meglio eravamo -  e del dove viviamo. Persino quando la Storia ci scorre sotto i piedi e, incuranti o peggio strafottenti, la calpestiamo senza rispetto né memoria a causa, forse, di quel qualcosa di “malato” che attraversa noi italiani da secoli e che ci costringe a rotolare nella polvere prima di sfoggiare grandi risalite.

Quello di Rumiz, allora, è un viaggio visionario e indignato, cercato e studiato su vecchie carte e percorso assieme al filmaker Alessandro Scillitani, al camminatore Riccardo Carnovalini e Irene Zambon, compagni d’avventura di un tragitto cominciato nell’agosto del 2015 e finito nei reportage a puntate di Repubblica, in un libro, un film, tre dvd e decine di spezzoni, incontri, scoperte, amicizie. E in una mostra che, nei prossimi mesi, da Roma viaggerà anch’essa verso sud, in direzione di Santa Maria Capua Vetere e Taranto.

Immagini, tracce, storie e testimonianze raccolte sulla strada che, nel 312 avanti Cristo, il censore Appio Claudio “immaginò” (era cieco) per collegare Roma a Terracina. Gli bastò puntare l’indice per segnare il tracciato, dritto come una palla di fucile sparata per 60 km, che poi sarebbe diventato il nucleo iniziale della prima autostrada del mondo. Capace - ed unica anche in questo - di collegare il Tirreno allo Ionio e all’Adriatico, tagliando gli Appennini proprio là dove una cinica orografia ha conficcato l’incrocio tellurico tra Eurasia e placca Africana. E poi giù, srotolandosi verso Santa Maria Capua Vetere, Benevento, Melfi e i feudi di Federico II “stupor mundi”, le torri saracene e la Puglia assetata, tra muretti a secco e pale eoliche, tratturi e viadotti, masserie e impianti industriali, Murge pietrose e ulivi secolari, gravine e pianure piallate dal vento e dal sole.

Un viaggio nello spazio e nel tempo dal Centro Italia a quel Sud del Medioevo che «non fu affatto un’epoca buia» e a quello contemporaneo, molto più avvilente, rappresentato dal mercato gestito dalla camorra a Fondi, dalla Gomorra della Terra dei Fuochi e dai denti di drago delle ciminiere dell’Ilva di Taranto, costruita con diabolica precisione esattamente sul tracciato della via maestra. L’ultima beffa della modernità che, come in una fiaba, tenta di nascondere il lieto fine tra le pieghe di mille contraddizioni, tuttavia riservando «sorprese e bellezze che nemmeno immaginavamo».

Scoprendo, ammette Rumiz, che dopo l’iniziale diffidenza «il Sud ha cominciato a seguirci» in quei tratti affrontati in comitiva, accompagnati dalle persone incontrate per strada e che «ascoltavano ciò che gli raccontavamo della loro Appia e della loro terra». Un itinerario nell’archeologia, nel paesaggio, nella cultura, nei cibi e tra le persone. Scorrendo gallerie di personaggi singolari come il cantautore Vinicio Capossela o come l’anziano rugoso incrociato sulla Murgia Barese che, come un bonzo orientale, elogia la lentezza del cammino: «A piedi puoi vedere, ti puoi fermare e capire».

Ed è in fondo ciò che ha spinto Rumiz, sulla soglia dei 70 anni, ad imbracciare il fido taccuino per l’ultima volta dopo 15 anni di reportage di viaggio («ho fatto abbastanza…») e a mettersi lo zaino in spalla per «andare a scoprire una strada che aveva qualcosa di molto più interessante del cammino di Santiago De Compostela: un immenso punto d’arrivo e di partenza tra Roma e Brindisi, dove il viaggio non finisce ma ne comincia un altro verso l’Oriente, Costantinopoli e la via della Seta».

Su quel selciato, fatto di pietre squadrate e appoggiate una all’altra come in un perfetto mosaico, Rumiz ha provato la durezza della fatica e l’amarezza della riflessione: «Parlare dell’Appia è ragionare di ciò che si è perduto e su cui è necessario interrogarsi». E chiedersi perché «quella Roma che allora era così presente, oggi è così lontana», perché «i Balcani che erano parte di questo tutto, ora ne sono fuori». La risposta, ancora una volta, il giornalista-scrittore la trova nell’Appia e nel viaggio dolente sui ciottoli su cui è scritta la storia: «La via Appia ricorda all’Italia il destino che essa ha dimenticato». E agli italiani dalla memoria corta «il patrimonio inestimabile che hanno sciupato e che invece va salvaguardato».

Stimolo forte attorno al quale – racconta Scillitani - «è nata una comunità, frutto di incontri casuali e insieme straordinari», che potrà rendere possibile realizzare la visione da cui è nata l’idea del viaggio: «Che l’Appia ritorni ad essere calpestata da tanti piedi». Augurandosi che a quei piedi ci siano incollate teste pensanti in grado – parole di Rumiz -  «di prendere coscienza d’appartenere ad una grande leggenda, d’essere parte di un patrimonio di cui devono riappropriarsi». Però senza aspettare, è il monito dell’uomo venuto da Trieste, «che sia il Padreterno ad occuparsi del vostro destino: fatelo voi, sindaci, cittadini, studenti». Un piccolo esercito, come la gloriosa 10 legione Partica,  pronto ad una “battaglia civile” per strappare l’antica via maestra all’incuria e alla cattiva coscienza.   

Solo così l’Appia Antica, da tesoro scandalosamente abbandonato, potrà divenire una specie di nuovo cammino di Santiago. Nato dal basso e reso possibile grazie alla forza unificante di quella vetusta e semisconosciuta striscia di pietra che ora, è l’auspicio finale del sindaco di Laterza Gianfranco Lopane, può trasformarsi in una potente attrattiva per il turismo lento in uscita dalle traiettorie di massa delle grandi città d’arte. Del resto, ogni buon viaggiatore sa che un lungo cammino comincia sempre con un piccolo passo.  

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