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Destinazione Sud
Barilla acquista grano tarantino: nel Mulino Bianco anche il prezzo è etico

Nel mondo buono del Mulino Bianco c’è posto anche per il grano tarantino. Di più: Barilla lo acquista ad un prezzo etico. Il colosso italiano della pasta e dei prodotti da forno innalza così la sua bandierina in Puglia, granaio d’Italia, e soprattutto conquista la piazza di Taranto: una realtà in cui l’agricoltura è spesso costretta a confrontarsi, talvolta ad essere confusa, con i temi dell’ambiente e della salute. Le ciminiere dell’Ilva, del resto,  occupano l’orizzonte anche quando non si vedono.  

Barilla, però, guarda parecchio oltre: filiera corta e grano made in Italy al 100 per cento. Risultato già centrato con il marchio Voiello, passato velocemente dal grano americano a stelle e strisce a quello tricolore, più in là da venire – come fa sapere il Gruppo di Parma – per l’intera gamma: «Il raggiungimento del 100% di grano duro italiano per tutta la produzione di pasta non rappresenta un obiettivo al momento fattibile, soprattutto nel breve termine. Il nostro obiettivo è di aumentare la quota di grano nazionale nelle nostre miscele contestualmente con un miglioramento della qualità, in linea con quanto ci richiede il consumatore e raggiungendo l’obiettivo del 100% di grano sostenibile». In pratica, si lavora all’italianità della politica di acquisti, mantenendo sostenibilità, sicurezza e qualità e offrendo così garanzie importanti sia alle aziende produttrici che ai consumatori perché il grano è controllato dal campo alla tavola.

C’è tutto questo nell’accordo tra Barilla e Global Fresh Fruit, il Consorzio tarantino (con sede a Massafra) che riunisce decine di aziende e mira a diventare punto di riferimento del mercato grazie a questo contratto di filiera: il primo del Meridione. Barilla chiede frumento di alta qualità e con un disciplinare produttivo certificato, i produttori “sognano” la giusta remunerazione: il livello d’equilibrio è a quota 26 euro per un quintale di grano “Aureo”, varietà in grado di garantire eccellenti parametri in contenuto proteico e forza del glutine. Affare fatto, allora. Prezzo minimo garantito già alla semina, più un “ritocco” - ma solo in aumento - in base a un calcolo basato sulla media, in un dato periodo, della quotazione del grano duro al listino della Borsa merci di Foggia. Su questa base solida il presidente del Consorzio, Francesco De Filippis, può quindi offrire uno sbocco al grano della sua azienda e a quello dei tanti produttori che stanno entrando nella filiera: 18 due anni fa, 56 quest’anno, 150 per la prossima campagna produttiva, tutti distribuiti in una zona dell’arco ionico che va da Laterza a San Giorgio Jonico. Con un raccolto che cresce a ritmi elevati, schizzando dagli iniziali 2.000 quintali di frumento a circa 6.000 (per un valore di 180.000 euro) sino ai 10-11mila previsti per il 2017. In controtendenza e fuori da un mercato che tutt’intorno sta venendo giù a pezzi.

«Tutto è cominciato due anni fa – ricorda De Filippis – quando, durante un convegno, abbiamo aperto un canale di contatto con Paolo La Cava, il manager Barilla responsabile degli acquisti di grano per il Sud Italia. Poi quel contatto è diventato un dialogo fitto e quindi un contratto che ripaga degnamente il nostro lavoro. Non è stato facile, perché quando siamo partiti non ci conosceva nessuno: avevamo 60 ettari di grano, che quest’anno sono diventati 150 e ora cresceranno sino a 250». De Filippis non mette limiti al progetto Global Fresh Fruit, ma regole chiare sì: «Si entra e si sta dentro a determinate condizioni, parametri qualitativi e produttivi. Siamo partiti col grano ma abbiamo già in corso contatti per poter stipulare nuovi contratti di filiera per la coltivazione dei legumi e per verificare la possibilità di realizzarli anche per agrumi, melograno, mandorle e piccoli frutti come ribes e more».

Un impegno serio che vale ogni sforzo profuso. Basta dare un’occhiata alle più recenti quotazioni del grano alla Borsa di Foggia: 18 euro, nemmeno sufficienti a coprire i costi di produzione. Un crollo del 40 per cento in un anno che ha mandato su tutte le furie gli agricoltori di Puglia e di mezza Italia. Troppo forte la concorrenza del grano straniero che sbarca proprio a Bari: nei primi sette mesi del 2016, calcola Coldiretti, ne è arrivato un milione di tonnellate. Di varia qualità e provenienza: Canada, Turchia, Argentina, Singapore, Hong Kong, Marocco, Olanda, Antigua, Sierra Leone e Cipro. Col risultato che un pacco di pasta su tre è prodotto con grano estero e il made in Italy diventa un optional, anche perché in etichetta non deve essere indicata l’origine della semola. Numeri preoccupanti certificati anche da una ricerca del Centro Studi di Confagricoltura: l’importazione di frumento estero è cresciuto in volume del 53% e in valore del 79,3% in tre anni (dal 2012 al 2015), con un picco di 2,7 milioni di tonnellate nel 2014.

Una vera e propria “guerra del grano” in cui a rimetterci sono i soliti produttori italiani e il Governo è arrivato buon ultimo a cercare di capirci qualcosa. Dopo tante proteste, infatti, si sta provando a costruire un argine contro la speculazione con l’istituzione della Commissione Unica Nazionale (Cun), strumento per regolare e rendere più trasparente il meccanismo di formazione del prezzo, e si punta decisamente sulla garanzia d’origine del grano con cui si fa la pasta italiana e sulla difesa dell’intera filiera cerealicola italiana. Nel frattempo, il Consorzio Global Fresh Fruit si è messo in proprio e il 4 agosto scorso a Statte ha inaugurato il primo Centro di stoccaggio dove sarà raccolto il grano duro tarantino prodotto per Barilla.

Per Paolo La Cava, manager Barilla per il Sud, è la mossa giusta per gli agricoltori: «I contratti di filiera – conferma - rappresentano l’unica “medicina” per garantire ai produttori agricoli un reddito soddisfacente in un periodo di medio termine, mettendoli così al riparo dalle oscillazioni dei mercati, e consentendo loro di operare investimenti e programmare la loro produzione». Per il Gruppo significa chiudere il cerchio dell’approvvigionamento: «La nostra strategia – spiegano da Parma - è di acquistare il grano nelle aree limitrofe ai nostri molini che sono situati in Emilia Romagna, Marche e Puglia. Oltre al grano di queste regioni ci approvvigioniamo principalmente anche nella bassa Lombardia e Veneto, Umbria e Toscana, Alto Lazio, Abruzzo, Molise, Campania orientale e Basilicata».

Uno scenario più ampio che per De Filippis ha un valore persino “sociologico” oltre che economico: «Grazie a questo progetto – rimarca il presidente del Consorzio – sono finiti i tempi in cui noi agricoltori, con il furgone carico di prodotti, la mattina presto andavamo al mercato per venderli al miglior offerente, esponendoci così a speculazioni di chi, non dando il giusto valore al nostro lavoro, imponeva il prezzo più basso possibile. Consorziarci vuol dire aumentare il nostro potere contrattuale rispetto al mercato, programmare le nostre produzioni nel medio termine e, soprattutto, farlo in un rapporto paritario con un grande gruppo. Oggi, cioè, invertiamo la rotta: non c’è solo il prezzo equo, ma stiamo costruendo una filiera di produttori e di prodotto, perché il nostro grano sarà la base della pasta tutta italiana».

«Un made in Italy vero e non di facciataaggiunge Luca Lazzàro, presidente di Confagricoltura Taranto – che vuol costruire attorno al grano, un settore in fortissima sofferenza, un modello nuovo, e mi auguro replicabile altrove, in cui i produttori non siano semplici fornitori di materia prima, ma attori principali di un sistema che senza il loro lavoro e i loro prodotti avrebbe molto meno valore. Per questo motivo, riconoscere ai nostri produttori di grano un prezzo che supera di circa il 40 per cento quello attuale di mercato, ha una valenza etica e in un certo senso anche “politica” perché inserisce un criterio di autoregolazione in un mercato in cui, spesso, vige solo la regola ancestrale del più forte. Dentro a questo perimetro s’inscrive anche un altro valore non scontato, che non smetteremo mai di ribadire: i prodotti agricoli tarantini non hanno nulla a che fare con la diossina. L’arrivo di Barilla – rimarca Lazzàro - ci consente di affermarlo non solo dal punto di vista scientifico, un’evidenza incontestabile, ma anche sul versante dell’immagine e dell’appeal verso i consumatori, aspetti più difficili da gestire perché toccano le corde dell’emozione e non quelle della ragione». Un punto su cui Barilla ha le idee molto chiare: «Acquistiamo alcuni volumi in provincia di Taranto, ma non vorremmo confondere quanto è successo nell’area urbana con le campagne della provincia di Taranto che sono equiparabili dal punto di vista ambientale con altre aree della Puglia». Capitolo chiuso.

Insomma, quando un grande marchio invece di “sfruttarli” si mette assieme a piccoli e medi produttori riconoscendogli la giusta remunerazione del lavoro, può davvero nascere qualcosa di buono: «La sostenibilità è il paradigma a cui ci ispiriamo nel nostro lavoro. È un concetto – sottolinea il Gruppo Barilla - che non si ferma agli aspetti ambientali, ma include anche quelli qualitativi ed economici. Sostenibilità significa poter garantire continuità nel tempo. Se una filiera non è remunerativa è destinata ad esaurirsi, così come se non è in grado di garantire la qualità che il consumatore richiede». E ancora: «Etica per noi significa remunerare in modo corretto il lavoro dell’agricoltore a fronte delle produzione di grano della qualità richiesta dal consumatore. Se la filiera deve essere sostenibile non si deve interrompere la catena del valore che va dal campo al piatto di pasta. La chiave quindi è partire dalla qualità e rimunerarla correttamente. Ad esempio il grano Aureo viene pagato come  i migliori grani del mondo perché ha una qualità comparabile. Ma l’agricoltore deve metterci il suo lavoro e la sua competenza per raggiungere i target qualitativi fissati. Anche in un’annata come questa che ha visto calare drasticamente la qualità proteica del grano in alcune aree del Sud, a fronte di rese unitarie molto elevate, le nostre filiere riescono a performare su livelli qualitativi ottimali, grazie al lavoro fatto per adattare la concimazione alle mutate condizioni climatiche. Questo significa impegno e competenza. Ma alla fine il lavoro viene rimunerato a garanzia di continuità e sostenibilità per il futuro».

Il giusto reddito agli agricoltori, grano eccellente e pasta made in Italy agli italiani (e non solo a loro). All’appello mancano solo Antonio Banderas e la sua gallina, per il resto sembra proprio una storia da Mulino Bianco: tutta vera, però.

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