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Destinazione Sud
La Puglia delle Bcc, anche le piccole banche hanno un’anima
Costante Leone è presidente della Bcc di Santeramo dal 2005

Differenti per natura. E per scelta. È il destino della banche di credito cooperativo che escono dalla recentissima riforma del settore rinforzate ma «senza aver perso l’anima». Costante Leone, presidente da un decennio della Bcc di Santeramo e consigliere nazionale di Federcasse oltre che della Federazione delle BCC di Puglia e Basilicata, ne è profondamente convinto: «La nostra autonomia è salva e non era affatto scontato, visto che all’inizio di questo processo di cambiamento ha rischiato seriamente di scomparire assieme a tutto il movimento cooperativo».

Bcc Italia   Federcasse
 

Parlare di banche, in tempi in cui tutto congiura contro e tira un’aria pessima, non è facile. Il presidente della Bcc di Santeramo, paesone nella Murgia del Sud Est Barese incastonato tra le province di Taranto e Matera, prova però a raccontare una storia diversa. Dove non mancano numeri, valori e simboli. E forse è anche per questo che la sede centrale della banca, un bel palazzo d’epoca in pietra chiara, è strategicamente situato in piazza: proprio affianco alla chiesa di Sant’Erasmo. Il sacro e il profano, il patrono e la banca a braccetto perché, in fondo, i soldi “sterco del diavolo” sono pur sempre concime buono per l’economia. Soprattutto in una terra dura, acquartierata tra Puglia e Basilicata, che non regala niente a nessuno: né agli agricoltori che coltivano pure le pietre, né al re dei divani Pasquale Natuzzi, che qui a Santeramo è di casa.  

bcc santeramo   sede
 

Un modello che, da quasi 60 anni, è fondato su un principio: la fiducia. Per questo ad ogni chiusura di bilancio si tira un sospiro profondo e si fa “festa”. Una festa in una famiglia “allargata”, ovviamente. Perché la Bcc, una tra le più importanti realtà cooperative di Puglia, ha alle sue spalle circa 1.300 soci e 9 filiali, 30 mila clienti in 31 comuni ai quali dar conto. Poterlo fare “dormendo la notte” e con l’abito buono di un bilancio largamente in attivo, com’è successo domenica scorsa per l’esercizio 2015, è per il presidente Leone il miglior biglietto da visita per chi intende il “fare banca” non come un marchingegno incollato maldestramente su castelli di carta, ma come contributo alla comunità: costruito sulle idee (buone) e sulle persone (migliori). E’ la banca di prossimità che non gioca coi soldi di soci e di clienti ma li tratta con cura, come fossero suoi.

«Noi ci mettiamo la faccia», scandisce Leone mentre il suo vicedirettore Rocco Natale squaderna i dati dell’ultimo bilancio. Tirandone fuori un modello rigoroso che riesce a non avere a che fare con titoli tossici, con l’alta finanza né coi finanzieri, ma preferisce raccogliere i frutti lunghi della politica dei piccoli passi e del credito che resta là dove nasce e vi dispiega il suo effetto moltiplicatore. Insomma, una banca-formica, poco rischio e risultato certo, nell’Italia in cui cantano (e qualche volta schiattano) tante banche-cicala.

Costante Leone e Rocco NataleIl presidente Costante Leone e il vicedirettore Rocco Natale
 

- La Bcc di Santeramo è un tassello del grande mosaico del credito cooperativo italiano: 364 banche che valgono quasi l’8 per cento del mercato. Allora presidente, come sta in “salute” la sua banca?

«Grazie al cielo bene. Il bilancio appena approvato si è chiuso con un utile post imposte di oltre 2,6 milioni. Abbiamo superato la soglia dei 400 milioni di raccolta totale e i 229 milioni di impieghi, con parametri tutti in crescita. Il patrimonio netto è salito a circa 73 milioni, ed è tra gli indicatori più importanti per misurare la solidità della nostra banca, anche perché più alto è questo valore più crediti alla clientela si possono concedere. L’altro indice fondamentale nel misurare la solidità della banca è rappresentato dal Cet 1, il rapporto tra capitale ordinario e attività ponderate per il rischio: più elevato è l’indice, più la banca è affidabile. Al 31 dicembre scorso il nostro si è attestato al 32%, a fronte della soglia minima regolamentare del 10,5. Ciò significa che siamo posizionati tra le prime 22 Bcc italiane, un ristretto club in cui rientra solo l’1,7% di esse».

- E il sistema Puglia-Basilicata come se la passa?

«Le Bcc delle due regioni sono federate e contano 27 banche per 151 sportelli. E’ uno dei sistemi più solidi a livello nazionale, senza criticità particolari che comunque, quando si sono verificate, sono rientrate in bonis, in zona di sicurezza».

- Nell’ultimo anno l’argomento “banche” ha fatto parecchio discutere l’opinione pubblica, molto spesso in negativo. Il caso di Banca Etruria e delle altre banche commissariate è costato caro non solo in termini di immagine…

«Sul nostro bilancio abbiamo pagato un “conto” da 60 mila euro, mentre tutto il sistema del credito cooperativo ha sborsato 225 milioni. Un costo molto alto da pagare e, voglio ricordarlo, nemmeno per nostre banche. Il credito cooperativo ha un proprio  sistema di contribuzione per risolvere le crisi interne: i panni sporchi li laviamo in casa. Quella di Banca Etruria e degli altri istituti coinvolti era una crisi conclamata da tempo e tenuta d’occhio da Bankitalia. C’erano diverse criticità e, a mio parere, bisognava intervenire prima e in maniera più incisiva: quelle banche hanno ingannato tanti risparmiatori, cui non bisognava vendere prodotti così rischiosi. Noi, In sessant’anni di storia, non abbiamo mai venduto un’obbligazione subordinata: per noi è impensabile. Farlo poi con persone di 80 anni non è nemmeno etico; magari si migliora il conto economico di qualcuno ma poi, se scoppia la crisi, i danni sono devastanti per tutti».

- Il premier Renzi, pochi giorni fa, ha detto che “in Italia è meglio che ci siano meno banchieri e più credito”. E’ una pressante richiesta minaccia o uno stimolo?

«Con noi sfonda una porta aperta: è quello che facciamo da sempre. Nel 2015 abbiamo erogato nel territorio di competenza crediti per 75 milioni di euro a famiglie e imprese: è questo il nostro target. Nel consiglio d’amministrazione siamo in nove, compreso il presidente. Ciò che chiede Renzi noi l’abbiamo fatto già da 60 anni ed è un fiore all’occhiello della nostra banca di cui possiamo essere orgogliosi».

- Il problema del credit crunch però non è una fantasia…

«Certo. Si dice che le banche non danno credito ma noi, invece, lo concediamo. Stando molto attenti, però, alla qualità del credito. E’ per questo che abbiamo solo il 2,78 per cento di sofferenze sui crediti erogati ed è un valore particolarmente basso».

- La riforma delle Bcc, definita dal vostro stesso mondo “autoriforma”, è la risposta giusta alle crisi e alle turbolenze del settore?

«Facciamo un passo indietro. Il 20 gennaio 2015 fu stralciato all’ultimo momento dal consiglio dei ministri di quel giorno un provvedimento che riguardava il credito cooperativo e, invece, vi restò quello per le banche popolari. Il nostro sistema ha fatto forti pressioni, proponendo un’autoriforma da presentare a Bankitalia, Ministero dell’Economia e Finanze e Governo. Ne è scaturito un progetto credibile rispetto ai problemi sollevati, cioè che ci sono troppe banche, poco strutturate in alcuni casi, in altri con patrimoni troppo esigui per sostenere le crisi. Dopo circa un anno abbiamo messo a punto un modello che è stato validato e quindi sostanzialmente recepito in una legge. Esso prevede una holding in cui saranno aggregate tutte le Bcc italiane attraverso un patto di coesione. In questo momento stiamo stabilendo i punti fondamentali su cui si articolerà questo patto. Tutte le novità saranno presentate in un grande congresso che si terrà a Milano in luglio, cui parteciperà l’intero mondo cooperativo. Il passaggio finale sarà la valutazione e approvazione del Mef e di Bankitalia».

- Qual è lo snodo cruciale di questo nuovo meccanismo?

«Tanto più virtuosa sarà nei suoi numeri una Bcc tanto più alta sarà la sua autonomia di gestione: è un criterio di forte merito e di spiccata virtuosità. Per le banche meno virtuose, invece, sarà la holding ad intervenire con propri uomini sia nei cda sia nelle direzioni sia negli organi di controllo. Questo è oggettivamente un bene, perché significherà prevenire crisi che poi costano care all’intero sistema».

- Che cos’è la way-out?

«E’ stato l’unico punto non proposto da noi, anzi: l’abbiamo osteggiato. Con la way-out si dà la possibilità a banche con patrimonio superiore a 200 milioni, e sono 14 in Italia, di trasformarsi in società per azioni, pagando però una tassa del 20 per cento sul patrimonio e con molti parametri che conseguentemente cambiano in peggio. Difatti, abbiamo sentore che molte di tali banche non aderiranno a questa via d’uscita e confluiranno nella holding. La capogruppo, che avrà almeno 1 miliardo di patrimonio, vigilerà sul primo gruppo di credito totalmente italiano, dotato di un patrimonio proprio che ammonta a 21 miliardi di euro».

- Cosa ci guadagnate dalla riforma e cosa ci perdete? Avere alle spalle una capogruppo sotto forma di SpA  sarà un fattore di stabilità per le Bcc e di sicurezza per soci e clienti?

«Innanzitutto, non dovremo più avere esborsi per crisi di altre banche a fronte di un sistema di prevenzione efficace. Per noi è un fatto molto positivo e ottimo per rilanciare il nostro modo di fare banca, ossia il credito cooperativo, a livello nazionale. Ed è un elemento di sicurezza e di crescita per tutti».

- Dal Bail-out al Bail-in: le nuove regole europee responsabilizzano ulteriormente il sistema bancario all’insegna del “chi sbaglia paga e di tasca propria”. E’ così?

«In buona sostanza è proprio così: non ci sono più aiuti di Stato ma è il privato ad intervenire. Del resto, è quanto previsto dalle regole a livello Ue. In caso di crisi e in certi limiti pagheranno anche azionisti, obbligazionisti strutturati e infine correntisti, ma solo per importi superiori a 100mila euro».

- Negli slogan pubblicitari la Bcc è “una banca differente”. Qual è l’anima vera e più profonda del credito cooperativo?

«Essere leader del territorio, stare vicini alle famiglie e alle piccole imprese. E’ questa la differenza: ciò che raccogliamo dai nostri depositanti lo riversiamo sul territorio, a chi vi abita e opera, artigiani e agricoltori, anche perché nasciamo come cassa rurale. È ricchezza che resta nel territorio, mentre altre banche i crediti li portano altrove. Ma facciamo di più, perché aiutiamo e sosteniamo associazioni di volontariato, sportive, religiose e culturali: quest’anno l’abbiamo fatto con 75 mila euro. Probabilmente siamo rimasti gli ultimi a finanziare le idee, le persone, perché le conosciamo e loro conoscono noi. Ci mettiamo la faccia, stando tutti i giorni sul territorio. Basta uscire in piazza per incontrare i nostri clienti e i nostri soci. Il “controllo sociale” è anche questo e funziona quanto quello tecnico di Bankitalia».

- Qual è il futuro di una banca come la vostra in un nuovo sistema che è stato delineato ma va ancora costruito e anche per questo, all’interno del panorama delle Bcc, i malumori non mancano?

«I mal di pancia si stanno stemperando e per ovvi motivi. L’alternativa è entrare in una società per azioni e perdere la licenza di banca cooperativa: è come perdere la propria anima. Al contrario, abbiamo difeso con forza gli aspetti cooperativistici e mutualistici del nostro sistema che nel 2015 rischiava di scomparire. L’autoriforma ha permesso tutto ciò e adesso, entro 18 mesi, il cambiamento sarà portato a termine. In questo scenario, la Bcc di Santeramo punta ad espandersi in modo mirato come abbiamo fatto nel Nord Barese, a Corato e Ruvo, a Matera e a Laterza, nel Tarantino».

bcc santeramo   la rete
 

- Piccolo è ancora bello, oppure diventare grandi non è più un tabù?

«In realtà per noi non cambia molto in fatto di dimensioni, ma certamente opereremo in un contesto più grande che ci rende più tranquilli e dove funzioneranno meglio i controlli. L’autonomia resta e, lo ribadisco, ha rischiato seriamente di morire. Averla difesa e mantenuta è il riconoscimento per un sistema sano e virtuoso che perciò è stato premiato. Conserviamo, quindi, i cda eletti dai soci e soprattutto il rapporto stretto col territorio e con la nostra missione: il nostro dna rimane intatto».

- Il sistema della Bcc cambia struttura, dunque, ma non la sua natura…

«Siamo e continueremo ad essere la cassaforte di un piccolo mondo antico ma sano, con un credito polverizzato ma efficiente spalmato su oltre 30mila clienti, con una bassa concentrazione del credito che offre sicurezza alla banca e ai clienti. Dopo 8 anni di crisi, ci siamo fatti molto meno male rispetto ad altre banche, abbiamo resistito grazie ai nostri anticorpi e ad una programmazione costruita pazientemente nel tempo. Abbiamo saputo anche accompagnare la diversificazione dell’economia nel Nord e Sud Est Barese, passando dal polo del salotto all’agricoltura d’eccellenza e alle piccole imprese artigiane, quindi investendo in aree con vocazioni diverse rispetto al territorio in cui è nata la banca. Sapersi adattare restando fedeli a se stessi: è questo che ha fatto davvero la differenza».

 

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