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Destinazione Sud
Psr, la santa alleanza appulo-lucana per spendere (meglio) i fondi Ue
Da sinistra Leonardo Di Gioia e Luca Braia, assessori per le Politiche Agricole di Puglia e Basilicata

Spendere diversamente per spendere tutto. E meglio. Sui fondi europei dei Piani di Sviluppo Rurale, Leonardo Di Gioia e Luca Braia si giocano una partita importante. E provano ad andare a braccetto in una sorta di “santa alleanza” appulo-lucana. I due assessori tengono in mano le redini dell’agricoltura, il primo in Puglia e il secondo in Basilicata, e l’incontro di ieri nella piana di Castellaneta Marina, a due passi dal Metapontino, è  l’inizio di un dialogo. Forse anche di un cammino comune.

Verso dove? La meta la suggerisce Paolo Rubino, ex parlamentare diessino e leader del Tavolo Verde: bisogna rimuovere tutti gli impedimenti al pieno utilizzo del Psr. Perché è vero che la Regione Puglia nell’ultima infornata di fondi europei (2007-2013) è riuscita a spendere il 99,9 per cento della dotazione, un record sotto la linea del Tevere, ma è anche vero che la Basilicata ha perso per strada sei milioni di euro. Soldi tornati a Bruxelles per via del disimpegno automatico, con buona pace della Regione e degli agricoltori.

Il problema serio è però anche un altro: non conta solo la capacità di spesa, ma la possibilità di accedervi. Non basta, infatti, allungare la mano per acciuffare i fondi europei. Di Gioia e Braia hanno le loro mani sui cordoni della borsa e conoscono le difficoltà, in tal senso, di molte aziende agricole. Una su tutte: senza Durc, niente cash. In pratica, senza la dichiarazione unica di regolarità contributiva le domande delle aziende agricole per accedere ai fondi non sono ammissibili. È sufficiente avere un debito, anche piccolo, con l’Inps o con l’Agenzia delle entrate per restare fuori dalla giostra europea. Qualcosa di più “perfido” anche delle compensazioni, il marchingegno con il quale lo Stato compensa a monte crediti e debiti delle aziende agricole, lasciandogli le briciole del saldo (quando va bene).

Con l’obbligo d’avere il Durc immacolato, invece, i fondi europei sono sì una ciambella di salvataggio ma solo per chi può permetterselo. Il fatto è che in un periodo di lunga e profonda crisi, in agricoltura la schiera dei “senza peccato” si è pericolosamente assottigliata. Arrivare a conquistare un pezzettino della grande torta europea, 1637 milioni di euro per la Puglia e 680 per la Basilicata (finanziati al 60 per cento dal bilancio Ue), può quindi diventare un remoto miraggio per molte delle 272mila aziende agricole pugliesi e per le quasi 52mila lucane.

Del resto, che la dotazione dei fondi Feasr sia fondamentale per il destino dell’agricoltura nel settennio in corso (2014-2020) lo dicono i numeri. All’Italia spettano infatti 20,86 miliardi di euro, suddivisi tra i 21 programmi regionali e quello nazionale, su un bilancio totale Ue che per un terzo, 363 miliardi, finisce proprio nella Politica Agricola Comune (Pac), il complesso e triplice sistema di sostegno all’agricoltura basato su piani di sviluppo rurale, aiuti diretti e misure di mercato.

Grandi numeri, almeno quanto quelli – molto meno invitanti - del debito contributivo di molte aziende agricole con l’Inps: un “bubbone” che si trascina da anni. Tra il 2005 e il 2008, infatti, una maxi-operazione di cartolarizzazione con le banche (Deutsche Bank e Unicredit Group) coinvolse 980mila aziende italiane, quasi 700mila al Sud, in una vasta ristrutturazione delle loro pendenze: bisognava pagare, a seconda dei casi e della rateizzazione, tra il 22 e il 39 per cento. Risultato: l’adesione si fermò all’incirca a quota 50mila, per un ammontare di 540milioni di euro su 5 miliardi di massa debitoria. Il resto? Avanti così sino al 2011, quando un decreto legge del Governo estese il raggio d’azione dell’esdebitazione, ossia la possibilità per le imprese agricole a rischio di insolvenza di accedere agli strumenti di transazione fiscale e accordo di ristrutturazione dei debiti in modo da alleviarle dall’enorme macigno che bloccava la ripresa della loro attività e che, nel frattempo, era parecchio cresciuto: 11 miliardi di euro, secondo Italia Oggi, due terzi dei quali costituiti da interessi e sanzioni. Molte aziende agricole hanno chiuso i conti col passato, molte altre non ci sono riuscite e restano nel limbo, quando non scivolano nel baratro della chiusura per debiti.

Un enorme fiume carsico che riaffiora ciclicamente ed è strettamente connesso all’altro problema che, secondo Rubino, impedisce una piena “fruibilità” dei Psr: la sostenibilità finanziaria del singolo progetto. Va da sé che se molte aziende sono indebitate con l’Inps e navigano nelle pericolose acque della crisi economica anche questo secondo pilastro finanziario vacilla assieme al Durc. Un vicolo cieco, dunque, attorno al quale si è imperniato il dibattito tra i due assessori regionali, il funzionario Ismea Gerardo Di Pietro e i rappresentanti del Tavolo Verde, con la moderazione del giornalista di Telenorba Francesco Persiani.

Il nodo, per Rubino, è gordiano: «Che senso ha parlare delle priorità dei Psr, di fondi e progetti se possono accedervi solo il 5-7 per cento delle aziende?». Inno­vazione, organizzazione delle filiere agroalimentari, gestione del rischio, tutela degli ecosistemi, contrasto ai cambiamenti climatici e ri­duzione della CO2, inclusione sociale e sviluppo eco­nomico nelle zone rurali restano sullo sfondo, quasi fossero un desiderato quanto quasi irraggiungibile traguardo.

Eppure non bisogna mollare. Rubino si appella alle istituzioni guardandole negli occhi: «Dateci una mano voi a fare tutto questo». E lancia per il prossimo 28 aprile un grande rendez-vous col sindaco di Taranto Ippazio Stefàno (presente ieri a Castellaneta Marina) e i sindaci della fascia ionica pugliese e lucana per lavorare ad una bozza sulla quale chiamare a discutere i parlamentari europei, «perché è in Europa che si fa la nostra politica agricola». Obiettivo: «Raddrizzare verso il Mediterraneo l’asse di questa politica che sinora è stato orientato verso il Nord Europa». Bisogna, cioè, spostare il baricentro europeo più a Sud, dove c’è più bisogno, quindi ripartire dalla Basilicata e dalla Puglia che «guida la conferenza degli assessori all’agricoltura, perciò ha un peso importante». Ed è qui che c’è un’agricoltura che cerca innovazione e modernità ma anche un’altra agricoltura che, invisibile, stenta a sopravvivere. «Aziende fallite e messe all’asta – ricorda Rubino -  agricoltori ricattati da strozzini e lestofanti che vogliono mettere piede nei loro campi, “assetati” da consorzi di bonifica esosi e da banche che chiudono i rubinetti del credito, sommersi dai debiti contributivi che, dopo la cartolarizzazione per gli anni ‘99-2004, sono tornati nelle mani dell’Inps».

La domanda di Rubino, allora, suona come un monito: «Chi e quanti potranno utilizzare questa occasione dei Psr, forse l’ultima?». Per allargare la base, insiste, «bisogna rimuovere gli ostacoli», aiutare le aziende che, secondo i dati Ismea, «lavorano in perdita» e tuttavia «vogliono pagare i propri debiti quanto li hanno pagati le banche nell’operazione di cartolarizzazione con l’Inps». «Così – spiega Rubino - la partita si può chiudere e le aziende non vanno in malora, così difendiamo che vuol coltivare la terra e vuol tornare “in bonis” e anche partecipare ai Psr».

La proposta che ne discende scorre su un doppio piano, chiamando all’azione le regioni per allargare l’imbuto dei Psr e l’Ismea per garantire e finanziare la rateizzazione del debito Inps. Un piano inclinato, perché difficile a farsi, ma con un fulcro fermo: «Non vogliamo privilegi ma abbiamo un’utopia: avere un mondo normale in cui i diritti siano globalizzati. In cui grano, uva e ortofrutta diventino il nostro petrolio e si vada in Europa, come fanno i francesi, per difendere i nostri interessi. Questi agricoltori sono diventati coloni, non sono più padroni della loro terra. Ecco perché Inps, Ismea, i governatori delle due Regioni Emiliano e Pittella, ma anche quelli di tutto il Sud, devono mettersi insieme per discutere di come rimettere in moto la nostra agricoltura».

La replica dell’assessore Di Gioia è franca, senza giri di parole: «La discussione sui Psr è stata spesso incentrata sui tecnicismi, sugli indicatori che pure sono indispensabili, ma dietro non dobbiamo dimenticare che ci sono persone. Però da qui si parte, da 1 miliardo e 600 milioni e altri 500 del sistema privato». A ruota, il rapporto conflittuale con le banche: «Stiamo spingendo – chiarisce - per un accordo che semplifichi la vita degli agricoltori, con tempi più veloci e meno burocrazia. Le banche si faranno carico di anticipare i soldi, per intero e su un conto dedicato, a chi ha avuto riconosciuto il beneficio. La difficoltà non è partecipare al bando ma il requisito della bancabilità, cioè avere accesso al credito. A fine mese chiuderemo l’accordo che va in questa direzione». «Inps e Ismea – aggiunge Di Gioia – sono battaglie e questioni da affrontare. I debiti sono spesso figli delle leggi di mercato e di certe restrizioni, anche europee. La conferenza delle regioni credo possa farsene carico, com’è successo sulla questione latte per la sospensione dei mutui. Fare agricoltura non è un’impresa come le altre: ha una specifica utilità per l’intero sistema di convivenza sociale, la tutela del suolo e la civile convivenza, la difesa e manutenzione del paesaggio, capace ancora di costruire un’economia legata alle nostre radici. Spesso è una scelta di vita».

Di Gioia assume la responsabilità del suo ruolo e prende impegni precisi davanti alla vasta platea di agricoltori: «Sono da subito disponibile ad andare a Roma assieme, per spiegare in maniera articolata queste posizioni che sono una chiave di lettura di come evolvono le cose. Abbiamo vincoli con l’Europa, ma margini ci sono, anche nella collaborazione con Ismea». E annuncia la sterzata che la Regione Puglia imprimerà al suo Psr: «Entro 3-4 mesi abbiamo intenzione di modificarlo. Quando l’abbiamo preso non era stato ancora approvato, abbiamo corso il rischio di perdere 210milioni e vi sono parti ancora non chiare e sottostimate, come per la zootecnia. Ci sono regole da riscrivere, soprattutto sul come dare i contributi. La revisione del secondo anno è un’opportunità, anche se siamo ancora all’inizio del percorso».

Si cambia in corsa, dunque, e in meglio: così sperano gli agricoltori. Anche per il capitolo scottante dei Consorzi di bonifica commissariati dalla Regione e incagliati nelle secche di debiti stratosferici: «Cominceremo dall’Arneo – annuncia Di Gioia - il confronto sul tributo 630, con l’Anci faremo un tavolo per verificare le singole cartelle e poi approveremo la riforma. In 13-14 anni la regione ha stanziato 400 milioni, con 130 milioni di crediti verso i consorzi che non si sa se rientreranno, 220 dipendenti con un monte stipendi da 14 milioni l’anno, la stagione irrigua che va comunque garantita. Ripartiremo instaurando un rapporto di lealtà soprattutto col mondo agricolo: i consorzi se funzionano sono uno strumento fondamentale per l’agricoltura, però prima di mandarlo a monte e chiuderli pensiamoci bene. Alla regione si deve chiedere un sistema di bonifica che funzioni bene e tuteli il territorio: in altre parti d’Italia ci sono riusciti, possiamo farlo anche noi in Puglia». Di qui l’impegno a «partecipare a tutto il processo di riforma dei consorzi anche ascoltando la voce degli agricoltori».

L’assessore lucano Braia ascolta, condivide e rilancia: «Il Psr – assicura - è un salvadanaio importante per sostenere e rilanciare il sistema, ma è fondamentale vivere in una logica interregionale e interdisciplinare. Se l’agricoltura dev’essere centrale, non si possono fare politiche a compartimenti stagni, non si possono parlare lingue diverse perché così l’azione non è efficace. Il nostro obiettivo è che la Lucania riorienti le sue politiche di sviluppo rimettendo al centro la terra, l’acqua e le foreste, che dovevano essere elementi di sviluppo e sono diventati residuali. Il petrolio può essere utile se serve ad un progetto di transizione che rimette al centro queste ricchezze sostenibili».

Braia offre risposte al tema della scarsa liquidità, della proprietà frazionata, della debolezza dell’agricoltura lucana: «Abbiamo fatto una scelta in un certo senso contraddittoria: c’è un’agricoltura in difficoltà che va mantenuta sul territorio e va messa nelle condizioni d’avere un minimo di reddito. Il meccanismo per far ciò è prendere i premi a superficie e alzare di molto il livello di sostegno, in molti casi raddoppiandolo, determinando così meccanismi per cui un agricoltore, anche senza partecipare ai bandi ma semplicemente chiedendo l’aiuto diretto, vede aumentati i suoi introiti».

Senza tuttavia dimenticare gli investimenti sui 55mila ettari coltivati a biologico che – ricorda l’assessore materano - «finanziamo con 85 milioni per mantenere l’esistente e incrementare le riconversioni». Nel Psr così si concentrano gli investimenti «ma in modo diverso dal passato, perché esso interessa molte meno persone ma a queste chiediamo di cambiare. Aiuteremo molto – sottolinea Braia - chi si aggrega, anche facendo filiere interregionali con la Puglia. Sui cerali Puglia e Basilicata producono il 40% a livello nazionale, sull’olivo il 60, per cui dobbiamo costringere il livello nazionale a stare sui nostri punti come fanno Veneto e Lombardia sul latte».

L’alleanza con la Puglia, insomma, si fa sul versante politico e anche su quello operativo, puntando «sul’innovazione e sulla politica dei marchi per vendere l’associazione prodotto-territorio». Come rendere più facile l’accesso ai Psr? La “via lucana” è già segnata: «Semplifichiamo le procedure. Ad esempio nel biologico basterà il fascicolo aziendale e nessun’altra carta. Sarà più semplice accedere al primo insediamento e metteremo le persone in grado di programmare il proprio inserimento in agricoltura».

Braia promette quindi «un impegno straordinario della pubblica amministrazione per andare incontro alle esigenze anche di chi fa agricoltura in zone svantaggiate» ma in cambio chiede una partecipazione più consapevole: «Mai più – scandisce - la logica dell’assistenza. La buona volontà non basta, in questi prossimi sette anni bisogna fare progetti d’investimenti reali che possano trainare l’intero settore: un’occasione unica per Puglia e Basilicata». L’assessore lucano chiede impegni straordinari anche ad Agea «che non è riuscita a fare alcun pagamento pur avendo in tasca i nostri soldi» e all’Ismea «la “banca nazionale” al servizio dell’agricoltura che però non ci aiuta con le banche, che restano sono sorde». Spiega, pure, che per dare più credito alle aziende agricole con «Sviluppo Basilicata stiamo facendo da soli cercando di realizzare un nostro sistema di credito, con un pacchetto dedicato nei Cofidi regionali. Basilicata e Puglia – conclude Braia -  hanno difficoltà aggiuntive rispetto alle regioni del Nord: paghiamo un sottosviluppo di trent’anni ma abbiamo regole simili. Serve, invece, un’attenzione nazionale specifica, perché il Sud ha le potenzialità per far ripartire l’Italia ma dobbiamo crederci prima noi stessi: la sfida si vince solo così».

Il ruolo di Ismea in tutto ciò non è semplice. Il “perché” lo spiega il funzionario Di Pietro: «Sul credito ci confrontiamo tra istituzioni, ma mancano le banche. Noi mettiamo in campo strumenti per sostenere il credito, come i fondi di garanzia, ma non possiamo costringere le banche a concedere il credito». Qualcosa, però, si sta già muovendo: «Abbiamo fatto di più della semplice garanzia, aprendo un fondo di rotazione che può fornire credito con un nuovo meccanismo: soldi veri, oltre al fondo perduto e cofinanziato anche dalle regioni, immessi al 50 per cento dal pubblico e dai privati così come chiesto dall’Europa. Ogni regione potrà destinare una quota delle risorse Psr al fondo e l’Ismea li gestirà per suo conto e i fondi andranno alle sue imprese. Sarà la regione a fissare i tassi e noi li applicheremo». Una soluzione che ha già una solida base normativa e uno schema d’accordo ministeriale, cui manca solo l’intesa con Abi – che arriverà a breve - per poter coinvolgere le banche. «Da questo fondo – conclude Di Pietro - le risorse pubbliche potrebbero essere destinate alle imprese non solo per i Psr ma anche per ristrutturare il debito con Inps. E’ la politica, però, che fa le scelte, l’Ismea le applica». Ognuno, si capisce qual è il limite, deve e può fare il suo mestiere. Che in fondo è ciò che chiedono sommessamente gli agricoltori del Sud.

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