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Destinazione Sud
La libertà di stampa riparte da Taranto

La paura fa 90, la libertà di stampa 78. Lontana, certo, ma non abbastanza per stare tanto “sereni”. Ieri a Taranto, la città che alla ruota del Governo fa 10 (come i decreti sull’Ilva), si è fatto il punto sulle tre parole che dovrebbero rappresentare la bussola per orientare un onesto, serio e utile giornalismo: Libertà, Legalità, Lavoro. Sala non proprio stracolma di addetti ai lavori ma, si sa, i giornalisti sono pagati (quando va bene) per farsi gli affari degli altri, mentre per parlare dei propri c’è sempre tempo.

Non è stato tempo perso, anzi, ascoltare i numeri e le dritte di Raffaele Lorusso, segretario nazionale Fnsi, e la testimonianza di Sandro Ruotolo, guardato a vista dai due angeli custodi della sua scorta: prova  (per fortuna) vivente che fare giornalismo può diventare un mestiere assai difficile. E molto più pericoloso di un congiuntivo sbagliato o di una fastidiosa smentita. Ancor più – chiarisce Ruotolo – quando si resta soli a combattere contro mafia, camorra e ‘ndrangheta. Se invece stare a schiena dritta diventa una “posizione” comune a tanti giornalisti allora può diventare più complicato persino per i mafiosi trovare l’obiettivo da colpire, perché «il rischio viene spalmato su tanti colleghi che si oppongono all’illegalità».

Perché il problema vero della mafia è proprio il «consenso sociale», che alberga nel silenzio così come si annida nella condivisione di modelli socio-economici distorti. Nel parlarne Alessio Coccioli, sostituto procuratore della Procura Antimafia di Lecce, attinge a piene mani all’esperienza personale e all’ultimo rapporto della Commissione Antimafia. Coccioli tratteggia uno spaccato preoccupante di come il potere oscuro delle mafie sia dedito a smorzare, quando non a “spegnere” definitivamente, la luce che i giornalisti, grandi e piccoli, noti e meno noti, provano ad accendere su questi fenomeni. Alla mafia, dice il magistrato, «non piacciono i riflettori», preferisce lavorare sottotraccia e prova un certo fastidio quando i mass media sollevano il velo dell’omertà. E allora ecco le visite o le telefonate in redazione, al cronista di turno che ha “osato” raccontare i misfatti del boss o del latitante. Fioccano, così, messaggi minacciosi incartati in parole talvolta allusive e sibilline, talaltra più dirette: «Tu non sei un giornalista serio, smettila di scrivere cazzate».

Succede, sono gli “incerti del mestiere”. Ed è successo, in Italia, almeno 210 volte dal gennaio 2006: l’ultimo episodio, pochi giorni fa, è capitato a Sara Mariani inviata di Agorà non sul fronte della guerra all’Isis ma in una periferia italiana. In diretta tv e in stile mafioso. Ecco perché ci tocca di scivolare al 78° posto nel mondo, parole di Lorusso, nella seconda parte della classifica, superati da Paesi come Serbia e Croazia che, a dir la verità, «non stanno meglio di noi, solo che lì non si denuncia nemmeno per paura d’essere ammazzati». «Il fenomeno dei giornalisti minacciati è italiano, ma non solo italiano. Da noi, però, l’aria sta cambiando perché aumentano le denunce e la determinazione a farvi fronte».

Ciò che ancora non cambia è la pessima abitudine di minacciare i giornalisti o provare a imbavagliarli: il potere, legale o illegale che sia, ha mille volti ma la medesima ferina “salivazione”,  riflesso pavloviano si direbbe, quando si accende la lucina della stampa. La differenza, sostanzialmente, è quella proposta da Ruotolo: «Per me che sono un giornalista noto è più semplice: si sa che mi vuole ammazzare Zagaria. Ma per Paolo Borrometi, giornalista di una piccola testata in fondo alla Sicilia, che si fa?». Si fa – ricorda Lorusso – che «i colleghi non vengono lasciati soli», che la Fnsi si schiera nei processi alla mafia come parte civile, «prima volta in Italia».

La strada, però, è lunga. L’illegalità non attenta solo alla libertà dei giornalisti, ma anche al loro lavoro. Tema caro alla Cgil, l’altra faccia di questo convegno tarantino (organizzato da Andrea Lumino e coordinato dal giornalista Mimmo Mazza) che pendola da “Cosa nostra” alle “cose nostre”. Il segretario generale Cgil Taranto Giuseppe Massafra, infatti, ricorda certi trascorsi nemmeno tanto lontani in cui opinione pubblica, politica e stampa osannavano l’epopea Di Bello o il Citismo, così come l’Ilva pubblica – e poi, democraticamente, quella privata -  distribuiva “pacche” a destra e a manca, mass media compresi, e diossina nell’aria. Magari andando a braccetto pure con i sindacati: nessuno è perfetto, tanto meno a Taranto. La città fatica a scrollarsi di dosso l’antico marchio oraziano, “molle et imbelle Tarentum”, ma pian piano sta rialzando la testa.

E però il mondo cambia e l’informazione se non riesce a precorrere il cambiamento lo segue a ruota o ne viene travolta. Dunque: bisogna adeguarsi alla dittatura dei like di Facebook, come lascia intendere Ruotolo, perché un video o un post fanno più ”engagement” dei 50mila lettori di Gazzetta del mezzogiorno e Mattino messi insieme? Oppure questa professione, al netto dei nuovi media e strumenti, ha ancora bisogno del giornalista come, di sicuro, la ricetta del medico? Insomma, se in economia il valore di un bene è dato dalla sua scarsità, ciò dovrà pur valere per il bene pubblico chiamato informazione e per chi produce i contenuti di qualità. All’opposto, tanta, troppa informazione non equivale a buona informazione, ma produce più facilmente omologazione: un indistinto rumore di fondo. Massimo Cestaro, segretario nazionale della Slc-Cgil, suggerisce opportunamente che non si può fare a meno della “certificazione”, non solo del lavoro giornalistico, ma dell’intera filiera dell’informazione, dalla carta, alla radio-tv e al web e, soprattutto, del concetto che dal suo angolo visuale tutto tiene: il contratto. Insomma, niente accordi fatti con «lo sputo sulla mano» ma regole nuove e serie. Che parlino, appunto, di Legalità, Lavoro e Libertà.

Ruotolo sbatte sul tavolo l’aggravante per chi minaccia la liberta di stampa e quindi la Costituzione, Lorusso strapazza le “querele temerarie” e chiede agli editori non aumenti di stipendio per la sempre più ristretta cerchia degli “articoli uno” ma accordi sostenibili in cambio di lavoro sicuro anche per tutti gli altri giornalisti. Minacce e precariato non fanno bene né ai giornalisti, né all’informazione, tanto meno alla democrazia. E giù una botta al Job Act che «ha cancellato l’articolo 18 ma non gli altri 47 modi d’essere diversamente precari» e una stoccata agli editori: «Non vogliamo più soldi ma più posti di lavoro, tetti pubblicitari, una legge anti-trust nuova perché quella del 1981 è superata e la difesa del pluralismo».

Pluralismo che vuol dire più testate, più voci e più fondi pubblici per l’editoria, “non quella di partito però” sentenzia Ruotolo, mentre il segretario Fnsi fissa paletti a caratteri di piombo: «Basta con chi ha spremuto la mammella pubblica: contributi solo a chi ha bilanci certificati e pagamenti tracciati». Chiude ancora Lorusso, severo censore della propria categoria prima che controllore delle altrui debolezze: «Libertà vuol dire regole da riscrivere e diritti, ma non dimentichiamoci mai dei doveri». Tonga, Burkina Faso e Botswana, l’anno prossimo, li avremo alle spalle e non davanti. Anche la scorta è d’accordo…     

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