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Diciamocelo: prospettive Pop
Dazi e accordi di libero scambio, la politica delle dogane

Su Affaritaliani.it la nuova rubrica di Alberto De Franceschi, il "fiscalista pop" che analizzerà il "fisco-focus" della settimana: un commento ai fatti e agli eventi di attualità, con attenzione particolare a un linguaggio pop (ma non popolare)

 

Il tema caldo di questi giorni sono i “DAZI” sulle importazioni.

Spesso non è chiaro a tutti cosa siano e perché esistano; oltre ad essere un argomento squisitamente economico, a volte sono diventati un tema politico.

Cosa sono?

E’ una “barriera artificiale” ai flussi di prodotti tra due o più paesi. Questa barriera dovrebbe nascere da esigenze economiche di un singolo Stato (o gruppo di Stati) di protezione dei propri prodotti al fine di salvaguardare l’economia e il PIL (Prodotto Interno Lordo) degli stessi.

Il dazio opera come una manipolazione amministrativa dei flussi di beni sia in entrata che in uscita dallo stato stesso. Quindi se vogliamo tutelare la produzione di un frigorifero che in Cina vale 70 e nel nostro Paese 100, al fine di proteggere il manufatto italiano si applicano dazi all’ingresso per 30 così da non creare differenze di prezzo nel mercato che rimarrà equivalente.

Le entrate monetarie date dall'incasso dei dazi costituiscono per lo Stato un introito fiscale legato indirettamente ai consumi e quindi alla ricchezza del paese.

Dazi interna
 

Detto ciò però esiste anche una gestione politica, in cui il dazio costituisce oltre ad uno strumento di ammorbidimento nei confronti di altri stati (su questioni di norma legate al welfeare, ai diritti umani e sociali oltre che all'ambiente) uno strumento di lotta alla delocalizzazione selvaggia.
Quando questo strumento di “protezionismo” lo si usa ad un livello ancor più restrittivo, si arriva al cosiddetto embargo finalizzato a creare volutamente un disturbo economico e di conseguenza di impoverimento per creare un malessere sociale dei cittadini al fine di addomesticare le volontà politiche di chi governa.

Purtroppo bisogna anche tener conto che, quando si è in un paese come l’Italia, dove non abbiamo un ciclo economico e produttivo autosufficiente, (quindi, per sopravvivere dobbiamo comunque importare da qualche parte), attuare un embargo ha dei costi. Prendiamo ad esempio quello fatto alla Russia voluto dall'allora presidente Obama, che nel 2016 ci è costato ben 3,6 miliardi di €uro. Forse, prima di accettare questa manovra, qualcuno doveva valutare chi ci avrebbe potuto aiutare a sostenre i costi di questa "scelta" economica.

Assieme ai dazi viaggiano anche gli accordi di libero scambio, o Free Trade Agreements. Sono dei veri e propri trattati internazionali che due o più entità statali concludono per facilitare e intensificare il flusso dei loro scambi commerciali dove ovviamente non si applica alcuna politica di dazi. Facciamo un esempio recente: vi ricordate il TTIP (non ratificato dalla UE) o il CETA (ratificato dalla UE) con il Canada e conseguentemente con l’America governata dall'allora Presidente Obama? Bene! Oggi con il nuovo Presidente Donald Trump, nonostante gli accordi presi per salvaguardare il proprio PIL e le aziende americane si è attuata una politica di dazi.

Un altro esempio è il recente accordo di Parigi (1 e 2 giugno 2018) dove la UE per portare avanti gli accordi sul clima (protocollo di Kyoto 1997) hanno concesso all'oriente e nello specifico alla Cina un accordo di libero scambio commerciale. 

Attenzione: pensate un po' che a differenza della UE, Donald Trump ha abbandonato le trattative... chissà perchè? Ora, noi italiani dobbiamo chiederci quanto ci costerà. Perchè? Semplice: la Cina ha due anime commerciali; una formata esclusivamente da aziende cinesi che sviluppano principalmente per il mercato interno, l’altra formata da aziende eterogenee costituite da imprenditori, anche italiani, che hanno delocalizzato in loco la loro produzione... magari, dopo aver ottenuto forti agevolazioni statali e/o decontribuzioni per rimanere in Italia. Oggi, grazie al Trattato di libero scambio con la Cina, queste aziende si trovano a rimettere i loro prodotti nel ciclo commerciale italiano senza alcuna difficoltà considerato che in questi aree di delocalizzazione, gli aspetti legati alla sicurezza, igene e costo del lavoro sono molto distanti da quanto previsto – a ribasso -  dal disciplinare tecnico sia italiano sia europeo) con l'aggravante che quanto verrà guadagnato non verrà tassato in Italia ma nel paese di produzione.

Non basta: aggiungiamoci pure che di recente, una normativa europea ha modificato i limiti sulle indicazioni della provenienza e l'origine nelle etichettature dei prodotti.

Su questi aspetti però si deve sempre tener conto dell'articolo 207 del Trattato sul Funzionamento dell'Unione Europea dove al comma 1 si stabilisce che " La politica commerciale comune è formata su principi uniformi...". Conclusione e morale: penso che si debba anche capire “uniformi”… per chi?

Tags:
fiscalista popalberto de franceschitasseirpefflat tax

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