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Diciamocelo: prospettive Pop
E-commerce, dal fisco ai lavoratori sfruttati: così si uccidono le città

Su Affaritaliani.it la nuova rubrica di Alberto De Franceschi, il "fiscalista pop" che analizzerà il "fisco-focus" della settimana: un commento ai fatti e agli eventi di attualità, con attenzione particolare a un linguaggio pop (ma non popolare)

E’ periodo di saldi ma, purtroppo, i negozianti, quest’anno dicono di non essere soddisfatti di come sia partita la stagione estiva. Perché?Il tema caldo è quello dei piccoli e medi commercianti, localizzati nelle vie centrali delle nostre città, che devono combattere per tenere la serranda alzata ad esempio contro gli studi di settori, burocrazia, TIA - odiata tassa sulle immondizie -, affitti faraonici, disagi della circolazione, aperture domenicali, ed oggi con un “nuovo” competitor spietato: i negozi on line!!!

Purtroppo il negozio virtuale ammalia i consumatori, oltre che per il prezzo, anche per altri fattori tipo: apertura h24, consegne velocissime, prezzi bassissimi. Tutto questo, grazie all’ottimizzazione dei costi di esercizio visto che non hanno né punti vendita (nessun negozio fisico, nessun lavoratore dipendente, nessun costo di burocrazia) né tempi di vendita lunghi (nessuna trattativa, prodotti e magazzini sempre on line e disponibili).

Mi ricordo quando ho iniziato la mia professione che i miei clienti commercianti erano comunque in lotta tra di loro, a volte non solo con i concorrenti delle stesso settore merceologico ma anche tra loro stessi, dello stesso territorio. Le discussioni accese quando mi consegnavano la contabilità erano spesso rivolte a chi aveva l’esercizio più grande in termini dimensionali e più frequentato rispetto agli altri che pur con un negozio più piccolo e meno frequentato rimanevano aperti. Santa ingenuità!

Negli anni ‘90 con l’avvento della GDO (grande distribuzione organizzata) tutti nuovamente arrabbiati perché i centri commerciali svuotavano i centri storici della città e di conseguenza i negozi, creando una desertificazione propedeutica alla micro criminalità.Oggi anche i centri commerciali lamentano ad inizio svendite bassissimi incassi e vendite (pur rimanendo aperti anche la domenica ed i festivi). Perché?

Si sono accorti che la nuova moda al risparmio estremo è quella di fare gli acquisti (shopping) on line, ovvero sul web.Risposta immediata per recuperare: tagli al personale e lamentele sul giornale.Che dire, c’è sempre uno più grande che svia la tua clientela con i prezzi bassi.

Chiediamoci se portare il tutto al prezzo più basso sia stata per noi italiani una mossa conveniente. Occorre capire che il minor prezzo, non sempre significa minor margine per l’imprenditore. Spesso le aziende mantengono il proprio margine abbassando il prezzo di vendita diminuendo il costo del lavoro e della materia prima, i numeri di produzione (quindi minor offerta) e non ultimo giocando con la fiscalità internazionale. Le aziende che oggi si trovano in procedura concorsuale (quelle in fallimento) hanno cristallizzati tra i debiti: tasse, contributi previdenziali, TFR e salari. Tutto per rincorrere il prezzo di chi non paga tutto ciò.

Non di meno, gli stessi manager li ritroviamo successivamente a capo di qualche bella start up, finanziata tipo MOSAICOON: finiti gli aiutini (12 milioni di Euro) ottenuti anche grazie alle 100 assunzioni, oggi chiude baracca e li rimette in disoccupazione.

Di contro, invece, le strutture on-line raddoppiano i servizi e i fatturati mantenendo però la loro residenza nei paesi dove si accordano per un fisco “leggero” oltre a dei contratti di lavoro quasi radenti allo schiavismo che poi scontano nelle cessioni dello shopping-day sferzando così un ulteriore pesante colpo alle attività ridotte all’osso rimaste ancora aperte.

Il senso di questo intervento è la riflessione se oggi sarebbe meglio rimodulare il commercio partendo dai piccoli negozi dei centri che non hanno solo una funzione commerciale ma anche sociale. Pensate a quelle piccole attività artigianali e commerciali che aiutano i nostri anziani fornendo un pasto caldo quando rimangono da soli, che portano loro a casa la spesa come servizio aggiunto. Se un cliente, conosciuto e di famiglia, ha delle necessità fuori dagli standard di mercato, questi fanno di tutto per trovare una soluzione ricercando i prodotti più adeguati. Viva le azioni come quelle in corso del sindaco di Venezia Luigi Brugnaro che mette un freno ai “bacari e bacaretti selvaggi” (piccola ristorazione).

Nel territorio hanno fatto chiudere e hanno sostituito tutti quei negozi funzionali ai residenti della cittadina (cartolerie, ferramente piccoli alimentari, fruttivendoli, etc.). Viva un’artigiana come Kika Pavesi che a Milano tiene aperto un negozio di capi fatti a mano inventandosi la sfilata di strada e che accoglie le persone nel suo piccolo atelier anche per una sana chiacchierata contro la solitudine ed il disagio sociale. Oramai anche grazie al web e alle norme sul libero scambio siamo stati così bravi a delocalizzare anche il commercio cittadino rendendoci sempre più succubi e sottomessi alle economie di scala senza cuore e dignità.

Tags:
ecommercetassesaldifiscoalberto de franceschi

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