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Diciamocelo: prospettive Pop
Flat tax, non è un Paese per la tassa piatta

Su Affaritaliani.it la nuova rubrica di Alberto De Franceschi, il "fiscalista pop" che analizzerà il "fisco-focus" della settimana: un commento ai fatti e agli eventi di attualità, con attenzione particolare a un linguaggio pop (ma non popolare)

In questi giorni si discute (possiamo dire ovunque) di due specifici argomenti: il primo, la migrazione ed il secondo, la flat tax. Questa settimana vorrei concentrarmi sull'argomento che professionalmente mi è più caro: la flat tax.

Cos'è? E un sistema che si basa sulla semplificazione della "progressività" delle tasse e nello specifico l'IRPEF (Imposta sui Redditi delle Persone Fisiche) che a mia memoria (opero in questo settore dal 1988) dal 1980 al 2000 partiva dal 10% (redditi fino a 1.549,37 euro) e arrivava al 72% (redditi oltre i 284.051,35 euro) con ben 32 scaglioni (livelli) di tassazione intermedia.

Oggi "flataxizzando" gli scaglioni, siamo arrivati a (in realtà sino dal 2007) 5 scaglioni (livelli) di tassazione dal 23% (su redditi fino a 15.000 euro dove però fino a 8.140 non si applica alcuna imposta) al 43% (per i redditi oltre i 75.000 euro).

Ragionando su queste aliquote potremmo già porci alcune riflessioni relative al concetto che se lo strumento di riduzione delle aliquote, di conseguenza il carico fiscale, è comunque calato non abbiamo ancora percepito il famoso effetto di ricchezza disponibile alla reintroduzione nel ciclo economico indicato quale principale vantaggio della flat tax.

Infatti dobbiamo comprendere che:

 

Numero Contribuenti

(fascia di reddito)

 

% sul Totale

35.719

(oltre € 300.000)

1

0,10%

364.258

(€ 100.000 –  € 200.000)

2

0,90%

331.183

(€ 80.000 - € 100.000)

3

0,80%

1.372.979

(€ 50.000 - € 80.000)

4

3,40%

1.385.316

(€ 40.000 - € 50.000)

5

3,40%

4.443.314

(€ 29.000 – € 40.000)

6

10,90%

8.634.713

(€ 20.000 - € 29.000)

7

21,10%

5.895.435

(€ 15.000 - € 20.000)

8

14,40%

5.689.967

(€10.000 - € 15.000)

9

13,90%

12.667.898

(fino a € 10.000)

10

31,10%

Fonte: Dipartimento Finanze Maggio 2018

 

Considerando quanto sopra esposto, si deve aggiungere un'area di non tassazione (già in vigore anche oggi, pari a 8.140 euro) che si vorrebbe rimodulare a € 15.000, quindi portando la percentuale di chi non pagherà alcuna tassa pari a 18.357.865 (ovvero il 45% dei contribuenti). Mi sorgono purtroppo ancor più perplessità! Aggiungo al quadro che oggi ci sono indicazioni differenti sulle aliquote che pare saranno ben due ed indicativamente il 15% (fino a € 80.000) ed il 20%  (sopra gli € 80.000) secondo le indicazioni di chi è al governo oggi.

Però - attorno a noi, chi ha già in uso questo sistema di tassazione (alcuni stati americani con aliquote 3% - 7%) per recuperare il mancato gettito è stato controbilanciato dalla mancata/minor erogazione di servizi pubblici che sono a pagamento del cittadino.

La spiegazione formale data in questi paesi ed anche dai nostri proponenti il sistema è che avendo più soldi in tasca per effetto della minor tassazione si potrà sopportare meglio questo incremento di costi.

Dal mio personale punto di vista questo non è altro che l'inizio della privatizzazione dei servizi pubblici. A peggiorare, come ho dimostrato, è evidente nella storia economica italiana di questi anni (2000 – 2018), pur abbassando le tasse l'economia non è ripartita: perchè? La mia risposta è semplice: grazie alla delocalizzazione ed all'elusione fiscale massiva, chi ha redditi prodotti anche all'estero comunque non paga le tasse in Italia. Quindi oltre a non contribuire alla reintroduzione della propria ricchezza nel ciclo economico italiano, lo danneggia togliendo soldi al pagamento della spesa pubblica. Non mi dilungo, se poi ha pure ricevuto aiuti di stato e/o de-contribuzione per rimanere a produrre in Italia (cosa che ovviamente ha fatto solo in parte per prendere i vantaggi concessi).

Questa, ritengo sia una analisi seria ed oggettiva che spero il nuovo ministro Giovanni Tria tenga in considerazione, dove la priorità – oggi - è il lavoro e la crescita del margine fatta non sulle leve finanziarie virtuali ma sulla reale produzione della ricchezza in Italia.

La flat tax, se la si vuole portare avanti, ha un’efficacia in paesi ad evasione zero e dove il cittadino ha un livello reddito (grazie ad una sana e crescente economia) che può sostenere autonomamente tutti i servizi primari necessari (sanità, scuola, assistenza alla non auto sufficienza, etc.).

Purtroppo in caso contrario come abbiamo potuto riscontrare in questi anni, chi si è arricchito lo ha fatto non aumentando il proprio livello di ricchezza ma impoverendo gli altri e così facendo indirettamente ha valorizzato quanto aveva già.

Tags:
fiscalista popalberto de franceschitasseirpefflat tax

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