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Diciamocelo: prospettive Pop
La dignità di una riforma fallimentare

Su Affaritaliani.it la nuova rubrica di Alberto De Franceschi, il "fiscalista pop" che analizzerà il "fisco-focus" della settimana: un commento ai fatti e agli eventi di attualità, con attenzione particolare a un linguaggio pop (ma non popolare)

 

Recentemente ho assistito, in una località veneta vicino a me, ad una tragedia. Un ragazzo di 24 anni, neo imprenditore di un'azienda artigiana di famiglia ereditata dal padre, ha deciso di farla finita il giorno prima dell'esecuzione dello sfratto dal capannone dove l'azienda ha la sua attività.

Descrivere la mia amarezza è riduttivo. Sono sicuro che il ragazzo, purtroppo, abbia provato la solitudine di chi di -  fronte a queste situazioni -  si trova, da una parte chi ha in mano le tue finanze che “chiude i rubinetti”, dall'altra, l’esperienza della vergogna del vocabolo "fallito" che ti appioppano. Questa amara condizione trova (anzi, ha trovato) il terreno fertile per delle tristi congetture che hanno portato il ragazzo a pensieri malsani e a gesti estremi.

Vorrei proporre, oggi, a chi ci governa, di ragionare su un disegno di legge che è nei cassetti dei vari ministeri da immemorabile tempo: parlo della riforma della Legge Fallimentare, approvata l’11 ottobre 2017 per cambiare una normativa che trova il suo fondamento nel Regio decreto del 1942. La legge fallimentare già aveva subìto modifiche con la L. 132 del 6 agosto 2015 di conversione del D.L.27 giugno 2015, n. 83. e con le ultime modifiche apportate da D.Lgs 54/2018, entrata in vigore dal 25 Giugno 2018.

Il Governo è così intervenuto su:

- le procedure concorsuali (R.D. n. 267 del 1942, c.d. Legge fallimentare);

- la disciplina della composizione delle crisi da sovraindebitamento (legge n. 3 del 2012);

- il sistema dei privilegi e delle garanzie.

Si è inoltre cercato di dare una forma diversa al "nuovo" fallimento chiamandolo "liquidazione giudiziale"; gli intenti sono stati quelli di distinguere i concetti di stato di crisi e di insolvenza, configurando la crisi come probabilità di futura insolvenza.

Il modello processuale per l'accertamento dello stato di crisi e dello stato di insolvenza sarà unico per tutte le categorie di debitori; ricalca il procedimento per la dichiarazione di fallimento precedentemente prevista. Saranno esclusi da tale modello gli enti pubblici.

Le proposte che assicurino la continuità aziendale sono semplificate e alle procedure con il fine (anche) di ridurre i costi vengono attribuite maggiori responsabilità agli organi di gestione e di controllo (amministratori, sindaci e revisori).

Vengono incentivati tutti gli strumenti di composizione stragiudiziale della crisi quali gli accordi di ristrutturazione dei debiti e i piani attestati di risanamento.

Viene prevista una fase preventiva di allerta volta ad anticipare lo stato di crisi.

Viene riformato l'istituto del concordato preventivo.

Cosa si evince?
Una bella ristrutturazione delle norme fatte ad hoc per realtà come l’ILVA , FCA, e tutte quelle "industrie" dove il management non è più in mano agli imprenditori ma ai manager che lavorano sui mercati finanziari.

Ecco il punto: la finanza, nulla ha a che vedere con le piccole e medie industrie ed ancor di più con artigiani e piccoli imprenditori. Si pensi che in vari casi, questi non possono neppure "fallire" (oggi diremmo, andare in liquidazione giudiziale perché non hanno i numeri). Quindi che succede? Il vuoto tutto attorno; non è possibile mettere un punto e ripartire: questo è il problema!

Vorrei far presente che è un atto di dignità e civiltà costruire una procedura di chiusura semplice per quegli imprenditori che, monitorati da parametri obbligatori come l'indice di Altman (sconosciuto ai piccoli imprenditori ma notissimo alle banche) possono evitare una situazione di crisi e successivamente di indebitamento a cui non potrebbero far fronte. Questo semplice indicatore (l’Indice di Altman) permetterebbe di tener sotto controllo con largo anticipo situazioni di crisi che dovrebbero essere chiuse.

Questo dovrebbe essere un tema su cui i professionisti di settore dovrebbero sviluppare la propria competenza e professionalità spogliandosi delle vesti di “calcolatrice fiscale” (modello Fantozzi) che l'Agenzia delle Entrate ha trasferito loro in questi ultimi decenni.

Dall'altra parte, invece, il Governo dovrebbe mettere mano alla Legge Fallimentare considerando, meglio e più attentamente, le micro realtà del nostro territorio. Così facendo non si genererebbe inutile concorrenza interna tra chi è in crisi reddituali rispetto a hi è in salute, ma soprattutto non avremmo 1394 suicidi di natura economica (dato aggiornato al 2016).

 

Tags:
riforma fallimentarefallimento aziendeaziende fallimento

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