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Eppur si muove
I vitalizi nell’era della post verità

Nell’era della post verità (qualunque cosa sia la post verità: un alibi, un’ invenzione o un' arma politica) c’è un ex (e magari futuro) Presidente del consiglio che parla di vitalizi. Che non esistOno più, però. E un giornalista, Giovanni Floris, che non glielo ricorda.

E’ successo il 31 gennaio, a DiMartedì – su La7, ospite Marco Travaglio –, quando Floris ha sfoderato una chat privata con Renzi. Il segretario del Pd tuonava: «Per me votare nel 2017 o nel 2018 è lo stesso. L’unica cosa è evitare che scattino i vitalizi perché sarebbe molto ingiusto verso i cittadini. Sarebbe assurdo». Sarebbe assurdo, infatti: se fosse possibile. I vitalizi, quel famigerato privilegio che per anni ha distinto quelli del «Palazzo» dal «Paese reale» (e che a più riprese, e con marcata veemenza, sono stati il simbolo della «casta») non esistono più: dal 2012. Quando una riforma cambiò le regole del gioco: aboliti per i nuovi parlamentari, mantenuti, invece, per gli ex onorevoli in pensione. Per le matricole di Palazzo Madama e Montecitorio, entrate nel 2013, e per chi diventerà parlamentare da quella data in poi, si parla di «pensioni». Non si tratta di una differenza formale, anzi. Il calcolo, dal 2012, segue il metodo contributivo, ed è quindi legato a quanto l’onorevole in questione versa durante gli anni del mandato. Il vitalizio, invece, veniva calcolato col metodo retributivo; ed era molto più consistente.

Un punto fondamentale: il provvedimento del 2012 andava ad aggiungersi a quello del 1997, che imponeva il limite d’età a 65 anni prima di incassare. Inizialmente per la Camera, poi anche per il Senato. Di più: nel 2007 arrivò una stretta sull’importo erogato e una riduzione del periodo minimo per richiedere (e ottenere) il diritto all’assegno. Da 2 anni e 6 mesi a 5 anni effettivi: che poi, per il calcolo pensionistico, si arrotondano a 4 anni, 6 mesi e 1 giorno. Prima del ’97, addirittura, non c’erano limiti: e da qui l’immagine del politico che mette il piede in aula per un giorno, a 40 anni, e si sistema a vita. Risultato odierno (citando il sito della Camera): «I deputati cessati dal mandato, indipendentemente dall'inizio del mandato medesimo, conseguono il diritto alla pensione al compimento dei 65 anni di età e a seguito dell'esercizio del mandato parlamentare per almeno 5 anni effettivi». Anni che, c’è da aggiungere, possono scendere fino a un minimo di 60 per ogni anno extra di servizio oltre ai 5 previsti per il minimo. Stessa cosa per il Senato. Un parlamentare con due legislature intere, quindi, potrebbe arrivare alla pensione a 60 anni.

Qualche cifra. Per l’istituto Bruno Leoni, ancora nel 2011 (prima della riforma dunque), i vitalizi valevano dalle tre alle cinque volte rispetto al sistema legato ai contributi. La media era – ed è: per chi è andato in pensione prima, con 5 anni di carica – di 3108 euro. Cioè, come ha confermato l’Agi, il 25% dell’indennità parlamentare lorda (che era di 12.434 fino al 2012, poi scesa a 10.385). Le cose sono cambiate, però. E allora è utile – nel breve excursus che questa blog può permettersi - citare di nuovo la Camera, che quando fu sollecitata in merito dal Fatto Quotidiano rispose con un esempio. Testuale: «Un deputato eletto nel 2013, quando aveva 27 anni, che cesserà il suo mandato nel 2018 senza essere riconfermato per il secondo, percepirà nel 2051 (a 65 anni) una pensione compresa tra i 900 e i 970 euro al mese». Tra i 900 e i 970 euro. E l’unica variabile è l’unica legislatura. Perché con almeno due si guadagnano 5 anni di anticipo. Ancora: il 20% di chi siede oggi alla Camera dovrebbe aspettare – in ogni caso - non meno di 25 anni prima di riscuotere. Non proprio roba da «casta», insomma.

Quando oggi si sente (e si sente spesso) che in Parlamento c’è un partito trasversale interessato a tirare lungo ed evitare le elezioni anticipate per riempire il portafoglio (per le «pensioni d’oro», dicono i 5stelle), c’è del vero. Certo. Ma nella forma, non nella sostanza. Se la legislatura si interrompesse più di sei mesi prima della scadenza naturale (quindi prima del settembre 2017), in tanti non conseguirebbero la pensione. Secondo Openpolis, sono 403 deputati su 630 e 193 senatori su 315 che, non avendo maturato nelle legislature precedenti alla riforma i requisiti richiesti, rischiano di veder sfumare il trattamento pensionistico. Gli anni di contributi verrebbero accantonati e, se eletti nuovamente, sommati ai precedenti. In caso di mancata elezione, niente. Tutto perso. Buona parte di quel 64% di «nuovi», ovviamente, scaturisce dall’ingresso dei 5stelle. E però invocare, nel 2017, lo spettro dei «vitalizi» - come ha fatto Renzi, ultimo tra tanti, e senza le specifiche del caso – è una balla. Oppure (il che è più convincente) uno spot elettorale. 

Non fa male ribadire: se l’attuale legislatura proseguirà oltre il 15 settembre, deputati e senatori (quelli nuovi) matureranno una pensione, calcolata con metodo contributivo, che potranno riscuotere una volta compiuti 65 anni (60 in caso di rielezione). Pensione con un ammontare totale inferiore rispetto a prima del 2007, e a prima del 2012, e – senza dubbio, nel complesso – ai primi anni ’90. Restano delle disparità rispetto al normale cittadino: tipo l’età pensionabile più bassa, o alcuni requisiti per la reversibilità meno stringenti. Né pensioni d’oro, né privilegi abnormi, però. Tranne che nell’era della post verità. Qualcuno, a danno fatto, ha definito la svista di Renzi «imprecisione». Sarebbe bene, invece, chiarmarla col nome che lui avrebbe dato: bufala. Bufala da spot elettorale. E in televisione, non sul web.

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