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Il MoU con la Cina svende la solidarietà Occidentale nei rapporti con Pechino

Sul MoU tra Italia e Cina si è detto molto, senza però mettere a fuoco il tema. A mio avviso, le questioni sono due. La prima è politica e la seconda economica. Per Pechino, il MoU con l’Italia è un atto politico; il significato è che con esso un grande paese del G7 rompe la solidarietà occidentale nei rapporti con la Cina. Di converso, per l’Italia, qualunque gruppo bancario e industriale stabilisse relazioni commerciali e finanziarie dirette con la Cina incorrerebbe nelle ritorsioni degli Usa, perdendo così quanto c’è di sicuro ad Occidente, per avventurarsi su una strada impervia ad Oriente. Esiste dunque una asimmetria di risultati. Cina vince, Italia perde. D’altro canto, la Cina non è l’America. Il disavanzo pubblico è ora al 300% del Pil. Nel 2019, la bilancia dei pagamenti cinese sarà in rosso; Pechino dovrà presumibilmente limitare le sue importazioni e ridimensionare i suoi investimenti esteri, già enormemente ridotti nel 2018. Esiste dunque una asimmetria di benefici. Di nuovo, Cina vince, Italia perde. 

Questo sciagurato MoU è, allora, un’iniziativa sbagliata nei modi e nei tempi. L’insipido governo grillo-leghista procede a tentoni nel buio di una geopolitica che non comprende; e strappa senza strategia. Tra Cina e Usa è in corso una guerra commerciale. Gli Usa hanno una strategia chiara. Con l’arma dei dazi sulle importazioni cinesi in America, il Presidente Trump ha imposto a Pechino un piano di maxi import per 1200 miliardi di dollari che azzererà il surplus cinese verso l’America in 6 anni. Contemporaneamente, gli Usa stanno cercando di accerchiare la Cina attraverso alleanze con Giappone, Corea del Sud, India e Australia. Analoghe tensioni esistono tra Cina e Ue, a causa delle violazioni cinesi degli standard internazionali, dei diritti di proprietà intellettuale, degli aiuti di Stato alle imprese, del dumping sociale. Di conseguenza, l’Ue ha prodotto un duro Policy Paper sulle relazioni con la Cina. In esso, la Cina non è definita più “partner” dell’Ue, ma “competitor” e “systemic rival”. Persino la Germania, che è il maggiore esportatore e unico grande paese con una bilancia commerciale positiva con Pechino, si è adeguata ad esso. Invece, il MoU che verrà firmato in occasione della visita in Italia di Xi Jinping anticipa il Summit Europa-Cina del 9 Aprile e va per una sua propria strada (e, a causa della sua opacità e mancanza di trasparenza, non è dato sapere dove), rompendo la linea dura occidentale. Come ricorda Carlo Jean, in un commento per Start Magazine, questa non è la prima volta che l’Italia cerca un ingaggio con la Cina alla ricerca di opportunità commerciali. Giovanni Spadolini, il primo capo del governo non Dc in Italia, stipulò negli anni ’80 un contratto per la vendita di alta tecnologia a Pechino. Allora, fu proprio Carlo Jean a redigere la “green line” per assicurare il superamento delle restrizioni imposte dal CoCom (Coordinating Committee for Multilateral Export Controls). Il generale, il quale discusse l’affare con Washington DC, giustamente rileva che l’Alleanza Atlantica è una cosa seria e non può essere furbescamente gestita con cerchiobottiste dichiarazioni di vicinanza agli Usa post facto

Insomma, il messaggio è est modus in rebus. Laicamente, nulla osta alla ricerca di partnership commerciali; il problema vero è che l’MoU con Pechino costituisce una forma di sostegno politico alla strategia “Una Cintura Una Rotta” (romanticamente definita la Nuova Via della Seta). In occasione del XIX Congresso del PCC, cioè quello che ha lanciato il “socialismo con caratteristiche cinesi per una Nuova Era”, la BRI è stata inserita nello statuto del partito. Ancora Jean ammonisce che la costruzione di un sistema di infrastrutture di trasporto e logistica per controllare le rotte commerciali è “il concetto chiave della geopolitica cinese e delle ambizioni alla leadership mondiale del PCC”. Come rileva l'atlantista Bepi Pezzulli in un editoriale su Milano Finanza, questa è una politica a perdere, “mentre la Cina - accortasi che il porto del Pireo è troppo lontano dal cuore dell’Europa – punta ai porti di Genova e Trieste, la maggioranza politica confida di poter vendere tre etti di stracchino nel Guangdong”. Nel farlo, aumenta l’isolamento internazionale dell’Italia. Il popolo italiano non ha mai votato per questo esito.

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