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Imprese e Professioni
Il PD milanese e il nuovo governo. Intervista ad Alessia Potecchi
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Si è conclusa questa lunga crisi, il governo finalmente si è completato, la campagna elettorale è terminata: occorre ora lavorare sui problemi concreti dando le risposte necessarie, non è tempo più di confronto sulle promesse, occorre misurarsi sulle proposte. Il banco di prova è quello di consolidare questi segnali di ripresa che ci sono in Europa, e in maniera più flebile in Italia. Per fare questo bisogna in sede europea consolidare la ripresa, lo sviluppo, creare una politica fiscale a sostegno delle famiglie e delle imprese. Occorre anche che si superi questo clima continuo di campagna elettorale e si valorizzi il confronto con le parti sociali.

Chiediamo ad Alessia Potecchi, Presidente dell'Assemblea del PD di Milano, quale ruolo vede per il PD oggi.

potecchiAlessia Potecchi

“Il ruolo e il rilancio del PD in questa fase così incerta e preoccupante è più che mai necessario. Il fatto che possa e debba partire da Milano assume una importanza maggiore per il lavoro e per il percorso che abbiamo fatto insieme fino a qui, per i risultati che abbiamo insieme raggiunto, per quella buona politica fatta di coesione, di rispetto e di lavoro che abbiamo sviluppato in questi anni. Dobbiamo essere in prima linea per rilanciare con nuove idee, nuovi programmi e nuovi progetti la comunità del nostro partito. Dobbiamo rinnovarci. Nenni giustamente diceva: o ci si rinnova, o si perisce. Una frase che è oggi più che mai attuale”.

Il PD ha perso consenso. Che cosa pensate di fare?

“Sono molte le questioni che oggi ci colpiscono e su cui dobbiamo lavorare e concentrarci per ritrovare il consenso che abbiamo perduto. L’Europa che divide, a causa dei suoi limiti e delle sue contraddizioni, appare in realtà come il vero argine protettivo per gli Stati del Vecchio Continente. La sfida per chi conquisterà la leadership nei prossimi decenni vede in campo colossi come gli Usa, la Russia, la Cina, la stessa Africa. Vogliamo davvero credere che un referendum sull’euro possa farci sopravvivere? Come Italia questa competizione invece va affrontata con il peso e le potenzialità di un Europa che va trasformata in profondità”.

Quali sono i cambiamenti cui si riferisce?

“L’Europa va cambiata per togliere argomenti a chi lavora per la sua frantumazione in nome di egoismi provinciali, ma anche perché l’attuale equilibrio franco-tedesco non regge più e perché le sue regole sono datate ed hanno favorito politiche di rigore e di supremazia della finanza sulla politica che l’hanno resa impopolare e per certi versi un puzzle di diseguaglianze sempre più pericolose. La critica “perdente” è quella che si consuma nel dilemma “stare dentro od uscire”, attribuendo alla eventuale Italyexit un valore salvifico che invece non solo non avrebbe ma potrebbe aprire un periodo assai buio e pericoloso. E su questo terreno del cambiamento europeo, ancora più importante di quello dei singoli stati nazionali, c’è spazio per una competizione politica nella quale è auspicabile che il riformismo non brilli per la sua assenza e si estranei su posizioni di contestazione sterile.

I cambiamenti in corso non si fermano a quello che accade sul piano mondiale. E non sono cambiamenti di natura esclusivamente economica. In passato le grandi scelte, quelle che contavano, potevano avvalersi di una ampia discussione che aveva il merito di modificare posizioni, di far nascere nuove proposte, di capire e farsi capire, di determinare nei rapporti fra le persone vincoli solidali e comunque di rispetto in grado di superare differenze e opposizioni, per proseguire un percorso comune nell’interesse del Paese”.   

Ma allora qual è oggi il problema?

“Oggi questo schema di relazioni sta saltando: non si dialoga come una volta, si manifesta il proprio pensiero in poche battute, ci si sfoga nella rete, ci si avverte spesso e volentieri come nemici più che come portatori di idee diverse, non ci si dà torto, ci si demolisce a vicenda.  E si resta non di rado alla superficie dei problemi, si naviga nelle acque ferme dei luoghi comuni, degli impulsi del momento. Invece è evidente che in fasi complicate di passaggio come questa, se… la pancia sovrasta la testa si va poco lontano. Cambia anche il contesto della comunicazione e rifiutare i nuovi sistemi di comunicazione d’altro canto è impossibile. Indietro non si torna. Ed allora è necessaria una ricerca seria che punti a trovare nuove modalità di espressione in grado di connettere esigenze e bisogni della gente con le esperienze politiche e sociali.  In particolare la cultura riformista è chiamata a impegnarsi a fondo su questo problema, abbandonando vecchie consuetudini, dai salotti all’arrogante certezza di possedere le soluzioni giuste”. 

Quali prospettive ci sono?

“Se ci guardiamo intorno, le sedi stesse ove poter discutere sono sempre meno, il deserto avanza inesorabile. Domina la piazza virtuale, quella che attualmente porta anche molti voti ma che si ferma lì, ad una superficie che accresce se possibile la volubilità dei giudizi dell’opinione pubblica. E se invece si dovesse arrivare ad una stretta dei problemi più seri e difficili che abbiamo di fronte? Quando cioè la rete non può farcela a reggere l’urto delle difficoltà? La prospettiva non è confortante: le piazze vere non si riempiono con un tweet, e nemmeno con slogan populisti. Basta guardare quel che avviene in questo periodo: la politica diserta le piazze per manifesta ‘inferiorità’ a riempirle, mentre chi le riempie come Papa Francesco parla un linguaggio diretto, forte, ma sostanziato da una linea pastorale che dà speranza, dà un linguaggio che arriva a tutti e che veicola valori su cui riflettere”.  

Quali sono i suoi dubbi sul futuro?

“Sono in grado i gruppi dirigenti politici che adesso si affacciano sulla scena pubblica da protagonisti di essere alla pari con tali presenze? I dubbi sono forti. Ma allora la tenuta politica e sociale del Paese non rischia forse di sfilacciarsi ancora, aprendo orizzonti che rischierebbero di essere l’anticamera di avventure? Questi interrogativi non vanno di moda in questo momento, ma trascurarli del tutto può essere gravido di passi falsi forse persino fatali. Ma la questione va oltre la possibilità di mantenere un contatto efficace con la realtà e investe lo stesso concetto di democrazia. L’economia, certo, è importante, ma la natura e la qualità della nostra democrazia finirà per rivestire un rilievo assai superiore. Fra i tanti slogan sentiti in questi tempi c’è ne è uno che meritava una maggiore attenzione. E’ quello che postula nella nostra società la contrapposizione fra plebe ed élite. Se portassimo alle estreme contraddizioni questa affermazione cosa resterebbe della nostra vita democratica?

In questo contesto c’è da chiedersi anche dove è finita la capacità di lettura dei cambiamenti sociali della cultura riformista in grado di conquistare consensi nel Paese solidi e capaci di protagonismo. Il vuoto lasciato in questa direzione, assieme alla storica propensione alle divisioni è nei fatti una condanna ad essere relegati a ruoli residuali, non consoni a quanto è stato espresso in passato e non utili per rinverdire un impegno ideale e politico che aggredisca con scelte e proposte forti il vero nodo di questa società che è quello delle diseguaglianze”. 

Che cosa ci possiamo attendere, in termini di sano realismo?

“In queste condizioni occorre essere realisti ma anche idealisti. Il realismo è indispensabile per dare risposte ad una popolazione che avrà sì votato per protesta ma non è certo avventurista né vorrà desiderare per i propri figli e nipoti un futuro fatto di assistenza ed esclusioni. L’Italia saprà evitare sbocchi autoritari, ma la prudenza è d’obbligo su terreni tanto scivolosi. Ecco perché abbiamo il dovere e il compito di lavorare su questi temi, su queste questioni. Il PD lo deve fare in maniera coesa e convinta, mettendo da parte le nostre divisioni, le nostre fratture, il rancore. Facciamolo con quello spirito costruttivo di cui siamo capaci e che ho visto più volte anche in campagna elettorale. So con certezza che possiamo farcela. Facciamolo perché il Paese ha bisogno di noi, bisogno del PD. Dobbiamo essere pronti e preparati perché ci aspettano tempi difficili e impegni importanti, siamo uniti in questo percorso e rilanciamo da Milano il nostro metodo di lavoro e le nostre proposte”. 

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