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Inbound Marketing
Brand Journalism. Il giornalismo a servizio del brand

Il digital marketing ha rappresentato un'opportunità per tutte le aziende operanti nei vari settori commerciali, sia questi b2b (business to business), sia b2c (business to consumer). Il vantaggio principale - che molte aziende stanno ancora scoprendo - apportato dal web è la capacità, per molte di esse, di trasformarsi in editori di contenuti.

I vari canali dell'ecosistema web, dai quotidiani online, ai blog, dai social media ai motori di ricerca, hanno creato un ghiotto ecosistema di Content Marketing nel quale ogni azienda può produrre e diffondere i propri contenuti.

 

Tuttavia è cambiato il modello di comunicazione delle aziende. Non è più basato sulla diffusione di notizie inerenti esclusivamente il brand e i suoi prodotti, ma più orientato a fornire valore informativo per gli utenti, interessati, che potranno successivamente trasformarsi in clienti.

 

Anche la figura del giornalista, da tempo in crisi, può oggi ben integrarsi nelle strategie di web marketing dei brand, diventando autore e curatori dei contenuti web. Si parla infatti oggi di Brand Journalism, che con la rivoluzione dei contenuti operata dal web negli ultimi anni, ha riscoperto la duplice utilità per aziende e giornalisti.

 

Per comprendere meglio cosa sia il Brand Journalism, ho intervistato il giornalista Roberto Zarriello, che all'argomento ha dedicato un testo di recente pubblicazione, Brand Journalism -Storytelling e marketing: nuove opportunità per i professionisti dell’informazione.

 

 

Cos’è il Brand Journalism e qual è la sua origine?

 

Come il giornalismo sportivo, economico, politico, ecc., il brand journalism è un tipo di giornalismo che si occupa dell’impresa, ovvero di tutto ciò che ruota attorno a un marchio (brand, per l’appunto) con una precisa finalità: informare i lettori sulla storia dell’azienda, utilizzando gli strumenti e le regole proprie del professionista della notizia.

 

Il Brand Journalism, al contrario di quanto si possa pensare, non è una invenzione moderna ma la sua origine risale al 1895, quando un’azienda di macchine agricole pubblicò il numero uno di The Furrow, una sorta di Rolling Stones per gli agricoltori; e, ancora oggi, può contare su 2 milioni di lettori in tutto il mondo.

 

Quali sono le sue caratteristiche e i principali strumenti di comunicazione?

 

Le caratteristiche del Brand Journalism sono cinque: focalizzarsi sul pubblico; trovare una storia; essere credibili; utilizzare un linguaggio semplice; raccontare con le immagini; spostare l’attenzione dal marchio alla notizia.

 

Per quanto riguarda gli strumenti con cui sviluppare il brand journalism, da più amante che professionista del web, è ovvio che prediligo quelli che riguardano la rete: il magazine online e i social media, in primis. Ma si può fare giornalismo d’impresa anche sui media tradizionali (carta, televisione e radio).

 

E’, dunque, un altro tipo di giornalismo?

 

Sì, come già accennato. Non, però, nel senso che si tratta di un giornalismo alternativo a quello tout court. Non è una nuova forma di giornalismo ma un giornalismo che sperimenta un nuovo campo, quello dell’azienda che non utilizza più intermediari per far parlare di sé ma canali propri, autofinanziati, regolati pur sempre dai principi che stanno alla base dell’informazione. Nel caso del brand journalism, per intenderci, spesso l’editore coincide con l’azienda: attenzione, però, il brand journalist non offre la propria professionalità per promuovere un bene o un servizio del marchio (anche perché non è mai coinvolto direttamente nelle vendite) ma per raccontare l’azienda, fornendo un servizio di pubblico interesse.

 

Ma il brand journalist non è in contrapposizione alla figura dell’addetto stampa?

 

No, sono due professionalità differenti. L’addetto stampa, come ben sappiamo, è il tramite tra il personaggio, l’associazione, l’azienda o l’ente pubblico di cui cura la comunicazione e i media tradizionali o digitali. Fa da ponte di collegamento. Il brand journalist, invece, non relaziona il committente con le testate, generando interesse; ma agisce direttamente sul brand magazine e si occupa non solo della scrittura del pezzo ma anche della sua diffusione e di generare traffico su di esso. Insomma, è un giornalista digitale a 360 gradi.

 

In Italia ci sono esempi importanti?

 

Al contrario dei Paesi anglosassoni, dove il brand journalism ha modelli importanti (McDonald’s, Coca-Cola e Redu Bull, per cintarne tre), in Italia gli esempi rilevanti sono ancora pochi ma il mercato, in tal senso, è in continua espansione. Tra di loro, vi consiglio di dare un’occhiata a un brand magazine ‘leggero’ ma strutturato bene: Mommypedia, il blog di Prénatal che parla alle mamme. Lì, infatti, potrete leggere post che, collocati all’interno di uno spazio aziendale, hanno lo scopo di condividere informazioni e consigli utili per affrontare i momenti della gravidanza e i primi anni di vita dei figli.

 

Per concludere, qual è il suo futuro?

 

Beh, la bellezza di chi, come me, ha il privilegio di misurarsi soprattutto sul web è la possibilità di assistere al futuro nel presente: ormai i cambiamenti sono così veloci che, una volta immaginati, tendono a materializzarsi subito dopo.

 

Il mio futuro, quindi, è ricco di ‘presenti’ da valorizzare, consapevole soprattutto che il giornalismo, al contrario di quanto si pensa, non è un dinosauro che si sta per estinguere a causa degli effetti degli stravolgimenti causati dal meteorite/internet, purché il giornalista non veda il web come un nemico ma come un’opportunità e, per fare ciò, occorre aprirsi al nuovo, con l’umiltà tipica di chi non vuole mai smettere di imparare. 

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    brand e pubblicitàjournalist

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