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Lo sguardo libero
Per Francesco “mafia nata in Italia”, Roma protesti con Vaticano

Papa Francesco, ricevendo in Vaticano l’Istituto scolastico San Carlo di Milano, ha affermato: “Non bisogna aver paura dei migranti. Si dice: sono delinquenti, ma i delinquenti sono anche tra di noi. (…) La mafia non l’hanno inventata i nigeriani, è nata in Italia”.

Con tutto il rispetto, si accolga libera opinione: sarà che il Santo Padre parlasse a braccio, ma la frase può essere anche ricevuta come offensiva da parte dello Stato italiano. Ed è strano come la dichiarazione sia sostanzialmente passata inosservata sui media e come il Governo non abbia protestato.

Per giunta  la tesi è parzialmente scorretta. La Yakuza giapponese ha le sue origini nel XVI secolo, la Triade cinese nel XVIII, la mafia siciliana nel XIX. Siffatte organizzazioni criminali sono ovunque cresciute: per citarne alcune, da quelle russa, serba e nigeriana al cartello messicano di Sinaloa agli Yardies di Londra.  

Di più, non è totalmente veritiero sostenere che la mafia, come la conosciamo nel nostro Paese, nasca in Italia, perché vede la luce, geograficamente parlando,  in Sicilia. Si chieda a un lombardo un emiliano o un umbro se pensa che essa sia stata partorita dalla sua terra. Per la stragrande maggioranza degli italiani,  Cosa nostra è fautrice dei peggior reati,  paragonabili a quelli di pedofilia e stragi, e nulla di essa ha che fare con la loro cultura, la loro educazione e storia (persino il loro dna nel senso lato del termine). Per evitare equivoci: i siciliani, esclusi i mafiosi, non c’entrano nulla, disprezzano e si vergognano della mafia - come i campani della camorra o i calabresi della 'ndrangheta -.

È vero, la Sicilia fa parte dell’Italia, ma un leader planetario conosce  le conseguenze delle sue asserzioni: un cattolico statunitense, brasiliano, africano o australiano di scarsa istruzione assocerà la parola mafia all’Italia tout court (non stupiamoci poi se per il mondo il nostro appellativo popolarmente sia “Italia mafia”). Sorprende in ogni modo che in un contesto come l’attuale in cui la comunicazione fa la parte del leone, il Vaticano non abbia ghost writer e collaboratori che evitino tali lapsus.

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