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Il mondo è rotondo
E' l'ipocrisia il doping peggiore

E’ l’ipocrisia il vero doping dello sport mondiale. Quell’ipocrisia che porta tutti a scandalizzarsi e a far finta di meravigliarsi quando esplode un caso come quello che ha coinvolto la Russia di Vladimir Putin che, guarda caso,  proprio sugli atleti. sulle loro vittorie, sulle loro medaglie e sui loro record aveva posto una delle fondamenta della rinascita del Paese da lui governato. Ma dov’erano tutti gli indignati di oggi quando il ciclista texano Lance Armstrong, malato di cancro, vinceva sette – ripeto sette – Tour de France consecutivi, dal 1999 al 2005? Un spot gigantesco per il ciclismo e lo sport mondiale. Possibile che a nessuno ai vertici della Wada (l’Agenzia mondiale antidoping) passasse per l’anticamera del cervello che il fenomeno statunitense non fosse “regolare”? E dov’erano tutti coloro che oggi si sentono offesi dal comportamento degli atleti russi quando in Spagna i più celebrati campioni di ogni disciplina sportiva ricorrevano alle cure del dottor Eufemiano Fuentes le cui gesta erano fonte di interminabili discussioni da bar: si parlava di ciclisti, di tennisti, di calciatori, non personaggi di seconda fila ma protagonisti internazionali. Alla fine fu lo stesso Fuentes a dichiarare “ho dopato ogni genere di atleti” e “se parlo io la Spagna rischia di perdere il mondiale di calcio”. Ma a Madrid tutti facevano finta di niente. Anche quello era doping di Stato?

Del resto niente di nuovo sotto il sole dello sport. I meno giovani non avranno certo dimenticato i possenti atleti della DDR, la Germania dell’Est, che mietevano medaglie ad ogni competizione internazionale. Soltanto dopo la caduta del muro di Berlino venne alla luce quello che tutti già sapevano, quando decine di atleti, uomini e donne, della ex DDR fecero causa alla ditta farmaceutica che produceva l’Oral Turinabol, una sostanza dopante che ha rovinato, sul piano della salute, le loro esistenze. Anche questo era doping di Stato.
Ed è risaputo che esistono in ogni parte del globo veri e propri centri di ricerca che si dedicano alle sostanze stimolanti: da anni si parla di quella che sarà la nuova frontiera per migliorare leprestazioni degli sportivi, il doping molecolare che, si dice, sarà impossibile scoprire. Eppure non ci risulta che la Wada sia cercando qualche contromisura.

Con questo, sia ben chiaro, non vogliamo certo affermare che ci si debba rassegnare al doping ma finché il mondo dello sport continuerà a praticare la politica dello struzzo e a tirar fuori la testa dalla sabbia soltanto quando emerge qualche caso clamoroso, fare gli scandalizzati è completante fuori posto. Che cosa accadrebbe se ad ogni competizione, in ogni angolo del mondo, tutti gli atleti venissero regolarmente e seriamente controllati? Quanti risulterebbero “puliti”? Lo scambio delle provette contenenti le urine degli sportivi sottoposti a verifiche, pare sia diventato un gioco da ragazzi. Lo sanno tutti, lo dicono tutti, ma qualcuno fa qualcosa? Ogni tanto si “scopre” qualcuno positivo giusto per far credere che i controlli si fanno seriamente, che chi sbaglia paga. Ma è soltanto un po’ di fumo negli occhi.

Del resto uno sport che, nelle occasioni più importanti come Giochi olimpici e mondiali di calcio, tiene incollati alla televisione centinaia di milioni di appassionati, ha bisogno di prestazioni ai limiti dell’umano, di record, di primati, di sforzi continui. Gli appuntamenti che contano sono sempre più numerosi, sempre più ravvicinati e il campione, il fuoriclasse, il fenomeno, quello che fa sognare la gente, non può presentarsi se non in forma smagliante, al massimo (e spesso oltre) delle sue possibilità. In caso contrario rischia di perdere quegli ingaggi, quei premi, quegli sponsor che lo trasformano in un Paperon dei Paperoni moderno.
E’ insomma il modo di concepire la sport oggi che porta e che spinge verso il doping. I soldi fanno gola a tutti, agli atleti, ai dirigenti, a chi dovrebbe fare le verifiche e i controlli. Si chiude un occhio, spesso si chiudono tutti e due. E i dirigenti attuali, a tutti i livelli, non sembrano assolutamente in grado di opporsi a questo andazzo: perderebbero anche loro gli sponsor che vogliono prestazioni sempre più in là, sempre più impossibili, sempre oltre i limiti. 

Lo sport oggi è un affare colossale, è un centro di potere. Perché altrimenti le federazioni nazionali, i Comitati olimpici sborserebbero milioni di euro o di dollari per avere i campionati mondiali o i Giochi a casa loro? Perché lo svizzero Joseph Blatter, le cui magagne sono finalmente venute alla luce, sarebbe rimasto in sella alla Fifa (la federazione internazionale del calcio) dall’8 giugno 1998 fino al 2 giugno del 2015 quando, bontà sua, ha dichiarato la sua disponibilità a dimettersi? Evidentemente conveniva a tanti, attorno alla sua tavola il colonnello svizzero non banchettava certo da solo! E perché Putin spinse per avere a tutti i costi i Giochi Olimpici invernali del 2014 a casa sua, a Sochi. Dove, guarda caso, la Russia dominò in lungo e in largo conquistando 33 medaglie – 13 d’oro, 11 d’argento e 9 di bronzo -, più di qualunque altra nazione, E come mai si è dato non poco da fare perché i mondiali di calcio del 2018 si svolgano in Russia?

Soldi e potere, non ci sono quasi altre molle dietro lo sport moderno. Ma sia chiaro oggi si parla tanto di Russia, il doping di Stato rinverdisce macabramente i fasti dell’Unione Sovietica. Ma Putin & C. sono in buona, ottima compagnia. Come ha riportato il “Corriere della Sera”, nel 2013 in 89 sport su 115 Paesi esaminati la Russia è al primo porto con 225 violazioni seguita a ruota dalla Turchia con 188. E poi da Francia, India, Belgio e Italia. 
Già al sesto posto ci siamo noi, con qualche variazione alla dieta mediterranea.
Ma che importa, a chi importa? Quello che conta è che the show must go on, che lo spettacolo continui. Fino al prossimo scandalo.

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