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Il mondo è rotondo
Milano:Roma 6-0/6-0 ma che peccato...
Galleria Vittorio Emanuele

Fino a qualche giorno fa sembrava che il campanilismo in Italia stesse sparendo. E c’erano ottimi motivi per pensarlo visto che il vecchio detto mal comune mezzo gaudio ci aveva  gettato tutti, dal Trentino a Pantelleria, in un unico calderone simile a un girone dantesco, una  cosa un po’ tragica e un po’ da commedia all’italiana (a noi le sofferenze cui sono stati costretti greci e spagnoli sono state risparmiate). La crisi economica aveva comunque limato le differenze tra Nord, Centro e Sud; il malgoverno imperversava equamente dappertutto decretando praticamente la scomparsa dei dialetti: rubare, arrubè, cistar, ciulé, fottiri, grattà, rubà sono parole che ormai conosce ogni bambino di qualsiasi parte e latitudine d’Italia. Perfino Madre Natura pareva aver livellato le differenze: bastava (e purtroppo basta ancora) un acquazzone particolarmente violento che franano la Liguria come la Campania, la Calabria come il Piemonte e i terremoti non lasciano più in pace neppure la pianura Padana. Altro che “Vesuvio pensaci tu”.
Fino a qualche giorno fa, dicevamo, sembrava che le ultime disgrazie si fossero affiancate a parroci e carabinieri (in quanto titolari di parrocchie e stazioni) nel dare una mano a costruire questi benedetti italiani cui diamo la caccia dal 17 marzo del 1861, giorno in cui Vittorio Emanuele II proclamò la nascita del Regno d’Italia.
Ma è bastato qualche fatto di cronaca per ribaltare completamente la situazione e per rispolverare il vecchio campanilismo. Un fatto decisamente negativo come l’esplosione del caso “mafia capitale” a Roma e uno decisamente positivo come il successo di Expo Milano 2015 nel capoluogo lombardo. Subito all’ombra di una materna Madonnina (sembra quasi orgogliosamente sorridente)  è esplosa la fierezza della vecchia “capitale morale”. C’è chi ha aspettato appena la cerimonia di chiusura di Expo per pontificare che Milano deve riprendersi il ruolo di traino etico, culturale ed economico dell’intero Paese. Ruolo che per la verità all’ombra del Colosseo nessuno si è mai sognato di insidiarle, bastando ed avanzando, ai romani, il titolo – non soltanto onorifico – di Roma Capitale. Con tutti i conseguenti finanziamenti e benefici economici.
E, a ruota, è esploso il paragone Ignazio Marino-Giuliano Pisapia, sindaci della capitale e del capoluogo lombardo. Il primo uscito clamorosamente, fragorosamente e faticosamente di scena dopo una “trama” cinematografica imperniata sull’amletico dubbio mi dimetto-non mi dimetto e senza tralasciare un altro richiamo shakespiriano (“Giulio Cesare”) con accuse di congiure di palazzo, di sicari e di pugnalate. Il secondo è invece deciso ad uscire volontariamente di scena (la sua intenzione di non ricandidarsi pare non avere tentennamenti) in maniera un po’ grigia ed opaca, perfettamente in linea con il suo modo di essere sindaco.
Insomma da una parte un primo cittadino fragoroso ed eccessivo in tutte le sue manifestazioni, un sindaco da Cinecittà, un sindaco da “La grande bellezza”, dall’altra un sindaco che non mai fatto alcunché per nascondere la sua provenienza da quella borghesia milanese schiva e discreta più concentrata sull’essere e sul fare che non sull’apparire e sull’avere. Il risultato è che Marino è riuscito a dare luce a Pisapia facendolo apprezzare dai milanesi molto più di quanto non lo avessero mai apprezzato in precedenza.
Decisamente un momentaccio per Roma Capitale; oltretutto, come se non bastasse, nella stessa giornata di campionato Inter e Milan hanno battuto rispettivamente Roma e Lazio bloccando così (almeno momentaneamente) la scalata del centro sud ai vertici del calcio nostrano.
Insomma, restando in ambito sportivo, i tifosi potrebbero dire che, oggi come oggi,  Milano batte Roma con un tennistico 6-0, 6-0. Ma ne vale la pena? Serve a qualcuno tornare a quei vecchi aforismi che mettevano in evidenza le differenze fra le due città, come quello del giornalista e scrittore Arrigo Benedetti: “Che differenza c’è tra Roma e Milano, a parte il fatto che lassù si lavora?”. O come quella che ogni tanto si sente ripetere a Roma: “La cosa più bella di Milano è il treno per Roma”. Discussione che va avanti non da oggi, non da ieri ma da secoli se pensate che perfino Bonvesin de la Riva (si chiamava così perché abitava e insegnava a Ripa di Porta Ticinese, quindi è facile immaginare da che parte stia) diceva “Roma è un grande pianeta, Milano è una stella la più grande”. E, viste le qualità della città e dei suoi abitanti, lo storico grammatico vissuto a cavallo tra il 1200 e il 1300 arrivava ad affermare che il Papa avrebbe dovuto spostarsi qui.
Questo dualismo, anzi questa vera e propria diarchia, fa parte insomma della storia d’Italia, nasce anzi prima dell’Italia stessa. E non sarà facile estirparla. I romani, innamorati della loro città resteranno sempre convinti della supremazia storica della Capitale; i milanesi non meno infatuati della loro, non nutriranno mai alcun dubbio sul primato morale ed economico di Milano. Eppure vale la pena di continuare a provarci mettendo magari in risalto le qualità e i pregi dell’una e dell’altra (ce ne sono, e non pochi) e trattando con un po’ di comprensione e, perché no, con un po’ di misericordia, anche i difetti degli altri e non soltanto i propri.
Del resto qualcuno riesce a immaginarsi un’Italia senza Roma? O senza Milano? Impossibile vero? E allora avanti mettendo pure in risalto le differenze (se proprio è necessario) ma mettendo almeno da parte le diffidenze.
Sergio Rotondo

 

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    milano-roma-pisapia-marino

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