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Il mondo è rotondo
Qualità della vita: Milano seconda può diventare prima
Natale a Milano

Effetto Expo? E’ probabile. Milano vola al secondo posto nella graduatoria delle città italiane con la migliore qualità della vita, una classifica che stila ogni anno “Il Sole 24 ore”.
Sei i parametri della ricerca: tenore di vita, affari e lavoro, servizi ambiente e salute, popolazione, ordine pubblico, tempo libero, ognuno di loro diviso in vari settori. Il capoluogo lombardo conquista il gradino più alto del podio per quanto riguarda il valore aggiunto pro capite, l’importo medio delle pensioni, la connessione web, cioè la popolazione coperta dalla banda larga.
Insomma stiamo bene o, per lo meno, stiamo meglio di tanti altri.
Fare un balzo di sei posti (l’anno scorso Milano era ottava) è una bella impresa ma non credo che chi vive all’ombra della Madonnina si meraviglierà più di tanto. Basta andare un po’ in giro nella grandi città italiane per rendersene conto.
Dobbiamo accontentarci? Neanche per idea. Ad esempio per quanto riguarda l’ordine pubblico la nostra città è al terz’ultimo posto, seguita solo da Rimini e Bologna, non è un dato che ci fa onore; evidentemente è necessario che prefetto, forze dell’ordine e magistratura si diano più da fare; se si passeggia per le nostre strade, a parte qualche camionetta dell’esercito, di poliziotti, carabinieri e vigili urbani se ne vedono davvero pochi, eppure sarebbero un grande deterrente per la microcriminalità. 
Difetti a parte, godiamoci comunque questa “medaglia d’argento” (quella d’oro è andata a Bolzano): è un dato di fatto che Milano si sta riprendendo un ruolo che ha sempre avuto almeno fino all’esplosione di “mani pulite” e allo sconquasso economico e politico che ne seguì. Manca ancora la guida, che aveva fatto del capoluogo lombardo la capitale morale d’Italia, di quella grande  borghesia imprenditoriale cattolica che non è mai stato sostituita e mai lo sarà. Certo non potrà avere quel ruolo la finanza con le sue, scarse, regole etiche: ci aveva provato don Giussani a dar vita a una classe politica e imprenditoriale di spessore culturale e morale. Ma la cronaca di questi ultimi anni non è stata certo esaltante né per quanto riguarda Comunione e Liberazione né per quanto riguarda la Compagnia delle Opere.
I milanesi, che poi spesso non sono milanesi ma vivono a Milano, ce la mettono tutta, come si vede anche dalla classifica de “Il Sole”,  per riportare il più in alto possibile questa città, ma non possono fare tutto da soli. Gli unici, a mio modestissimo parere che potrebbero, e dovrebbero, prendere in mano la situazione sono i politici che dovrebbero varare grandi piani, grandi progetti, grandi programmi. Sono loro che dovrebbero capire e spiegare quale deve essere il ruolo di Milano in Italia, in Europa, nel mondo. Sono loro che dovrebbero avere le idee molto chiare su questo e dare degli indirizzi, è certo che i milanesi, dall’operaio all’imprenditore, dall’impiegato all’intellettuale, li seguirebbero. L’Expo di quest’anno ha avuto un enorme successo proprio perché ha seguito questo schema e ai milanesi non è sembrato vero buttarsi a capofitto in un’impresa, che in alcuni momenti sembrava proibitiva, che ne ha risvegliato l’orgoglio e il senso di appartenenza a questa città.
Per questo le elezioni amministrative del 2016 avranno un ruolo fondamentale per il futuro di Milano. Pisapia non è stato un cattivo sindaco ma certo non ha volato molto alto: il suo culmine lo ha raggiunto appunto con Expo che però aveva “ereditato” da Letizia Moratti. Una volta tanto nella scelta del primo cittadino non limitiamoci ai nomi, alla parte politica che rappresentano, proviamo invece ad ascoltare i loro programmi, le loro intenzioni, la loro visione della Milano futura.
E’ cambiata tantissimo Milano in questi ultimi anni. E in meglio. Sul piano estetico basta guardare che cosa è stato fatto alle ex Varesine, che cosa si sta facendo dalle parti della vecchia Fiera; sul piano culturale basta guardare quanti musei pubblici e privati sono nati, uno più bello dell’altro, per capire che qui la vecchia voglia di fare non è mai morta; ha solo bisogno di qualcuno che la coltivi, la stimoli, la spinga, la sproni. Questa voglia di fare è nel Dna dei milanesi, anzi è nel Dna di Milano. Come, con la sua ironia, notava già decine di anni fa, Giuseppe Tomasi di Lampedusa: “Prendete un problema di qualunque natura (politico, sociale, culturale, tecnico o altro) e datelo da risolvere a due italiani: uno milanese e l’altro siciliano. Dopo un giorno il siciliano avrà dieci idee per risolvere questo problema, il milanese nemmeno una. Dopo due giorni, il siciliano avrà cento idee per risolvere questo problema, il milanese nessuna, Dopo tre giorni, il siciliano avrà mille idee per risolvere questo problema, e il milanese lo avrà già risolto”.
Ecco, non perdiamo questa qualità, questa capacità di risolvere i problemi, di superare le difficoltà. E nel giro di qualche anno Milano potrà salire sul gradino più alto del podio. Come dice e ripete quasi ogni giorno Matteo Renzi, c’è bisogno di ottimismo e di voglia di fare e di cambiare. Purché alle parole seguano anche i fatti. E in questo Milano può dare dei punti anche a Renzi.

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