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Il mondo è rotondo
Quel cerino che ha impedito all'Italia di restare al buio

Erano i primissimi anni Novanta, credo il 1992. Marco Pannella venne nella redazione dell’Indipendente dove io, allora, lavoravo. Passando fra le nostre scrivanie ad un certo punto esclamò: “Ricordatevi, io sono il cerino che impedirà a quest’Italia di restare al buio”.
Mi colpì non poco quella frase minimalista: altri politici si sarebbero definiti faro, torcia, lampada, lanterna, falò. Marco Pannella no, scelse la luce più piccola e più breve, quella del cerino. E forse in questa frase c’è tutto lo storico leader radicale italiano che, molto probabilmente, aveva capito prima di tanti altri lo tsunami che si stava per abbattere sul nostro Paese: mani pulite.
Qualche settimana prima era stato infatti arrestato Mario Chiesa, il classico sassolino che genererà la più grande valanga che abbia mai colpito la politica italiana.
Le elezioni che si svolsero ad aprile non andarono benissimo per i radicali: la lista Marco Pannella (LMP) ottenne appena l’1,24 per cento dei voti. Vinse, per l’ultima volta la Dc (29,66%); il neonato Pds di Achille Occhetto non superò il 16,11, il PSI di Bettino Craxi si fermò al 13,62. Spaventò molti (in tanti parlarono di calata dei Lanzichenecchi) il debutto elettorale della Lega Nord di Umberto Bossi che ottenne un ragguardevole 8,65%.
Certo c’era un po’ di autocompiacimento in quella fiammella di cerino visto che a pronunciarla era l’uomo che fino a quel momento aveva avvicinato di più l’Italia all’Europa e al resto del mondo occidentale con le sue battaglie civili: aveva tutta la Chiesa e tutta la Dc (almeno ufficialmente) contro quando si lanciò nella battaglia a favore del divorzio. E la vinse. Aveva tutta la Chiesa e tutta la Dc (almeno ufficialmente) contro quando lottò per il sì in occasione del referendum per l’abrogazione della legge sull’aborto. E vinse.
Gli italiani devono molto a Pannella perché nella sua lunga vita e nella sua lunga carriera è stato uno dei pochissimi, almeno nel nostro Paese,  a dimostrare che si può far politica non per interesse, non per potere ma semplicemente per restare fedeli ai propri ideali e alle proprie idee. Come quando nel 1983 candidò Toni Negri, in carcere per reati di terrorismo dicendo: “Non condivido una sola sua idea ma mi batterò sempre affinché lui possa esprimerle”. Forse discutibile, sicuramente coerente.
Liberale, liberista, libertario e, a detta degli amici, libertino, Pannella aveva uno spiccatissimo senso del marketing politico. Con i suoi voti, che non sono mai stati tanti, è riuscito ad ottenere molto di più di quanto non abbiano fatto politici assai più votati di lui e con molto più potere di lui. Come dimenticare quella “Tribuna politica” del 1978 quando lui ed Emma Bonino rimasero 25 minuti imbavagliati e in totale silenzio davanti alle telecamere per protestare contro la stampa e l’occupazione partitica della Rai. Quei 25 minuti sembrarono a chi era davanti agli schermi un’eternità e valsero sicuramente molto ma molto di più di qualsiasi discorso, di qualsiasi attacco. Geniale!
Certo molte battaglie che ha condotto Marco Pannella erano perse in partenza, erano senza speranza: a lui interessava che se ne parlasse (a questo servivano i tantissimi scioperi della fame e della sete che ne hanno minato la salute); a lui interessava tenere comunque sveglia la coscienza dei cittadini; far capire che quel problema, che a livello politico sembrava interessasse soltanto lui e il suo gruppo, era in realtà un problema che riguardava tutti. Come le condizioni delle nostre carceri, come il giustizialismo in occasione della condanna di Enzo Tortora e come in altre mille occasioni. Appunto un semplice cerino per impedire all’Italia di restare al buio. Purtroppo quel cerino si è spento per sempre.
Sergio Rotondo

 

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