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La nuda verità
La vita migliore possibile

Cari amici; so che oggi, probabilmente, dovrò chiedervi scusa. Mi devo scusare perché sto per parlare di una condizione che non tutti vivono alla stessa maniera; quello che alcuni considerano una gabbia, una palude, il nulla, altri lo hanno conquistato con anni di fatiche, di lotte, di privazioni; mentre io, in qualche modo, ci sputo sopra. E per questo mi devo scusare. Credo di dovermi scusare anche perché non riserverò molta delicatezza per coloro che sono nella situazione in cui sto per parlare e che come me vorrebbero uscirne, ma oggettivamente non possono; perché uscirne, lo so, è privilegio per pochi, e allora si cerca di non pensarci, di conviverci, di accettarla, per non impazzire. E sbatterla in faccia senza pietà non è molto altruista. E anche di questo mi scuso. Ma non ce la faccio a non dire nulla, è più forte di me. Abbiamo cambiato tutto, abbiamo attraversato la rivoluzione industriale, abbiamo inventato l’automobile e visto luoghi che non avremmo mai potuto raggiungere; abbiamo attraversato due guerre, la rivoluzione sessuale, gli anni di piombo e internet ci accompagnato nel nuovo secolo. Finalmente viviamo la vita migliore possibile; una vita privilegiata, fatta di comodità e lussi che più di metà del mondo non ha ancora visto, fatta di progresso, di comunicazioni satellitari; in una frazione di secondo sappiamo che tempo fa in Texas e in Nuova Zelanda; magari non ce ne frega un cazzo, però lo sappiamo. La vita migliore possibile. Questo è quello che sappiamo; quello che ci insegnano in famiglia, a scuola; quanto siamo fortunati. E quasi sempre ci crediamo, quasi sempre ci vogliamo credere. Ma se per un attimo ci limitassimo a guardare, davvero, la nostra vita dall’esterno, senza preconcetti né buoni né cattivi, così, come se fossimo estranei appollaiati su di un tetto che ci guardano tutto il giorno attraverso una finestra, ecco, forse, cosa vedremmo.

Vedremmo un tizio che dorme quasi sempre male, tra l’ansia inconscia di non arrivare alla fine del mese e il rumore di fondo di automobili, autobus, decespugliatori da giardino e camion che raccolgono spazzatura e vetro, che penetra dalle finestre e si infila nel nostro subconscio, facendoci svegliare una mattina si e una no più stanchi di quando siamo andati a letto. Un caffè per darci la sveglia e siamo già in ritardo; colazione, doccia e vestiti già con l’occhio all’orologio; dividiamo la colazione con l’ansia. Poi usciamo di casa, tutti insieme da bravi soldatini. Milioni di scatole in coda nello stesso momento (e tutti sulle stesse vie) a dieci all’ora dopo tre metri dal portone; non sono ancora le otto e siamo già al primo bagno di adrenalina che si scarica senza freni sui nostri apparati digerenti, mentre il benzene e i PM10 ci penetrano lentamente nella pleura, nei polmoni. Arriviamo in ufficio sudati e con l’occhio iniettato di sangue, e non sono ancora le nove. I più intelligenti nella scatola di un metro quadro hanno anche fumato e sparato a manetta onde elettromagnetiche dal telefono cellulare. A questo punto avremmo già bisogno di riposo, ma la giornata è appena iniziata. Varcata la soglia dell’ufficio ci sono gli obiettivi da raggiungere, i budget, i target, ad aspettarci; e appena ci avviciniamo a raggiungerli ce li piazzano ancora più lontani, proprio perché abbiamo dato prova di poterci riuscire, così lavoriamo di più. E in fondo al tunnel un piccolo incentivo, ma non per tutti, solo per pochi eletti, quelli che si sforzeranno di più, quelli che non si risparmieranno, quelli che avranno dimostrato di dare tutto per l’azienda ed avranno sacrificato il tempo della loro vita, i momenti con la famiglia, le vacanze, le influenze, il tempo con i figli, la salute. Il tutto sempre stando ben attenti a non farsi superare nemmeno di un centimetro dai colleghi; i colleghi: persone che non amiamo, che non vogliamo, che non ci siamo scelti e dei quali non ce ne frega nulla se non che non ci prendano un pezzettino del nostro merito, del nostro microscopico giardino.

Mangiamo, a pranzo, gli ultimi derivati della raffinazione del petrolio, della plastica e del carbone; cose che ogni giorno, sempre più, si scopre provocano le più diverse malattie, cancro soprattutto; carne lavorata, pesticidi, precotti, cotolette surgelate che non si riesce veramente a riconoscere nemmeno più se siano carne, pesce o cosa, sono bianche dentro e gialle fuori ma è tutto li. Ed è tutto già pronto, già cotto, già nel piatto, perché in quaranta minuti, meglio trenta, meglio venti, dobbiamo finire; ma a dire la verità sarebbe ancora meglio se restassimo con la nostra vaschetta di plastica scaldata in due minuti nel microonde davanti al computer senza nemmeno staccare gli occhi dal monitor; e infatti lo facciamo. Dopo dieci ore così ci aspetta un’altra ora da incubo chiusi nelle nostre lattine, senza mai mettere la quinta, a urlare a chiunque le nostre frustrazioni, stavolta non solo incazzati e affumicati, ma anche con i nervi a pezzi dalla giornata infinita lasciata alle spalle. La sera giusto il tempo di cucinare qualcosa e si stramazza davanti al divano alle nove, con il telecomando in mano. La casa è un casino, ma ci penseremo sabato. Al venerdì sera vorremmo morire, sfasciarci dentro a un letto e perderci nel sonno; ma alcuni di noi hanno un sussulto di consapevolezza, alzano la testa e intuiscono che non può essere tutto così; e allora si danno uno scrollone sotto la doccia ed escono. A migliaia, tutti negli stessi posti, tutti a fare le stesse cose. Cinema d’inverno, in Liguria D’estate. Ancora code, ancora stress, ancora lo stesso circo, la stesso percorso obbligato. Il sabato inizia con le pulizie, perché non si può mica vivere in una casa sporca; poi la spesa, perché il frigorifero si svuota, e poi la macchina da lavare e il centro commerciale che ci offre tutto quello di cui abbiamo bisogno e ci inghiotte, noi e i nostri bancomat, tutto il giorno; se ci fate caso nei centri commerciali non è possibile distinguere che ora sia, e nemmeno in che città si sia; galline allevate in batteria. Sempre aperto, luce sempre accesa, per non smetter mai di mangiare, per non smettere mai di comprare. E ancora in coda. La domenica lo stadio, la pizza, il cinema. E ancora in coda. E Si ricomincia tutto d’accapo. Tutta la vita. Paradossalmente, siamo perfettamente organizzati per non far finire mai il circolo diabolico; i bambini li prepariamo fin dalla scuola ad entrare nel gorgo, e dopo la scuola li spingiamo con tutte le nostre forze ad entrare in quello che noi stessi abbiamo chiamato “mondo del lavoro”, definizione che riempiamo di speranze, di sogni, di promesse, sapendo benissimo in fondo in fondo di mentire a noi stessi, prima di tutto, e poi a loro. Ma non abbiamo scelta, e allora lo facciamo. Quando una strada è l’unica che c’è, è per forza la migliore.

Il “mondo del lavoro” …
E chi non si allinea, chi si ribella, chi tenta di uscire da tutto questo lo si guarda con diffidenza; “disadattati”, “diversi”, “fannulloni”, scegliete voi la parola, tanto il senso non cambia. Ebbene guardatevi allo specchio, da soli, in camera, dove non dovete giustificarvi con nessuno, dove non potete mentire, e ditemi che non dareste qualsiasi cosa per uscire dalla ruota del criceto, da una vita di cui conoscete la fine ancor prima di incominciare a viverla, per uscire da una gabbia talmente forte da non aver nemmeno bisogno di sbarre, né di carcerieri, perché il miglior carceriere possibile siamo noi.

copertina
 

La migliore mossa del diavolo è stata far credere al mondo che non sia mai esistito. Bene; non so voi, ma io non ce la faccio; non ce la posso fare, è più forte di me. L’ho sempre capito, fin da quando ero bambino, fin da quando vedevo lavare la macchina a mano per risparmiare cinquemila lire che, crescere, così, era soltanto una trappola. Però, niente scorciatoie, niente droga, niente reati, e soprattutto, non fare del male a nessuno. Questi sono i punti fermi.

 Detto questo, io voglio il mare, voglio addormentarmi con il rumore delle onde fuori dalla finestra, voglio non sapere cosa succederà domani, voglio il calore e l’affetto di coloro che amo e a cui voglio bene intorno a me, li voglio seduti più spesso possibile alla mia tavola, che sarà sempre aperta e sempre imbandita. Voglio ridere e piangere senza dovermi vergognare di farlo; voglio il tempo per fermarmi e capire cosa sta succedendo, chi sono e dove vado. Voglio guardare il sole calare tra le piante di girasole, lì, oltre le colline. Voglio una signora di ottant’anni che mi porta le uova delle sue galline, e Ferruccio che mi chiama quando la sua coppa appesa in cantina è stagionata al punto giusto, né prima né dopo. Voglio il privilegio di non dover pensare a come tirare a campare, prima o poi. Lotterò, combatterò per tutto questo, tutta una vita se necessario; l’ho sempre saputo in fondo, e nonostante ci abbiano provato in tanti, niente è mai riuscito farmi cambiare idea. Lotterò fino all’ultimo respiro per questo; e se riuscirò ad avere anche un solo giorno così, allora, beh, avrò vinto io, e potrò chiudere gli occhi, finalmente, in pace.

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