Fondatore e direttore
Angelo Maria Perrino

Come l'immigrazione sta mandando in frantumi l'Unione Europea

Di Armando Michel Patacchiola
migranti confine sloveno (1)

Quando il primo luglio del 2000, quindi sedici anni fa, è stato aperto al pubblico, il ponte di Øresund era molto più di un gioello dell'architettura moderna: idealizzava il desiderio di unire due culture, quella danese e quella svedese, ma anche quello di facilitare e velocizzare lo scambio di persone e di merci tra due tra i paesi più rappresentativi dell'Europa del Nord. Lo scorso 4 gennaio, però, questo processo si è rallentanto notevolmente: tutti i passeggeri che attraverseranno il ponte dell' Øresund saranno sottoposti a controlli e chiunque verrà trovato sprovvisto di un documento d'identità valido verrà fermato e rispedito al punto di partenza.

Il ponte dell' Øresund è lungo quasi 16 chilometri ed è il ponte più lungo d'Europa. Ogni giorno sia in treno che in auto, il ponte dell' Øresund viene oltrepassato da circa 75 mila persone: in pratica è come se in un anno se tutti gli abitanti del Nepal (circa 27 milioni di persone) si spostassero tra i due estremi: Copenaghen e Malmö .

La decisione di innalzare i controlli  alla frontiera con la Danimarca è stata presa dal primo ministro svedese Stefan Löfven per arginare quella che da un anno a questa parte è stata chiamata la “crisi dei migranti”. La scelta di Löfven, che è anche il leader del “Partito Socialdemocratico Svedese” (SAP), ha portato ad una serie di misure a catena, tra cui quella della Danimarca, che recentemente ha istituito dei controlli al confine con la Germania. Lars Løkke Rasmussen, il premier danese, ha giustificato questa misura dicendo che c'è un «serio rischio per l’ordine pubblico e la sicurezza interna» del paese. Il portavoce del ministero degli esteri tedesco Steffen Seibert ha sottolineato come «nonostante sia molto importante« il sistema Schengen «sia in pericolo». Schengen è uno dei trattato fondamentali dell'Unione Europea ed è quello che permette la libera circolazione delle persone e delle merci tra i paesi europei aderenti. Recentemente a “Piazza Pulita”, il talk show condotto da Corrado Formigli su “La7”, il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha chiarito come sia difficile «vedere un' Unione Europea senza Schengen». Da alcuni mesi però Austria, Germania, Francia e Norvegia mantengono i controlli alle loro frontiere, eludendo alcuni i principi fondamentali del trattato.

La Svezia, assieme alla Germania, è tra i due paesi più ambiti dalle popolazioni in fuga dalle guerre in Medio Oriente e Africa. Per far capire la portata di questa emergenza occorre comprendere che il numero complessivo dei migranti accolti in tutto il 2014 coincide con quelli accolti nei soli mesi di ottobre e novembre dell'anno che si è appena concluso, quando i rifugiati giunti in Svezia sono stati circa 80 mila. Un numero, quello svedese, di poco inferiore a quelli giunti in Italia (circa 150mila) e a quelli giunti in Grecia (818mila), i due principali punti di approdo dei rifugiati in Europa. Secondo le ultime stime diffuse dall'Organizzazione per l'Immigrazione (IOM) lo scorso anno in Europa sono arrivati un milione di migranti. In pratica è come se in un anno tutta la popolazione del Trentino Alto Adige fosse sbaracata in Europa.

Non tutti i migranti però rimangono nel paese dove sono sbarcati: molti riescono a sfuggire ai controlli e a scappare verso paesi più prosperi e dal welfare più generoso. L'Eurostat, che è l'istituto di statistica europeo, ha rilevato che lo stato che ha ricevuto più richieste di asilo politico nel 2015 è la Germania, con 315 mila richieste rilevate fino allo scorso mese di ottobre. La Germania è anche il paese che ha concesso più asili politici (47mila) seguita da Svezia (33mila) Francia e Italia (20mila). La Grecia, che è il paese più in crisi economica dell'Eurozona, non compare nei primi posti.

Lo scorso 25 agosto la Germania ha aperto le sue frontiere ai migranti siriani: da quel momento in poi nessun siriano trovato nei pressi dei confini della Germania è stato più espulso e rispedito nel primo paese europeo in cui è approdato. Con questa mossa la cancelliera Angela Merkel ha di fatto sospeso gli “accordi di Dublino III”, ossia il sistema che quelli che regola e stabilisce il diritto alla protezione internazionale vigente in Europa. In genere, e tranne in rari casi, la normativa delega inderogabilmente al primo paese in cui il richiedente asilo approda per la prima volta nel nostro continente l'onere di accogliere la domanda di asilo politico. Con questa scelta la Germania quindi ha allegerito il carico fiscale e burocratico necessario per la convalidare e attuare la richiesta di asilo agli altri paesi dell'Ue, soprattutto Italia e Grecia. Un aiuto non di poco conto, visto che in Italia il sistema è abbastanza lento. Tra i principali problemi riscontrati nel sistema di accoglienza dei migranti italiani c'è da notare come siano poche (appena dieci in tutto il paese) le commissioni che si occupano dell'identificazione dei migranti arrivati sul suolo italiano. Il ruolo di queste commissioni è fondamentale: sono loro infatti che stabiliscono se i migranti siano meritevoli di tutela oppure siano da rimbarcare verso il paese di provenienza. Solitamente questa decisione deve esser presa entro i primi trenta giorni dalla richiesta, ma in Italia può succedere che il verdetto sia espresso anche dopo dodici mesi.

Se da un lato, però, la decisione della Germania ha favorito l'ingresso dei siriani in Germania, dall'altro ha sfavorito tutti gli altri in fuga. Tra questi ci sono quelli iracheni, quelli eritrei e quelli afghani. Tutte popolazioni, quest'ultime, in pericolo proprio come i siriani. Questa scelta ha generato non pochi problemi agli altri paesi confinanti, che sono stati presi maggiormente d'assalto. In generale la scelta di aprire le frontiere ai profughi siriani ha causato non pochi problemi alla Merkel, che è sotto accusa da parte dell'ala più intransigente del proprio partito “Unione Cristiano Democratica” (CDU), da parte del principale alleato al governo (il partito gemello bavarese CSU) oltre che dal “New York Times”, che l'ha apertamente criticata. Tutti gli oppositori delle Merkel sono concordi nel ritenere errate le sue scelte in tema di immigrazione poiché a loro avviso hanno portato seri problemi di integrazione e di sicurezza per la Germania. Sono da leggere in questo senso le polemiche nate sulla scia degli eventi della notte di Capodanno di Colonia, la quarta città più grande della Germania, quando durante i festeggiamenti di San Silvestro una decina di donne hanno riferito di aver subito violenze da un gruppo di immigrati. La regione della Renania Settentrionale-Wesfalia, quella che comprende Colonia, è quella dove c'è la più alta concentrazione di immigrati della Germania: più del 20 percento del totale.

La notte di San Silvestro di Colonia (Köln), fa da contraltare a quella Aylan Kurdi, il bambino di 3 anni morto annegato nelle acque del Mediterraneo nel tentativo di scappare lontano dalla guerra in Siria. Quella di Aylan, ritrovato sulla spiaggia di Bodrum, a nord della Turchia, nei primi giorni dello scorso settembre, può essere considerata a tutti gli effetti la storia simbolo dello scorso anno per quanto riguarda il dramma dell'immigrazione. Le foto del ritrovamento del suo corpo hanno indignato ed emozionato tutto il mondo e hanno inciso sulle strategie dell'Europa nella gestione dei migranti.

Il 22 settembre, a pochi giorni di distanza dalla tragedia del piccolo Aylan, i ministri dell'Interno dei 28 stati membri hanno votato per la redistribuzione di 120 mila migranti. Un numero, quello dei migranti redistribuiti, ritenuto «ridicolo» dall'attuale presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker, vista «la grandezza del problema» dell'immigrazione, la più grande dalla seconda guerra mondiale ad oggi. I principali beneficiari dell'inizativa sono stati Italia e Grecia e proprio per questo l'attuale ministro dell'Interno Angelino Alfano ha manifestato gratitudine all'Unione Europea. In realtà il numero dei migranti da ridistribuire era in principio molto più elevato, ma data la riluttanza degli altri paesi membri si è optato per una quota più bassa. La lentezza e la pochezza dei numeri del sistema di ripartizione dei migranti è stato per molti il punto più basso toccato dall'Unione Europa per sul tema della politica dell'immigrazione comunitaria.

Tra i principali oppositori del sistema di ripartizione delle quote c'è il premier ungherese Viktor Mihály Orbán, un politico della destra nazionalista che il “Financial Times”, uno dei principali quotidiani economici mondiali, ha definito «autocratico» . Tra le principali iniziative avallate da Orbán c'è quella di aver costruito un muro di 175 km lungo i confini con Serbia e Croazia, innalzato per impedire l'ingresso nel paese dei migranti partiti dalla Grecia. Un'iniziativa simile è stata presa dal cancelliere austriaco Werner Faymann, che è anche presidente del “Partito Socialdemocratico d'Austria” (SPÖ), e che a differenza di Orbán fa parte del “Partito Socialista Europeo” (PSE), il partito delle sinistre europee. L'Austria si appresta in questi mesi a concludere un muro con la Slovenia lungo quasi 4 chilometri e anche in questo caso l'iniziativa è stata ideata per osteggiare l'ingresso dei migranti nel paese.

L'Austria e l'Ungheria fanno parte di un nutrito gruppo di governi nazionali, per lo più ispirati alla destra, che stanno inasprendo le politiche nazionali sull'immigrazione. Tra questi si discute molto delle proposte di Rasmussen, primo ministro della Danimarca e leader di “Venstre”, un partito liberale in caduta libera nei consensi nazionali. “Venstre” guida la coalizione del governo di minoranza con il partito nazionalista e xenofobo “Dansk Folkeparti” (Partito del Popolo), che appoggia il governo dall'esterno. Lo scorso 13 gennaio è approdato a  palazzo Christiansborg, la sede del parlamento danese, un disegno di legge molto duro nei cofronti dei migranti. In molti sostengono che questo disegno di legge sia stato voluto per accontare proprio il “Partito del Popolo”. Tra le principali presenti c'è il prelievo fiscale nei confronti dei migranti per quei beni ritenuti di valore. Un prelievo forzoso ideato per pagare il «bill» (il conto) delle spese per la permanenza dei rifugiati in Danimarca. Recentemente il “Washington Post”, uno dei più autorevoli quotidiani americani, ha ironizzato su questa iniziativa di legge scrivendo che è come se sia stata ideata pensando che tutti i richiedenti asilo arrivino in Danimarca «con una valigia piena di diamanti». Il voto finale è previsto per il prossimo 27 gennaio ed è probabile che da qui a quella data si arrivi ad un alleggerimento della legge. “The Local”, un quotidiano danese in lingua inglese, ha scritto che molto probabilmente la confisca dei beni non riguarderà le fedi nuziali e altri oggetti di alto valore affettivo per i migranti, che comunque avranno l'ultima parola sull'importanza di un bene.

Le opposizioni danesi hanno accostato questi provvedimenti alle razzie dei nazisti durante il secolo scorso. Ma il governo danese tira dritto. Recentemente la portavoce del governo Johanne Schmidt-Nielsen ha chiarito come l'esecutivo sia «soddisfatto perchè [questa iniziativa] scoraggia i profughi dal richiedere asilo in Danimarca». Dello stesso avviso il ministro dell'Integrazione Inger Støjberg che ha chiarito come questo provvedimento serva ad equiparare i migranti ai cittadini danesi. In Danimarca infatti, spiega la Støjberg, «se un cittadino danese ha beni di valore superiori a 10mila corone (1340 euro) deve venderli se vuole accedere al sussidio di disoccupazione». Tra gli altri provvedimenti molto discussi c'è quello legato al ricongiungimento familiare con gli immigrati già presenti in Danimarca. Per raggiungere un parente residente in Danimarca un profugo potrebbe attendere fino a tre anni. Al contempo, sempre secondo questo disegno di legge, in futuro sarà più difficile ottenere la cittadinanza danese.

Sono in vigore da tempo, invece, i provvedimenti sui controlli ai confini con la Germania, che proprio in questi giorni è prorogato al 3 febbraio, quando il governo rivaluterà la situazione. Più datato invece l'annuncio a pagamento su un quotidiano libanese, in cui il governo invitava gli stranieri a «non venire in Danimarca».

Non fa parte dell'Unione Europea ma ha aderito a Schengen la Svizzera. Qui, a differenza che in Danimarca, è già in vigore un provvedimento molto simile a quello che sta valutando il governo danese. Lo ha riportato la televisione televisiva “10vor10” dell'emittente pubblica “SRF”, che trasmette nel cantone tedesco. Durante la trasmissione è stata mostrata una ricevuta di un migrante siriano attestante la cessione di mille franchi svizzeri (circa 915 euro) per rimanere in Svizzera con la sua famiglia. La somma, si apprende, sarà restitituita se «entro sette mesi i migranti lasceranno il paese». In Svizzera sono presenti già alcune norme che obbligano i rifugiati a consegnare il 10 percento per 10 anni dello stipendio. Anche queste norme sono state istituite per ripagare lo stato dei costi del loro mantenimento nei primi mesi di accoglienza.

Anche in Italia, in molti, polemizzano sull'eccessivo riguardo nei confronti dei migranti. In molti sottolineano come ci sia una sorta di «razzismo al contrario» nei confronti dei nostri connazionali in difficoltà. Tra i programmi televisivi che da anni trattano come prioritario questo tema c'è “Quinta Colonna”, condotto da Paolo del Debbio, su “Rete 4”. Tra gli approfondomenti trattati ultimamente c'è quello progettato dal comune di Milano, che ha recentemente indetto un bando di 400 euro al mese per i cittadini meneghini che ospiteranno in casa un migrante. Matteo Salvini, eurodeputato e leader della Lega Nord, un partito che riscuote ampi consensi nel centrodestra, soprattutto nelle regioni al nord dell'Italia, ha etichettato come «razzista» la scelta del comune di Milano, guidata da una coalizione di centrosinistra. La scelta, secondo molti, dovrebbe essere estesa anche agli italiani in difficoltà.

Lo scorso mese di maggio il ministro degli Interni Alfano, leader di “Nuovo Centro Destra” (NCD), il partito che assieme al “Partito Democratico” (PD) sorregge di governo Renzi, ha avanzato una proposta concreta ed interessante, ma che non ha avuto molto seguito nei dibattiti. Alfano dichiarò l'intenzione di «far lavorare gratis i migranti dei campi di accoglienza anziché farli stare senza far niente». Un modo, questo, utile nel contribuire ai conti della permanenza in Italia dei rifugiati, ma soprattutto un modo per smussare il sentimento di «razzismo al contrario» che si fa largo tra gli strati più bisognosi della popolazione italiana. L'idea di Alfano è stata bollata come da «schiavista» da Salvini. Ma molti esperti concordano nel dire che per integrare i migranti occorre formarli e avviarli ad un lavoro. Solo così saranno cittadini liberi e autosufficienti.

Il giovane archietto Sebastian Daeschle ha già avviato questa pratica a Berlino, in Germania. Daeschle ha avviato “Cucula” una start-up in cui lavorano cinque immigrati sbarcati a Lampedusa, nell'estremo sud dell'Italia. “Cucula” che in lingua hausa significa «prendersi cura dell'altro» si occupa della creazione di mobili in legno. In una prima fase i mobili sono stati ricavati dai resti delle imbarcazioni di fortuna utilizzate dai migranti per oltrepassare il mar Mediterraneo. Alcune suppellettili sono state vendute anche a 500 euro e il ricavato sarà utilizzato per progettare solide basi per il futuro. «Ho visto morire molta gente durante la guerra, non sapevo cosa fare per salvarla. Ora siamo qui e non vogliamo tornare indietro, solo andare avanti» racconta uno dei designer.

“Cucula”, più di altri progetti di integrazione attuati anche in Italia, e per molti traccia la strada che l'Europa deve intraprendere per sopperire alla “crisi dei migranti”: risorgere dalla proprie ceneri come un'araba fenice e costruire nuovi collegamenti tra culture diverse, ripartendo proprio dai cocci dei sogni dei suoi padri fondatori che sono stati infranti.

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Patacchiola Armando Michel, classe '84, ho studiato giornalismo alla Eidos e all'Università degli Studi di Perugia. Ho collaborato con “Tgcom24” e “The Post Internazionale”. Scrivo per raccontare storie del mondo, tenendo sempre a mente cosa succede in Italia.

 

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