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Politicamente scorretto
Giro d'Italia tra tradizione ed estremizzazioni televisive
ROGLIC (foto Lapresse)


Anche il Giro d'Italia è affetto dal "virus" epidemico che ha colpito da anni tutto lo sport professionistico.
Una pandemia (parrebbe irreversibile) scatenata dalia corsa spasmodica e ininterrotta del maggior profitto generato dall'audience televisiva e dei munifici diritti televisivi.
Nonostante evidenti ostacoli logistici, orari, e climatici, anche il ciclismo professionistico non è immune alla bulimia televisiva-economica che costringe a far svolgere le competizioni durante le ore serali e se, fosse possibile, notturne.
 
Utilizzando un termine più consono, nel prime-time; sì, insomma, quando gli ascolti sono più alti.
Il ciclismo, lo sport più ancorato alla tradizione (una epopea lunga più di un secolo), seppur non esente dall' evoluzione scientifica in fatto di materiali e preparazione con l'utilizzo delle più moderne dotazioni tecniche (le più innovative scoperte in ambito meccanico, medico, manifatturiero, ecc. vengono utilizzate dalle squadre professionistiche), e dove si ha cura del minimo dettaglio, corre il rischio di venir snaturato e "distrutto" dal fagocitore mezzo televisivo.
Presentazione delle squadre che partecipano al 102esimo Giro d'Italia in Piazza Maggiore a Bologna; allestimento stile concerto; kermesse con inizio ore 21:30, termine, ore 23:00.
 
Lo show televisivo è incentrato in un rutilante gioco di luci e suoni, dove le 22 squadre e i 176 corridori, vengono presentati in un misto di inglese  e italiano con una fugace intervista al capitano (meglio, un semplice scambio di battute scontate e retoriche), con inquadrature mixate di primi piani degli atleti e di un campo lungo dove si scorgono a mala pena le biciclette in dotazione, con buona pace di sponsor e costruttori, oltre che della curiosità degli appassionati.
 
Non solo la passerella della presentazione viene inserita nel palinsesto di primaserata.
Anche la prima tappa, la cronometro con partenza dal centro di Bologna e arrivo sulla cima della salita che conduce al Santuario Mariano di S. Luca, viene fatta disputare in tardo pomeriggio (il via attorno le 17 , conclusione dopo le 20).
 
La minaccia di condizioni meteo avverse, induce i candidati alla vittoria finale del Giro a partire per primi.
Nibali, Roglic, Dumoulin, Lopez, Landa, Sivakov, Jungels, concludono la loro fatica prima delle 17:30.
L' unico della rosa dei favoriti, il britannico Yates, sfida le previsioni meteo, e decide di partire alle 19:45.
Morale, per oltre 2 ore e mezzo, i telespettatori (circa 1 milione e 200 mila) si sono sciorinati tutti i partecipanti in una narcolessia apicale, con le riprese inframmentate da immagini virtuali "nonsense", altimetrie di tappe con grafiche che rendevano incomprensibili i tracciati e l'orografia e commenti triti e ritriti degli opinionisti. 
 
Narcolessia che è temporaneamente svanita allorchè l'attenzione è stata destata dall'arrivo di S.Yates poco prima delle 20.
Un attimo dopo, però, la maggior parte degli telespettatori è scappata da Rai 2, non appena è iniziato il Processo alla Tappa (3 % di share). 
La noia profonda provocata da quella insensata scelta di palinsesto ha colpito anche il primo classificato, lo sloveno Roglic, che ha dovuto attendere quasi 3 ore (3 ore!!!) in zona premiazione per poter festeggiare la vittoria e indossare la sua prima maglia rosa.
 
Il "povero Roglic" si è cimentato in esercizi di stretching, coperto di tutto punto per evitare malanni e problemi respiratori, con i suoi diretti avversari alla vittoria finale, rientrati 2 ore prima, nei rispettivi alberghi dove hanno potuto effettuare i messaggi di rito, cenare e organizzare con lo staff tecnico le tattiche per la tappa del giorno dopo. 
Non solo.
L'uggia generale ha colpito anche gli spettatori assiepati sul percorso, che dopo un'ora e mezzo hanno abbandonato i cigli delle strade, producendo uno scenario desolante fatto di trasenne e cartelloni pubblicitari senza la calca della folla festante.
L'aspetto più preoccupante di questa scelta, meglio di questa imposizione televisiva, è lo stravolgimento delle caratteristiche fondanti e basilari di uno sport  come il ciclismo.
 
Le strade del Giro, i paesi, le città che attraversa; gli scenari montani, lacustri, marinari, agresti, che si scorgono con il passaggio della carovana rosa; la fatica, le imprese dei campioni che hanno reso famoso e nobile il ciclismo; la folla dei tifosi e degli appassionati che attendono i loro beniamini, sono "l'anima", la bellezza di questo sport che affascina milioni di persone. 
Una sconcertante immolazione sull'altare dei diritti televisivi e dell'audiece, che decreterà "l'uccisione" del ciclismo e del Giro d'Italia.
Una contraddizione letale, tanto più accentuata dal fatto che il modernismo sfrenato urta contro le celebrazioni per il centenario dalla nascita del grandissimo Fausto Coppi a cui è dedicato questa edizione del Giro.
 
E allora, come direbbe il più grande antagonista del Campionissimo di Castellania, il mitico Ginettaccio Bartali, l'uomo di ferro: "...Gli è tutto sbagliato, gli è tutto da rifare..." .
E proprio sulle strade del Pio Gino, la prima tappa in linea con arrivo a Fucecchio, la corsa rosa ha ripreso il solco della tradizione (aggiungo, fortunatamente e intelligentemente).
Orari canonici, canovaccio di gara consueto, piacevole telecronaca della tappa, in un mix di contenuti tecnici, letterali (ottimo l'apporto culturale, per alcuni istanti "poetico", dello scrittore Genovesi) e aneddoti interessanti, in una giornata "odl-style" invocata da molti, anche dai protagonisti.
 
Anche il resoconto serale, TGiro, è piacevole.
Condotto da Francesco Pancani, affiancato dal "Commissario" Marco Saligari, il notiziario, in 30 minuti, spiega esaurientemente cosa è accaduto in corsa, nel dopo corsa, con la focalizzazione su particolari salienti, curiosità, dichiarazioni dei protagonisti.
Un TGiro brioso, l'opposto dell'edizione della scorsa stagione, condotta dal "mite" Stefano Rizzato.
Del resto l'esperienza di Pancani (da questa stagione ha ceduto la telecronaca diretta della tappa ad Andrea De Luca, salendo in moto a seguito della corsa- motocronaca 1) e il suo eloquio forbito, ma mai pedante, ha ridato smalto e interesse al programma  
Ieri, si è potuto udire un lungo sospiro di sollievo per lo scampato pericolo vissuto giovedì e sabato; un salto in un "futuro" estremizzato in un modernismo inconcepibile per il mondo a due ruote.
 
Massimo Puricelli
Castellanza(VA)
 
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