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Lo sguardo Rosa
NAPOLI TECH UNA SCIA DI STARTUP DIETRO APPLE & CO.
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La prima a scommettere su Napoli è stata Apple. Era il 2015 e la Mela morsicata aveva aperto la sua academy per sviluppatori, la prima in Italia ma anche in Europa, proprio nel nuovo campus dell’Università partenopea Federico II nella zona est della città. A san Giovanni a Teduccio, un luogo iconico per chi ha letto la quadrilogia de «L’amica geniale» di Elena Ferrante: è lì che Lila, una delle due protagoniste, si trasferisce in quella che diventa una metafora della sua discesa nella scala sociale. Insomma, da quartiere disagiato a centro di cultura e innovazione che richiama ogni anno oltre 400 studenti dal mondo intero.

Apple ha apertoa Napoli la sua prima academy per sviluppatori, la prima in Italia ma anche in Europa

Tre anni più tardi, ad Apple si sono unite Cisco e Deloitte (e a breve aprirà anche l’acceleratore della Tim). E una carica di (per ora) piccole startup: secondo il report nazionale delle Camere di Commercio aggiornato al secondo trimestre 2018 la Campania è la prima regione del Mezzogiorno per numero di startup e la quinta a livello nazionale, mentre la provincia di Napoli arriva quarta fra le provincie italiane con più startup. Per poco: se Napoli ne conta 313, Torino ne ha «solo» 329 (mentre Milano e Roma, in testa alla classifica con 1.598 e 867 imprese innovative appaiono per adesso quasi inarrivabili).

Altroché pizza: e se la vera eccellenza della città partenopea fossero proprio le startup? Valeria Fascione, assessore regionale con delega all’internalizzazione, alle startup e all’innovazione, ha una spiegazione: «Qui c’è creatività, un territorio aperto all’innovazione, incentivi interessanti. Buone università che formano un capitale umano che non costa molto».

Quest’ultima frase sui costi contenuti la dice sospirando, anche se subito spiega che si tratta del primo passo: Napoli sarà pure, come titola la Bbc in un reportage dedicato proprio alla città, in lizza per diventare una capitale del tech «ma abbiamo ancora forti problematiche da risolvere, come la disoccupazione giovanile. No, le startup non bastano per creare abbastanza posti di lavoro però possono mettere in moto un sistema virtuoso: più le aziende diventano competitive, più crescono e sono in grado di assumere. Il nostro obiettivo è anche fermare la fuga dei cervelli o almeno riportare in patria quelli che erano partiti».

Tra le realtà napoletane che si sono messe in luce in questi anni, c’è MegaRide specializzata in software per gli pneumatici

In qualche caso ci sono riusciti. Sòphia High Tech è nata nel 2013 e il suo ceo è Antonio Caraviello, ingegnere tornato dall’estero proprio per creare un’azienda in Campania nel settore della manifattura 4.0. Oggi è uno dei fiori all’occhiello delle startup innovative locali, con clienti del calibro di Fiat e Fincantieri. Tra le realtà da tenere d’occhio c’è anche MegaRide, startup lanciata due anni fa dal 30enne Flavio Farroni e specializzata in software per gli pneumatici: tra i clienti del suo programma per misurare l’attrito tra gomme e terreno c’è anche la Ducati, che l’ha voluta come arma in più per la MotoGp. «Se dovessi indicare una startup che ha i numeri per diventare un unicorno (cioè una società con una valutazione di almeno un miliardo di dollari: per ora in Italia ce n’è stata solo una, il colosso dell’ecommerce Yoox, ndr), direi proprio MegaRide», afferma Massimo Varrone, direttore operativo dell’incubatore Campania NewSteel. Unico incubatore certificato del Mezzogiorno, conta sulla partecipazione della Città della Scienza e dell’università Federico II (della quale MegaRide, come altre imprese, è uno spin-off). Oggi lavora con circa 70 startup, impiega cinque persone e conta di chiudere l’anno con un fatturato sopra il milione di euro. Secondo Varrone è solo l’inizio: «L’83% delle nostre imprese sopravvive dopo il terzo anno, creando un ecosistema sempre più solido e favorevole all’innovazione».

Resta un nodo da sciogliere, però. I fondi. Che, ammette il direttore, «sono difficili da trovare e portare in Campania: gli investitori sono abituati a guardare a realtà diverse dalla nostra». Eppure, per chi vuole rischiare, Napoli potrebbe essere la scelta giusta. Giovanni De Caro, membro del board di Campania NewSteel con un passato nel venture capital, ne è convinto: «Se io fossi un imprenditore farei tanti piccoli investimenti da 100 mila euro qui a Napoli, anziché una manciata di grossi a Milano. La maggior parte delle nostre startup è in una fase acerba: significa che il rischio è alto ma anche il potenziale di rendimento è molto elevato». Con i grandi investitori fuori dalla partita (proprio perché di solito lavorano su imprese con rischi più contenuti) restano le campagne di crowdfunding e i business angel, cioè gli investitori privati che aiutano le startup a crescere e a entrare nel mercato.

Per quanto riguarda la prima opzione, Campania NewSteel ha appena stretto un accordo con la piattaforma italiana di equity crowdfunding Mamacrowd. Per quanto concerne gli «angeli», invece, «devi andare a scovarli e avvicinarli alle aziende» come sottolinea De Caro. Niente grossi nomi, si parte dal locale «che per ora è ancora poco ricettivo ma pian piano inizia a muoversi». Come nel caso di E-LISa, che progetta e produce protesi ortopediche e ora è in contatto con uno dei principali gruppi di cliniche private della Campania. I talenti ci sono però non bastano: «Ora dobbiamo costruirci intorno l’azienda, trovare i soldi per farli crescere e poi portarli sul mercato. Napoli non è Milano, ma nel settore del tech sta cominciando ad emergere».

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