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Lo sguardo Rosa
Qual è il vero prezzo che paghiamo per la fast fashion

Ad ogni generazione che si sussegue corrisponde una maggior diffusione e assimilazione dei dogmi propri della società dei consumi (che fa dell’iper-produzione e ribasso dei costi due pilastri fondamentali), sottomettendo la “responsabilità ambientale” di ognuno al diritto all’acquisto. In questo contesto è facile capire perché le grandi catene d’abbigliamento low cost abbiano avuto una così larga diffusione, proponendo nuove collezioni a basso costo ad un ritmo quasi settimanale. Il tutto non dovrebbe destare nemmeno troppo sgomento, non fosse per l’impatto ambientale (e sociale) di una produzione iper-accelerata.

Mettendo sul tavolo la questione del consumismo, non si può evitare di far riferimento a quella che viene considerata la patria di questo modello: gli Stati Uniti. In un paese in cui l’acquisto viene considerato quasi un’espressione della libertà individuale, il confronto con gli ultimi due decenni assume proporzioni allarmanti. Un americano medio acquista 5 volte più indumenti rispetto a soli venti anni fa (stando ai numeri riportati da Fashion Revolution) utilizzandone però solo il 20%. In pratica, è come se questo surplus di capi d’abbigliamento non venga mai indossato, entrando poi in una sempre più problematica catena di smaltimento.

Info sulla Fast Fashion

Quello del fast fashion, la moda pensata per un consumo e ricambio accelerato, è un modello di business che ha avuto enorme successo, tenendo il passo con i giganti dell’e-commerce. Non a caso Amancio Ortega, l’uomo dietro la catena di negozi Zara, è la sesta persona più ricca al mondo, poco dietro Mark Zuckerberg. In poco meno di tre lustri il turnover di Zara è stato quadruplicato, dando un chiaro segnale della crescente richiesta di capi d’abbigliamento a basso costo. Un aumento nei profitti, e nella produzione, ha però una controparte che raramente viene esposta al grande pubblico.

Ripercorrendo a ritroso le fasi che hanno portato gli indumenti sugli scaffali dei punti vendita, si può suddividere il processo in due grandi blocchi: produzione delle materie prime e fabbricazione industriale. Nella prima fase si nota come la coltivazione del cotone ceda gradualmente il passo all’impiego di poliestere, fibra artificiale derivante dal petrolio e ad alto consumo energetico. Nel solo 2015, l’ammontare di gas serra prodotto dalla produzione di poliestere è stato equivalente a quello di 185 centrali elettriche a carbone. D’altro canto, nonostante sia un prodotto naturale, il cotone ha un impatto sull’ambiente che grava sulle regione famose per la sua produzione. La coltivazione di questa materia prima impiega molto più pesticida che per qualsiasi altra piantagione, oltre ad avere un imponente consumo d’acqua per kg (circa 20mila litri). Il problema, purtroppo, non rimane a livello di sostenibilità ambientale, ma diventa sociale già nelle prime fasi di produzione, specie per i braccianti costantemente a contatto con queste sostanze nocive.

Se poi si volge lo sguardo al secondo grande blocco del processo, quello riguardante la produzione in fabbrica di indumenti, la disparità sociale si fa sempre più evidente. Il fatto che le materie prime vengano portate in regioni del mondo dove c’è scarsa regolamentazione riguardo salario minimo e lavoro minorile non è più una novità. In un report recentemente pubblicato dal Guardian viene presentato un dato a dir poco allarmante: ben 1 bambino su 10 viene impiegato nell’industria tessile, su scala mondiale. In termini di sostenibilità ambientale e sociale, questo modello dovrebbe avere i giorni contati. Non fosse che per la sola impossibilità di gestire la mole di rifiuti prodotta.

Che fine fanno? 

La vita dei nostri indumenti, una volta dismessi, non è certo meno problematica. Nonostante il ricircolo di articoli nel mercato dell’usato, le donazioni in beneficenza e i tentativi di riciclo, la merce va ad aumentare la mole di rifiuti nelle discariche (quando non smaltita tramite inceneritori). La tedesca Trademachines ha presentato le varie fasi di smaltimento in uno schema suddiviso tra rifiuti domestici (circa l’85% dei capi dismessi) e donazioni (15%), proponendo di utilizzare i proprio indumenti più di quanto si è portati a fare per minimizzarne l’impatto ambientale.

Quella dell’uso prolungato di indumenti è una delle proposte che più frequentemente viene presentata per combattere il problema della sostenibilità della moda. Personalità del mondo dello spettacolo hanno ostentato il riutilizzo dei propri outfit proprio a favore di una maggiore sensibilizzazione.

La questione però va affrontata a livello più ampio, con uno sforzo congiunto che possa coinvolgere il singolo consumatore e gli organi governativi, perché si possa mettere un freno ad una tendenza sempre più preoccupante.

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