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Quando il potere digitale supera la democrazia

Niente ha cambiato la nostra democrazia più dell’avvento e dell’espansione del web 2.0. Le grandi corporate americane dell’hi-tech, i social media, la nascita di un’opinione pubblica digitale: è qui che bisogna andare a cercare per capire come i fattori tecnologici degli ultimi anni abbiano accelerato il processo di trasformazione delle nostre istituzioni democratiche. La riflessione prende spunto dall’ultimo volume presentato dall’Aspen Institute Italia dal titolo “Potere digitale e democrazia”. La rivista, presentata nella sede romana del think tank presieduto dall’ex ministro Giulio Tremonti, si apre con un editoriale della direttrice Marta Dassù sui rischi dell’avvento di una Datacrazia. “Viviamo in una società fondata sui dati – scrive la direttrice dell’Aspen Institute - e l’utilizzo di dati digitali è così pervasivo da avere generato un nuovo ecosistema. Un flusso ininterrotto di informazioni digitali cresce in maniera esponenziale e influenza la vita quotidiana e la politica”.

Il cittadino, sempre più connesso all’interno della rete, lascia continuamente traccia dei suoi comportamenti e delle sue opinioni sulle piattaforme sociali. In un prima fase le abitudini digitali degli utenti online, elaborate in big-data, sono state utilizzate dalle corporate per adottare strategie commerciali e di marketing sempre più sofisticate. Le pubblicità delle scarpe o dei viaggi sulle nostre home page, dopo aver digitato “nike” o “mete turistiche” su Google, sono un esempio di questa profilazione. Ma oggi assistiamo anche ad un uso dei flussi informativi che passano sui social network per influenzare le campagne elettorali oppure per costruire o demolire il consenso dei leader politici. La direttrice dell’Huffington Post Lucia Annunziata, relatrice al convegno dell’Aspen, ha sottolineato come i social media siano riusciti a cambiare profondamente i partiti, eliminando la loro capacità di mediazione. La disintermediazione portata dai social network ha fatto sì che i politici abbiano iniziato a sviluppare un rapporto uno ad uno e orizzontale con i propri elettori. La conseguenza è stata quella del restringimento degli spazi di mediazione rappresentata dai corpi intermedi. I leader politici hanno iniziato rincorrere e gestire in maniera individuale il consenso, disgregando la dimensione comunitaria dei partiti oggi soppiantata dal carisma “social” esercitato sulla rete.

La rivista “Potere digitale e democrazia” approfondisce anche uno dei temi più dibattuti nell’ultimo anno, ovvero le bufale-online. Se nel 2016 la parola dell'anno per l’oxford dictionary è stata Post-truth, nel 2017 non poteva che essere fake-news. I due fenomeni sono indissolubilmente legati: le bufale online hanno creato nel web un ambiente informativo distorto, popolato da una comunicazione incentrata sull'emotività piuttosto che sulla ragione. La conseguenza della proliferazione delle fake-news è stata quella di condurre l'opinione pubblica verso il sentiero seducente e immediato della post-verità. L'inquinamento dell'informazione online da parte di notizie false e sediziose sta avendo un impatto sulla nostra democrazia dalla portata incalcolabile. Sulla rete nascono community, strutturare intorno a temi (immigrazione, medicina alternativa, complottismo) e personaggi (Putin, Mussolini), che riescono a essere più popolari e coinvolgenti rispetto ai principali organi di stampa e alle organizzazioni politiche. Istituzioni democratiche come i partiti e la stampa sono diventati nel giro di qualche anno il bersaglio preferito della propaganda populista, sfociata nel nostro paese nella vittoria del Movimento 5 stelle e della Lega di Salvini. E proprio mentre andava in scena la presentazione del volume della rivista dell’Aspen Luigi Di Maio e Salvini si vedevano per scrivere un contratto di governo per il primo esecutivo populista e sovranista d’Europa.

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