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Sportivi si nasce e poi si diventa
La strage dell’Heysel 30 anni più uno dopo

 

In campo si gioca, comunque. Fu l’ordine delle autorità belghe e dei vertici Uefa. Dopotutto, era la Coppa dei Campioni, il culmine della stagione. Si affrontavano la Juve di Platini, già pluripremiata, e il Liverpool, vincitore l’anno prima dell’amara finale di Roma, che aveva seppellito le ambizioni europee giallorosse. Ma al fischio d'inizio dell’arbitro, alle 21 e 40, nello stadio Heysel di Bruxelles 39 corpi senza vita e centinaia di feriti erano già una realtà, seppur taciuta.

Qualcosa non aveva funzionato. Intorno alle 19 e 30 dal gioco si passa alla guerriglia, dai colori alle armi. Le tifoserie, in gran parte provenienti da club organizzati, sono accuratamente divise, almeno secondo i piani. Settori X e Y per gli inglesi, Z gli italiani. Però non solo gli ultras dei Reds sono presenti, ma pure quelli del Chelsea, gli Headhunters (cacciatori di testa), noti più per la violenza che per l’estro coreografico. Estremisti da radiare e ripudiare. Ma pochi se ne accorgono, e ancor meno se ne preoccupano. Del resto, tutti Hooligans, tutto normale in quegli ambienti lì. Poi arriva la violenza e il settore Z diventa un campo di battaglia. Gli inglesi attaccano, per intimidire e per far male. Si fugge, in preda alla disperazione: ma i cancelli d’ingresso posti in cima rimangono chiusi con i lucchetti (li romperanno i vigili del fuoco decine di minuti dopo con le cesoie), e chi prova a entrare in campo è ricacciato indietro dalla polizia belga, che irrompe a cavallo sventolando i manganelli. Dominano il panico, le botte, le urla. Nessuno aiuta nessuno. Il muro, minato dal peso schiacciante della folla spaventata che si accalca, crolla. E' l’immagine di una serata tragica. Eppure il tempo scorre. La partita s’ha da fare: il biglietto non è rimborsabile, e poi in migliaia sono collegati a casa per seguire quel meraviglioso spettacolo qual è il calcio. Allora, in campo si gioca. E gli operatori televisivi fanno il loro dovere: riprendono le squadre, gli allenatori, le panchine, il sudore, le imprecazioni, il gol dell’1 a 0 (Platini), l’agonismo. Il sangue, no, quello non viene inquadrato. Gli spalti neppure.

I bianconeri non sanno niente: festeggiano, esultano e girano coppa alla mano. Non lo sanno che 32 italiani, 4 belgi, 2 francesi e un irlandese dall’Heysel non usciranno più; e che altri, tanti, vanno in giro con la testa spaccata e il corpo pestato. Nemmeno quelli del Liverpool hanno saputo niente. Lo sapevano però Albert Roosens, presidente Federcalcio Belga, e Johan Mahieu, responsabile dell’ordine pubblico (condannati poi a sei mesi di reclusione). Lo sapevano, ma dimostreranno il contrario, il presidente Uefa, Jacques Georges, e il segretario generale, Hans Bangerter – anche se la Uefa, da entità astratta, risarcirà le vittime perché giudicata responsabile della strage. Lo sapevano, forse dopo il fatto compiuto o probabilmente prima ancora di caricare, gli inglesi. Che tanto più di qualche anno di galera non sconteranno. Se ne rese conto subito, invece, il dottor Roberto Lorentini, presente per la passione juventina nel sangue: era fuggito, tornò indietro per soccorrere, e trovò la morte. Il padre, Otello, per anni si lamenterà con il Club degli Agnelli per non aver rifiutato il trofeo e per aver ignorato l’associazione dei parenti delle vittime. 

Fu una mattanzaQuanti ancora oggi vanno allo stadio con la rabbia da sfogare, questo, sì, l’hanno sentito dire, l'hanno sentito raccontare. Ma se lo dimenticano spesso. E lo vediamo in Italia: dalla serie massime alle finali romane della coppa nazionale (per esempio nel 2014, e ancora nel 2016). Tant'è che 30 anni più uno dopo, malgrado lacrime e commemorazioni, nel meraviglioso gioco del calcio, c’è ancora chi si diverte e chi combatte, chi insegue e chi fugge. Chi colpisce e chi è colpito. 

 

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