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Sportivi si nasce e poi si diventa
Novak Djokovic vale 700 vittorie

Sembra quasi ripetitivo. Ancora una volta, Novak Djokovic fa parlare di sé: e sempre in grande stile. A Dubai, annichilendo per 6-1, 6-2 il tunisino Jaziri in poco più di un'ora di gioco, il serbo ha tagliato il prestigioso traguardo delle 700 vittorie in carriera. Diventando così il 12° giocatore della così detta Era Open a raggiungere l’obbiettivo. Tra gli atleti ancora in attività si piazza alle spalle di re Roger Federer (1067 vittorie) e Rafael Nadal (775). Comunque, ora, il numero uno del mondo entra, con grande anticipo, a far parte di un'élite ristrettissima – quasi un’oligarchia tennistica – che richiama i nomi di leggende come Connors (1254), Lendl (1.071), o McEnroe (875), o ancora Agassi (870).

Un risultato di rilievo da aggiungere ad un 2016 iniziato nel miglior dei modi. Prima con la netta vittoria, contro Nadal, del Qatar ExxonMobil Open a Doha. Poi, con la conquista del sesto Australian Open battendo in finale Andy Murray e in precedenza, in semifinale, lo stesso Federer. Attualmente, è in vantaggio per scontri diretti sia sullo svizzero sia con l’eterno rivale Nadal. Nell’universo tennistico si affibbiano due grandi colpe (o meriti) a Djokovic: aver mandato in pensione anticipatamente Federer; ed aver stroncato la prorompente carriera di un Nadal che arranca. In ogni caso: l’atleta classe ’87 di Belgrado è quanto di meglio il tennis offra da qualche anno a questa parte.

Se si guardano i numeri, non c’è discussione. 19 finali degli ultimi 20 tornei giocati, di cui 17 vinti (eguagliando così la striscia positiva ottenuta da Federer tra 2005 e 2006). Numero uno nel ranking con quasi il doppio dei punti di vantaggio sul secondo (Murray): mai nessuno aveva avuto questo margine. Nella Bacheca conta 11 titoli del Grande Slam (6 Australian Open, 3 Wimbledon e 2 US Open), 5 ATP World Tour Finals (unico giocatore dell'Era Open a vincerlo per 4 anni consecutivi), 26 tornei Masters 1000, la medaglia di bronzo ai Giochi olimpici di Pechino 2008 e una Coppa Davis con la Serbia. Se si guarda il gioco, del resto, non c’è partita. Lontano, ma non troppo, dal talento cristallino del campione di Basilea, Djokovic oltre grandissime doti atletiche, la capacità di adattarsi alle varie superfici, colpi chirurgici e potenti, gioca un tennis che ha nella tenacia inestinguibile il primo motore d’azione. Alcuni si annoiano a guardarlo: troppo lineare, troppo quadrato. Altri, i più, lo ritengono tra i migliori della storia di questo sport. Una macchina perfetta: attenta ai dettagli e mai paga. Il segreto? L’allenamento. Invisibile, minuziosospecifico, ma costante. Il tutto unito alla capacità di non sentire la pressione e allontanare così la deconcentrazione. E’ la serenità nel vincere che di Djokokic è mostruosa: e probabilmente ne decreta il successo seriale.

Fono a quando, fino a dove, lo si vedrà in seguito. Intorno non sembrano esserci grossi ostacoli.

 

 

 

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