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Sportivi si nasce e poi si diventa
Panchine in rosa: quattro donne diventano allenatrici

E’ tempo di rivoluzioni sulle panchine dei campi di calcio italiani? Forse, magari sì. Certo sorprende, e non può passare inosservato, il fatto che al recente corso per allenatori Figc (concluso qualche giorno fa) quattro signore abbiano conseguito il patentino Uefa B, quello necessario per lavorare coi dilettanti - dalla seconda categoria alla serie D – e per coprire il ruolo di allenatore in seconda fino alla Lega Pro. Aria nuova dunque, e quote in rosa, di contro alle 40 presenza maschili. Come riporta il quotidiano sportivo locale L’Arena, le neo-promosse vengono dal Veneto, dalle zone di Verona e Vicenza: Melania Mirandola, Irene Masetto, Elena Banini, Roberta Martello. Tutte hanno avuto precedenti esperienze calcistiche, a livello giovanile e amatoriale, e anche nel calcio a 5. Tutte, naturalmente, gestiscono squadre in proprio: dai pulcini, agli allievi agli juniores. Ora potranno puntare più in altro, forti di una certificazione ufficiale e degli ottimi punteggi ottenuti. Resta da vedere se con questo gesto la federazione riesca a spronare le tante figure del gentil sesso che già militano nei campionati maschili come tecnici di fatto, anche se per una sorta di pregiudizio ambientale, o per poca fiducia nelle proprie capacità, non frequentano corsi d’abilitazione. Se non è infatti una novità vedere donne CT nei gironi giovanili, lo è senza dubbio imbattersi in chi cerca di fare il passo più lungo della gamba per arrivare in posizioni più ambiziose.

E’ uno sport misogino il calcio, si sa. E lo è molto più di quanto i pomposi proclami lanciati dai vertici degli enti direttivi (tutti uomini) facciano trasparire. Due anni fa, quando l’allora 39enne portoghese Helena Costa prese in mano le redini del Clermont (squadra francese della Ligue 2), fu facile per la storia conquistarsi l’attenzione dei principali media. La Costa però non arrivò nemmeno alla fine della preparazione estiva, resistendo per non più di un mese. Il precedente (stranamente italiano) si chiama Carolina Morace, scelta dal presidente Luciano Gucci nel luglio del ‘99 alla Viterbese. Durò poco: due solo partite. Ma si ricordano i velati insulti sessisti e le quotidiane e gratuite polemiche. Abbastanza per stroncare l’esperimento prima ancora di giudicarne il risultato. E se in Europa i casi sono limitati, negli States, dove pure lo sport è una religione, non va meglio e non compaiono esempi di donne impegnate su panchine d’eccellenza: dal calcio fino al Basket, o al Baseball. Il quadro è chiaro: una sorta di pigrizia culturale, di resistenza di genere domina in tutto il mondo, opponendo una barricata a chi suggerisce un cambiamento.

Dal nord Italia arriva allora l’occasione per riproporre la questione. Inizieranno dal basso le quattro allenatrici, dalla Provincia, dove spesso valgono più le consuetudini dei regolamenti, e alla tattica si preferisce il carattere. Non mancheranno però gli stimoli. Perché la gavetta comincia con un obiettivo: farsi valere; e un messaggio forte e chiaro: il Mister, per quanto si dica, può essere anche donna.

 

 

 

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