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Sportivi si nasce e poi si diventa
Se Spalletti è politicamente scorretto ma fa bene al calcio italiano

Zitti e a casa. Zitti e a casa perché trincerarsi dietro facili alibi (la buona prestazione, il non aver sfigurato, ecc.) non basta e non può bastare. Luciano Spalletti, rientrato a Roma dopo l’era Rudi Garcia, oltre ai risultati, sembra aver portato una ventata d’aria nuova: non solo nella capitale, ma in tutto il calcio italiano. Due mosse per inquadrarlo e giudicarlo. La prima, che ha sollevato un vespaio di polemiche, non era facile da gestire. Prendere in mano una situazione allo sbando, non tenere in considerazione la pancia della città e poi ostinarsi a non cedere all’autorità di Francesco Totti - che addirittura si fa intervistare dalla Rai per lamentarsi -, è stata una prova di forza. Dirigenza americana o no, l’atteggiamento non è cambiato: per fare l’allenatore serve, anche e soprattutto, cinismo mascherato da buon senso. L’altra presa di posizione, non meno indicativa, è la conferenza stampa alla fine della partita di Champions contro il Real Madrid, persa 2 a 0 come accaduto all’andata. Lapidario il commento: «Se vogliamo farci “massaggini” mentali non è che abbiamo forse avuto più occasioni di loro, abbiamo avuto venti occasioni più di loro, più pulite più chiare e fare un gol prima avrebbe cambiato la psicologia della partita. Ci sono determinati momenti durante una gara che la cambiano totalmente; ribaltano quello che è il contenuto mentale della partita. Però bisogna essere realisti: 2-0 all’andata, 2-0 al ritorno, zitti e a casa. Guai a chi è sollevato dalla prestazione, guai a chi fa un complimento. Si fa il salto di qualità nell’essere forti mentalmente, andare a sfruttare quelle situazioni sia di vantaggio sia di difficoltà che ti capitano in una partita (…) Ho visto gente soddisfatta del 2 a 0: siamo messi male. Ci mancano ancora dei collegamenti, delle connessioni che poi danno quella scintilla che ti fa arrivare al di là della casualità della situazione sfruttata o meno».

Una linea precisa: contro il protagonismo esasperato e contro il vittimismo di maniera - tipico del costume italiano, oltre l’ambito sportivo. Dall’alto del suo charme internazionale (“maestro di eleganza casual”, scriveva di lui i giornalisti russi)e del suo fare brillante, Luciano Spalletti si sta dimostrando, settimana dopo settimana, politicamente scorretto nei confronti dell’ambiente romano, e in senso lato italiano. A Trigoria volano giudizi scomodi e scelte di polso: ma i risultati non mancano e la squadra, con lui, ha ritrovato il giusto passo. Le esternazioni di Madrid, inoltre, vanno prese in considerazione e non possono passare inosservate. Serviva il suo ritorno dalla Grande Madre Russia per ridestare dal torpore il calcio nostrano? Un calcio che, a parte l’exploit della Juventus lo scorso anno, in Europa arranca e perde progressivamente prestigio: oltre che posizioni nel ranking UEFA. L’atteggiamento è allarmante. In Champions si va per non sfigurare, in Europa League per dovere, o quasi. L’ambizione di imporsi sembra scomparsa, insieme naturalmente alle notti da rimarcare.

Il rischio, nel migliore dei casi, è di alimentare un sistema autoreferenziale; dove pseudo-campioni spopolano e si arricchiscono facendo il buono e cattivo tempo solo nel salotto di casa, e in cui alla strapotenza degli altri (che siano Paris Saint-Germain o Bayer Monaco) si opponga la scusante di una “buona prestazione”. E allora dice bene Spalletti: «guai a chi fa un complimento», perché se il calcio del Bel Paese non si riprende per sudditanza psicologica non c’è da gioire, ma da reagire. Vale per la Roma, per la Serie A e la Nazionale: «Bisogna imbestialirsi» senza accontentarsi, e fare dell’ambizione, dopo (o magari prima) dei soldi, l’unico motore di questo sport.

Scriveva Mario Sconcerti nel 2011: «La cosa più sincera che possiamo dirci è che giochiamo peggio degli altri. Poi ci sono le cause e quelle sono tantissime, ma il dato di fatto è questo: gli altri giocano meglio a calcio». Spalletti lo sa bene e lo ha ricordato a tutti. Ma superare il problema senza mettersi l’anima in pace (il miglior modo per calpestarsi i piedi) è l’unica via percorribile. Pressate dalla stampa, incalzate dai tifosi, le squadre italiane in Europa si autocensurano, quando invece dovrebbero rialzare la testa: nonostante gli altri si chiamino Cristiano Ronaldo e facciano paura. Ci voleva la lingua di un toscano per dirlo senza giri di parole. E anche l’audacia di un grande allenatore.

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