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Isis, Fatima e Sonia: chi sono le due foreign fighters italiane. Le storie

Paradossi della jihad. Nel giorno stesso in cui la corte d'Assise d'appello di Milano conferma la condanna in contumacia a 9 anni di reclusione per la trentunenne Maria Giulia Sergio, detta "Fatima" e passata alle cronache giudiziarie come la prima "foreign fighter" italiana, dalla Siria torna a farsi sentire Sonia Khediri, 21 anni, fuggita nell'agosto 2014 dal paesino di Oné di Fonte, in provincia di Treviso, per unirsi all'Isis come sposa dell'emiro tunisino Abu Hamza, il numero due delle difese della capitale assediata dello Stato islamico. 
Fatima e Sonia: due storie simili, ma insieme così diverse. La prima, nata a Torre del Greco, si era trasferita con la famiglia a Inzago, in provincia di Milano: cattolica come la sorella e i genitori, si era convertita all'Islam dopo avere incontrato il suo primo marito, un marocchino da cui poi aveva divorziato. Nel 2013 si era risposata con l'albanese Aldo Kobuzi in una moschea di Treviglio, in provincia di Bergamo. Secondo gli inquirenti milanesi, dopo il matrimonio sarebbe fuggita dalla sua casa di Inzago, nel Milanese, per accorrere con il marito alla chiamata alle armi dei terroristi islamici in Siria. 
A sentire la sorella, Fatima sarebbe morta in Siria, ma gli inquirenti milanesi non ne sono affatto convinti. Nel corso del processo d'appello, i pubblici ministeri hanno descritto il suo "ruolo fortissimo" nel convincere i familiari, dalla madre al padre (sicuramente morti) fino a una sorella, a raggiungere i territori dell'Isis seguendo un tortuoso viaggio per mezza Europa. Le intercettazioni riportate in udienza dimostrerebbero che la donna abbia aderito all'organizzazione, che ha tra gli obiettivi di "uccidere i miscredenti in qualsiasi parte del mondo siano, anche con il sacrificio del martirio". Oggi la tesi dell'accusa è stata premiata dalla Corte d'appello di Milano, che ha confermato la pena del primo grado, 10 anni, anche per Kobuzi.
Più complessa e controversa è la storia di Sonia. Affascinata online da un predicatore specializzato nel convincere giovani donne a unirsi al Califfato, dall'inizio del 2015 la studentessa trevigiana ha vissuto a Raqqa, capitale dello Stato Islamico. Qui avrebbe dato all'emiro Abu Hamza ben due figlie. Poi il 17 ottobre 2017 Raqqa è stata liberata, e Sonia è nuovamente fuggita al seguito delle truppe jihadiste, cercando riparo altrove, finché è stata catturata. 
Ma proprio oggi, intervistata in un campo profughi siriano, Sonia ha parlato con il Tg1: "Pentita di esser partita per la Siria? Sì, ovvio". Il volto coperto dal niqab, la ragazza è rinchiusa nel campo assieme ad altre cento donne di origini arabe, le "le spose dell'Isis" partite dalla Russia, dalla Francia e dalla Germania per aderire al Califfato. Anche loro stavano cercando di scappare. Davanti alla telecamera, senza mascherare l'inflessione inconfondibilmente veneta, Sonia nega tutto: il matrimonio con l'emiro e le figlie, anche se in braccio tiene un bambino. "Daesh adora uccidere la gente, ama il sangue" racconta: "Loro ammazzano le persone senza un motivo".
La Procura di Venezia, definendo Sonia "foreign figher" e dichiarandone la pericolosità, ha chiesto per due volte il suo arresto ma il giudice ha sempre negato l'ordinanza di custodia cautelare. Ai microfoni del Tg1, oggi Sonia dice chiaramente di aver tentato di tornare in Italia, senza riuscirvi. "Mi ero messa in contatto con mio padre" sostiene. "Mi aveva risposto che se fossi riuscita ad arrivare in Turchia mi avrebbe aiutato a tornare a casa". Nei suoi anni in Siria, è certo che Sonia ha visto l'orrore. "Prendevano la gente dalle prigioni e la uccidevano senza motivo" racconta. "Ho sentito di teste mozzate attaccate ai pali della luce e una volta ho visto un cadavere appeso al mercato: quando viene ucciso qualcuno, il suo corpo viene esposto per tre giorni davanti a tutti".

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