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Riaprire i piccoli tribunali? Ministro, non faccia quell'errore
Foto LaPresse

Il “contratto per il governo del cambiamento”, siglato un mese fa da Luigi Di Maio e Matteo Salvini, dichiara alla voce Giustizia che “occorre rivisitare la geografia giudiziaria, modificando la riforma del 2012”.

In realtà, la razionalizzazione della cosiddetta “geografia giudiziaria”, ottenuta con molta fatica dal ministro della Giustizia Andrea Orlando, il predecessore democratico del grillino Alfonso Bonafede, è una delle poche cose buone degli ultimi governi a guida Pd. La riforma è riuscita a sopprimere più di 30 piccoli e minuscoli tribunali (Alba, Rossano Calabro, Tortona, Voghera…) e oltre 220 sezioni distaccate la cui produzione era poco significativa e molto costosa.

Dal 2014 a oggi, secondo i calcoli dei tecnici, la riforma di ha fatto risparmiare 70 milioni di euro all’anno (quasi 300 milioni, un terzo di miliardo!) e ha contribuito a ridurre la durata delle cause civili da 478 giorni a 375. Per questo, lo slogan “riavvicinare la giustizia ai cittadini”, che proviene dalla parte grillina del governo, oltre che in sé demagogico e dettato da spinte campanilistiche, sembra oggi anche profondamente sbagliato.

Tornare indietro, insomma, non ha alcuna ragione. Se poi ci s'immerge nei meccanismi della procedura penale italiana, i calcoli dell’aggravio dei costi che verrebbero provocati da una riapertura dei piccoli tribunali sarebbero davvero significativi.

Volete sapere perché? Lo spiega bene un termine: "incompatibilità". Da noi, la giustizia penale è amministrata dai pubblici ministeri (Pm), dai giudici per le indagini preliminari (Gip), dai giudici dell’udienza preliminare (Gup), e infine dai giudici di Tribunale. I Pm rappresentano l’accusa, e durante le indagini preliminari devono dialogare con i Gip: per esempio, sono i Gip che convalidano gli arresti eseguiti dalla polizia giudiziaria su richiesta dei Pm, oppure le perquisizioni, o le intercettazioni.

Il Codice di procedura penale, però, stabilisce che un Gip non possa fare anche il Gup, e il perché è evidente: dato che il Gip ha già deciso su molti atti che riguardano un determinato indagato, c’è un’incompatibilità con la funzione del Gup, il giudice che a quel punto deve decidere se rinviare a giudizio l'indagato, oppure scagionarlo e archiviare l’inchiesta.

Ora, mettiamo che il nuovo ministro grillino della Giustizia decida di riaprire un piccolo tribunale dove rimette all’opera cinque Pm. Ebbene, in quello stesso tribunale, come minimo tabellare, serviranno almeno altrettanti Gip e altrettanti Gup. Ma in realtà ne serviranno di più, perché si dovranno prevedere le ferie dei magistrati e le loro malattie: quindi nel nostro tribunalino dovranno tornare a lavorare non dieci, ma almeno 15 giudici in più (tra Gip e Gup).

E non è finita qui, perché le cose si complicano ancora di più quando, alla fine dell'udienza preliminare, il processo parte davvero. Il motivo è ancora una volta l’incompatibilità. Perché di quel processo non potranno occuparsene né il Gip, né il Gup che hanno già giudicato nelle fasi precedenti: il nostro Codice di procedura penale stabilisce (correttamente!) che a quel punto sia il Gip sia il Gup siano “incompatibili” perché hanno già emesso giudizi all’inizio del processo, che ora dev’essere trattato. Il loro convincimento, insomma, si è già formato, ovverosia hanno dei pregiudizi.

Per tutto questo, nel nostro piccolo tribunale riaperto servono almeno altri cinque-dieci giudici. In definitiva, e soltanto per parlare del settore penale, un tribunale penale che abbia meno di 25/30 magistrati è inevitabilmente destinato alla paralisi tecnica.

Ora è evidente perché tornare indietro sia irrazionale e inutilmente costoso. Ma qualcuno in buona fede, al ministero della Giustizia, avrà l’onestà di dirlo al ministro Bonafede?

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