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Rischia di tornare libero uno dei presunti jihadisti della bomba a Rialto

Rischia di tornare in libertà uno dei quattro kosovari arrestati a Venezia nella notte tra il 29 e il 30 marzo 2017, con l’accusa di avere costituito una “cellula” dell’Isis in Laguna e di essere intenti a progettare un attentato contro il ponte di Rialto.

Si tratta del più giovane dei quattro imputati, un diciassettenne che lo scorso 23 aprile era stato condannato in primo grado dal Tribunale dei minori a quattro anni e otto mesi: la Corte d’appello di Venezia gli ha appena ridotto la pena a tre anni e quattro mesi e ora (dato che il suo avvocato ha dichiarato che non intende fare ricorso in Cassazione, e la condanna presto diverrà definitiva) spetterà al giudice dell’esecuzione stabilire se il giovane possa accedere a una pena alternativa al carcere.

In primo grado, al più giovane del gruppo (coperto da anonimato proprio perché minorenne) era stata inflitta una delle pene più pesanti, inferiore soltanto a quella di cinque anni che aveva colpito il ventottenne ideologo del gruppo Arjan Babj. Gli altri due imputati, Fisnik Bekaj di 24 anni e Dale Haziraj di 25, erano stati condannati in primo grado a quattro anni di reclusione a testa. Tutti e quattro i presunti terroristi hanno ottenuto gli sconti di un terzo della pena previsti dalla scelta del rito abbreviato. 

Secondo la sentenza del Tribunale, i quattro kosovari erano “compartecipi di una vera e propria struttura organizzativa con finalità e metodi terroristici”, mentre “la cellula di matrice islamica” aveva raggiunto “una capacità organizzativa di tale complessità da creare un concreto pericolo per la collettività”: secondo i giudici, i quattro affiliati (che lavoravano nei bar attorno a piazza San Marco) disponevano infatti di supporti logistici, armi e contatti con esponenti dell’Isis “tali da essere in grado di sostenere il progetto ideologico jihadista con attività concrete”.

Nelle intercettazioni, raccolte durante le indagini preliminari, era emerso che il gruppo puntava a un attentato a Venezia, probabilmente sul simbolico ponte di Rialto. “Con Venezia” diceva proprio il giovane che ora potrebbe uscire dal carcere minorile “guadagni subito il paradiso per quanti ipocriti (“munafik” è la parola utilizzata, che in arabo letteralmente vuol dire “presunti credenti”, ndr) ci sono qui. Ad avere una bomba… a Rialto…”.

Ai quattro, che alloggiavano in calle della Mandola, poco lontano da San Marco, non erano state trovate armi. Ma nelle intercettazioni era emerso che nel loro appartamento c’era sicuramente almeno una pistola.

Qualche settimana prima del blitz, infatti, mentre i kosovari erano in casa, gli inquirenti avevano sentito tre di loro parlare: poi qualcuno aveva suonato il campanello. Allora i tre avevano fatto silenzio, come se volessero capire chi c’era alla porta. I rumori successivi avevano fatto capire agli inquirenti che uno dei kosovari si era alzato, e a quel punto si era sentito chiaramente il rumore di un’arma che veniva caricata: il tipico rumore che fa il carrello per inserire il primo colpo nella canna di una pistola automatica. Forse i tre temevano che il visitatore imprevisto non fosse un amico, e quindi si preparavano all’eventualità di un’irruzione. Ma alla fine la porta era stata aperta, e l’allarme era caduto.

Quel rumore di pistola, l’abitudine del gruppo di seguire video tutorial sull’uso di coltelli come arma, la progettazione (per quanto vaga) di un attentato, l’esultanza davanti alle immagini televisive dell’attentato jihadista a Westminster del 22 marzo 2017, e anche il fatto che a breve sarebbe stata Pasqua, avevano convinto gli inquirenti veneziani, coordinati dal sostituto procuratore Antiterrorismo Adelchi D’Ippolito, a chiedere le misure cautelari in carcere. Era seguito il processo, con le condanne.

Il giovane, in caso di rilascio, potrebbe comunque essere espulso dall'Italia con un provvedimento del ministero dell’Interno.

Tags:
jihadveneziaterrorismo isis

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