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Culture

Tiziano e Giorgione, una mostra a Torino sul senso della morte

 

Torino (askanews) - Il concetto di soglia è uno dei tropi della cultura contemporanea, che lo ha vissuto e analizzato in molti modi. Ma nella mostra che Treti Galaxie ha organizzato nello spazio Barriera di Torino, succede qualcosa in più. L'esposizione "Tiziano e Giorgione", curata da Matteo Mottin, ospita infatti due lavori: uno di Michele Gabriele e uno di Alessandro Di Pietro. Come fecero i due maestri del Cinquecento veneto, anche loro hanno promesso di prendersi cura dell'opera dell'amico una volta che questo fosse morto e i due lavori esposti sono stati immaginati come se fossero le loro ultime produzioni. E dunque il vero protagonista a Barriera è la morte, il nostro quotidiano confronto con l'unica certezza indiscutibile che è però anche il grande rimosso della nostra cultura. E questa strada, impervia, quasi dantesca verrebbe da dire, è stata tracciata da Matteo Mottin. "Ogni artista - ci ha detto - lavora con la coscienza di dover morire, e quindi di dover lasciare un qualcosa che gli sopravviverà. Loro due, invece, hanno realizzato questi lavori con la coscienza che l'amico completerà il lavoro dell'altro, una volta scomparso".I due lavori sono molto diversi, quello di Gabriele è carico e impellente, quello di Di Pietro appare, ma le apparenze mentono, qualcosa di più freddo, sebbene in realtà anche i suoi livelli siano innumerevoli, a partire dal dubbio fondamentale su che cosa sia quello che guardiamo. A complicare, e rendere più affascinate, la situazione, anche la location, appositamente scelta da Treti Galaxie perchè sede di un deposito di opere d'arte, una sorta di limbo tra due mondi. La stessa sensazione che viene creata da un ostacolo (una barriera, verrebbe da dire) che blocca il visitatore nel suo avvicinarsi alle due opere."E' un fiume di acqua avvelenata - ha spiegato il curatore - e a me interessava che comunicasse a livello inconscio allo spettatore proprio l'idea di divisione tra due mondi, tra il nostro e il limbo in cui si trovano le opere".Dalla mostra - che resta aperta al pubblico fino al 2 ottobre -si esce inquieti, incerti, ma forse anche più consapevoli del presente e della necessità di un dialogo più profondo, se non altro con noi stessi. "E' una mostra che prende molto - ha concluso Matteo Mottin - mi dà i brividi in realtà".