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Umorismo come sopravvivenza: Marco Rossari e i Racconti da ridere

 

Milano (askanews) - "Ridere, ridere, ridere ancora", cantava Vecchioni cavalcando verso Samarcanda, proprio per non avere più paura della morte. In qualche modo la stessa operazione la fa, attraverso una selezione di memorabili storie, l'antologia "Racconti da ridere", curata per Einaudi dallo scrittore Marco Rossari, che abbiamo incontrato al Caffè Pascucci di Milano. "Io all'inizio - ci ha confidato - avevo pensato di mettere un po' di letteratura umoristica dentro l'antologia, ma poi ho visto che era l'antologia a uscire a spalmarsi sul resto della letteratura, perché più andavo avanti e più mi veniva voglia di includere scrittori non dati per umoristici per forza".Così, accanto a maestri del genere come P. G. Wodehouse, Achille Campanile o Alan Bennett, troviamo anche Cechov, Heinrich Boll, Umberto Eco. Insieme anche a molti altri che mancano, come per esempio un poderoso scrittore a tutto tondo che però è anche un vero genio del comico, come Philip Roth. "E' un registro difficilissimo da tenere - ha aggiunto Rossari - che si ha forse innato se fai lo scrittore. Di certo mi ha accompagnato in diverse fasi della mia storia di lettore in tutti questi anni. E' impossibile prescindere... Un altro grande scrittore che purtroppo non è stato possibile avere è Woody Allen, che pure è uno dei registi più tristi per certi versi tra quelli in circolazione".E il legame tra l'angoscia e il comico - ben esemplificato dalla persona di un maestro come Kafka - è più di un semplice fil rouge. "Il comico prende la tristezza, prende la malinconia, prende la morte, prende il sesso e li trasforma in qualcosa di diverso. In fondo il comico, in realtà, è sopravvivenza soprattutto".Ecco, Rossari, che sa che cosa significa scrivere in un certo modo, mostra la contraddizione che domina il comico e, al tempo stesso, non si nasconde che il nemico di certa letteratura, il Venerabile Jorge che avvelenava i lettori della Commedia di Aristotele ne Il nome della Rosa, in fondo assomiglia molto a noi stessi. "E' un uomo che abbiamo tutti dentro - ha proseguito lo scrittore - ci vergogniamo un po' della nostra risata, del nostro scoppiare a ridere. E' una cosa che facciamo tutti i giorni, continuamente, ma è una cosa che temiamo, ed è quello che impedisce alla grande letteratura comica di venire considerata da tutti letteratura alla stregua del resto: non si vede mai un comico vincere un premio letterario"."Racconti da ridere", a guardarlo da vicino, assomiglia quindi anche a un autoritratto del suo curatore. Marco Rossari concorda, ma con una decisiva specifica. "Questa antologia paga forse un tributo, l'ultimo dazio ai grandi maestri dell'umorismo che mi hanno accompagnato in tutti questi anni e con la quale vorrei come chiudere un momento e una lunga fase e, nello stesso momento, aprirne una nuova, perché il prossimo mio libro sarà completamente diverso".