Venezia, 20 sigarette accende la polemica

Venerdì, 10 settembre 2010 - 08:30:00
''La densita' del racconto ha il ritmo di una verita' che, oltre ogni pregiudizio, diviene personale storia in cui si intersecano, con intelligenza e non senza qualche venatura di ironia, gli elementi dell'esercizio di liberta'. Liberta' dal proprio vissuto per inseguire un sogno, liberta' dai propri pregiudizi per incontrare le persone, liberta' dal proprio dolore per non indurre lo spettatore a sguardi prestabiliti''. Con questa motivazione, la giuria della sezione Controcampo italiano presieduta da Valerio Mastandrea e composta da Susanna Nicchiarelli e Dario Edoardo Vigano', ha assegnato il premio Controcampo italiano alla pellicola ''20 sigarette'' di Aureliano Amadei, interpretato da Giorgio Colangeli, Carolina Crescentini e Vinicio Marchioni, al quale la Giuria ha deciso di assegnare una Menzione Speciale. Presentato in Sala Grande lo scorso 5 settembre, il film racconta la personale drammatica vicenda del regista, unico sopravvissuto al tragico attentato a Nassiriya che costo' la vita a 19 italiani. Per lui, dieci minuti di applauso, molta commozione e standing ovation.

LE POLEMICHE


Carolina Crescentini
La testimonianza di Amadei ulla strage di Nassiriya, dove il 12 novembre 2003 persero la vita 19 italiani, riapre una vecchia ferita fra cinema e politica: l’urgenza di dire la verità contro l’informazione ufficiale.

Il film dell’esordiente Aureliano Amadei strappa quindici minuti di applausi e un consenso con più adesioni popolari dei film in gara e fuori concorso, ma l’esito dall’8 settembre nelle sale italiane è tutto da vedere.

Nell'incontro stampa, al Lido, per la presentazione del film, Amadei ha subito messo le mani avanti e attaccando preventivamente i detrattori e racconta la sua esperienza: "In dieci minuti, la mia vita è cambiata per sempre". Invitato come aiuto regista da Stefano Rolla, poi morto a Nassiriya, per girare un documentario sulla missione di pace italiana. Rimane ferito, viene rimpatriato, ricoverato e operato più volte al Celio, rimane claudicante, perde un timpano, ha il corpo cosparso di schegge e da allora soffre di attacchi d’ansia e di panico.
Una ferita aperta. Amadei rincara la dose e rilancia: "Volete una notizia? Eccola. Mi è stato detto che recentemente persone vicine al ministero della Difesa hanno chiesto ai genitori delle vittime di protestare per bloccare il mio film. Per fortuna io che conosco molti di loro mi hanno detto che lo vedranno prima di giudicare".

Quella in Iraq è stata una delle tante guerre invisibili che ci sono sempre state e continueranno a esserci - spiega Amadei - Nelle settimane successive all’attentato sono state omesse tante notizie, è stato gettato fumo negli occhi, c’è stata un’orgia di retorica che non ha permesso di riflettere sulla dinamica della strage, se si poteva evitare». La replica a tanta esuberanza si è già fatta sentire. Aggiunge il regista: «Mi hanno detto che persone vicine al ministero della difesa hanno chiesto ad alcune famiglie delle vittime di protestare per bloccare l’uscita del film. Loro hanno risposto: prima lo vediamo, poi giudicheremo». Edificante? Non proprio.

Amadei dice di non voler «spingere il film né verso le teorie di una parte piuttosto che di un’altra. Certo, nei miei confronti l’esercito ha sempre avuto un pregiudizio: in fondo mi sono finto gay per non fare il militare, sono sempre stato anarchico. Non voglio essere indulgente con un certo mondo. Ho incontrato persone degne di essere, altre no. Mi sono imbattuto anche in fascisti, arrivisti e finti eroi». Come nella scena in cui rimprovera a un militare di averlo salvato e l’altro gli fa intuire che la verità, alla fine, non interessa nessuno.

La polemica è inevitabile. Le parole di Amadei non piacciono al sottosegretario alla Difesa, Guido Crosetto. Che replica: dai vertici del ministero "non c'è stata alcuna pressione" e aggiunge: "Se poi uno dei trecentomila militari ha detto qualcosa, questo non lo so e non lo posso sapere. Ma il ministero, nei suoi vertici non ha fatto nulla". "Penso che ci sia stato un errore". A smentire l'autore del film è anche Marco Intravaglia, figlio del brigardiere Domenico, una delle vittime della strage. "Nessuno mi ha contattato dalla Difesa e, da quel che so, nessuna delle famiglie dei carabinieri morti nell'attentato ha ricevuto pressioni". Annuncia che andrà a vedere il film, "voglio capire di cosa si tratta, se rispecchia la realtà, e spero che emerga il vero lavoro che hanno fatto i nostri ragazzi e il bene che hanno portato". Con Amadei, però, Intravaglia è d'accordo sul fatto che in Italia molte notizie sulla strage siano state oscurate. "E' vero - dice - la gente ha scoperto molto dopo, con l'apertura delle inchieste, le cose che non andavano e che non dovevano essere in quello stato".

Dall'attentato a oggi, per Amadei c'è stato prima un libro, appunto 20 sigarette, poi il film omonimo, distribuito da Cinecittà Luce, con Vinicio Marchioni, Carolina Crescentini, Giorgio Colangeli. E' la storia vera del regista, che nel film si chiama Aureliano, un ventottenne anarchico e antimilitarista, precario nel lavoro, che riceve l'offerta di partire subito per lavorare come aiuto regista in un film da girare in Iraq, al seguito della missione italiana. Nonostante le critiche degli amici, della sua compagna-amica Claudia (Crescentini), Aureliano parte e in quel mondo di divise incontra un'umanità inaspettata. Le sigarette del titolo sono quelle di un pacchetto che Aureliano non fa in tempo a finire, che si ritrova nel mezzo dell'attentato alla caserma. Al Lido è arrivato appoggiandosi a un bastone. Nell'attentato gli è andata in pezzi una caviglia, ha un timpano perforato e, nel suo corpo, ancora centinaia di schegge.

  

Amadei dice di non voler «spingere il film né verso le teorie di una parte piuttosto che di un’altra. Certo, nei miei confronti l’esercito ha sempre avuto un pregiudizio: in fondo mi sono finto gay per non fare il militare, sono sempre stato anarchico. Non voglio essere indulgente con un certo mondo. Ho incontrato persone degne di essere, altre no. Mi sono imbattuto anche in fascisti, arrivisti e finti eroi». Come nella scena in cui rimprovera a un militare di averlo salvato e l’altro gli fa intuire che la verità, alla fine, non interessa nessuno.

 



 

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