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Costume
Alzheimer, gli omosessuali più a rischio di demenza. Lo studio

di Paola Serristori

 

La solitudine, la depressione aggravano il rischio di ammalarsi di demenza, di cui l’Alzheimer è la forma più grave e letale. Gli individui che il freddo linguaggio delle statistiche fa rientrare nelle cosiddette “minoranze” sono più vulnerabili socialmente, spesso vittime di abusi, ed oggi, attraverso i risultati degli studi scientifici, si scopre anche fisiologicamente. All’apertura di Alzheimer’s Association International Conference 2018 (AAIC 2018), la più vasta ed importante riunione di scienziati che nel mondo studiano l’invecchiamento e le malattie correlate nel cervello, in corso a Chicago, viene presentato il primo studio sul rischio di decadimento cognitivo della popolazione bisessuale, gay, lesbica. I fattori di rischio accertati per gli eterosessuali sono aggravati dalla sensazione di inadeguatezza, emarginazione, solitudine, depressione, e dall’assenza di familiari, spesso i figli, che si prendano cura della loro salute negli anni in cui l’organismo accusa segni di cedimento.  Alzheimer’s Association ha partecipato alla pubblicazione di “Issue Brief: LGBT and Dementia” (lesbiche, gay, bisessuali, transgender: LGBT) con SAGE (Services and Advocacy for GLBT Elders), che riferisce di 2,7 milioni di LGBT ultracinquantenni negli Stati Uniti, la proiezione nei prossimi quindici anni sarà oltre il doppio.

Il professore Jason Flatt si è specializzato nelle ricerche sui meccanismi di regolazione della salute del cervello. “È il mio personale contributo, dopo che mia nonna si ammalò di demenza. A settant’anni iniziò ad avere i vuoti di memoria. Aveva una laurea, una famiglia, ma quando era rimasta vedova aveva diradato le uscite, smesso di guidare, e trascorreva le giornate a casa, sola. Ed era una fumatrice. Dieci anni dopo le è stata diagnosticata la demenza. È morta l’anno seguente.” A volte la ricerca nasce da una personale curiosità e diventa storia. Il giovane ricercatore del Department for Health Aging, University of California San Francisco, ha condotto il primo studio su gay, lesbiche, bisessuali malati di demenza. Con risultati talmente interessanti da meritare una segnalazione a parte in apertura di AAIC 2018.

Come le è venuta l’idea di occuparsi dell’invecchiamento di una fascia specifica della popolazione, ma che può essere un campione reale della condizione di chi ha un orientamento sessuale minoritario nella società?

“Appunto perché lesbiche, gay, bisessuali, devono affrontare tante sfide, discriminazioni, combattono quotidianamente contro lo ‘stigma’ sociale della ‘diversità’, e sviluppano malattie croniche, tra cui depressione, obesità, cardiopatie, che aggravano il quadro dell’invecchiamento cognitivo. Volevo sapere di più sul loro rischio di demenza. Nessuno studio era mai stato condotto prima d’ora su di loro. Dal 2007 col mio team di ricerca abbiamo analizzato le storie cliniche di più di 4000 LGB ottenendo l’accesso al database del programma di genetica ed ambiente che ha censito 200 000 persone nel Nord della California. Abbiamo utilizzato le diagnosi di neurologi su pazienti di 60 anni ed oltre. Su 18060 casi, la percentuale di demenza di non LGB (lesbiche, gay, bisessuali) è 9.2, rispetto a 343, vale a dire l’8 per cento di dichiarati LGB negli anni 1996-2005. A prima vista la percentuale sembra inferiore. In realtà, bisogna considerare che la maggior parte degli studi sulla demenza prende in esame individui dai 65 anni ed oltre. Il nostro campione LGB è anagraficamente più giovane.”

 

Vivevano completamente soli o frequentavano una comunità?

“Non abbiamo potuto verificare questo. Però sappiamo che il 35 per cento soffriva di depressione,

il 73 di ipertensione, il 62 avevo problemi cardiaci. Come depressione associata ad incidenza di demenza possiamo affermare che sono tre volte più a rischio degli eterosessuali.”

 

Quale sono le sue conclusioni?

“Seguendo i dati sino al 2017 faremo un’altra stima. Lo studio è nella fase iniziale. La prima valutazione che mi sento di fare è che occorre migliorare i servizi per la comunità LGB, anche supportando non tradizionali aiuti, caregivers, come amici o partners, e preparare servizi pubblici di assistenza. Da notare che il 60 per cento LGB del campione aveva un livello di istruzione superiore, il che avrebbe dovuto ridurre il loro rischio di decadimento cognitivo.”

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